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Quando ci si rapporta con il Qatar bisogna tenere in considerazione principalmente una cosa: il Qatar non uno è Stato nel senso proprio del termine (su 2 milioni di abitanti solo 280.000 possiedono effettivamente la cittadinanza qatariota) ma semplicemente un’entità capitalistico-finanziaria, sdraiata su un enorme giacimento di gas, il cui unico obiettivo è sponsorizzare il proprio marchio e far circolare denaro. Nonostante la famiglia al-Thani segua, alla pari dei loro vicini, l’eterodossia islamica wahhabita, la religione ha un ruolo di secondo piano nelle vicende interne all’Emirato. A seguito dello sciagurato discorso tenuto al Cairo da Barack Obama nel 2009 che diede la spinta decisiva alle cosiddette “primavere arabe” (termine utilizzato del tutto a sproposito ma inconsciamente corretto visti gli esiti e considerato il fatto che per gli arabi la primavera, periodo di violente tempeste di sabbia, è la peggior stagione in assoluto), il Qatar, alla pari della Turchia di Erdogan, desiderosi di presentarsi come i promotori della democrazia nell’area agli occhi del potente alleato nordamericano, iniziarono a fomentare e finanziare gruppi militanti, più o meno violenti, allo scopo di riplasmare la geografia politica dell’area.

Per fare ciò hanno ampiamente sfruttato la capillare struttura di potere orizzontale creata nella regione dalla Fratellanza Musulmana; l’organizzazione di stampo massonico tanto negli obiettivi quanto nella gerarchia fondata da Hasan al-Banna in Egitto nel 1928. Ora, la storia della Fratellanza Musulmana è estremamente ambigua e all’encomiabile lavoro nel sociale fa da contraltare uno spesso controverso attivismo politico. È un dato di fatto, come riportato nell’opera di Robert Dreyfuss Devil’s Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam, che la Fratellanza Musulmana sia stata spesso utilizzata dai servizi segreti occidentali per operazioni coperte volte a destabilizzare la regione: dagli svariati tentativi di assassinare il Rais egiziano Gamal Abd el-Nasser alla violenta ribellione di Hama del 1982 (sotto supervisione del Mossad) contro il governo di Hafiz al-Assad in Siria. Senza considerare che lo stesso Hamas (ramo palestinese della Fratellanza Musulmana ampiamente finanziato dai soldi qatarioti), alle sue origini, venne visto con malcelato favore da parte dei servizi di intelligence israeliani in quanto forza capace di contrastare l’egemonia nazionalista dell’OLP.

Intervista a Magdi Allam sui Fratelli Musulmani
L’Egitto ha rappresentato la chiave di volta.
È evidente che i sauditi non potessero permettere che il paese culturalmente e demograficamente più potente del mondo arabo sfuggisse dal loro protettorato egemonico. Ed in questa chiave bisogna leggere la defenestrazione di Mohammed Morsi, nonostante tutto l’unico presidente democraticamente eletto nella storia dell’Egitto, e la sua sostituzione con il generale al-Sisi la cui sottomissione ai voleri sauditi è stata recentemente resa palese dalla cessione territoriale al Regno di Re Salman delle isole del Mar Rosso, dall’importante valore strategico, di Tiran e Sanafir. Proprio a seguito della defenestrazione di Morsi, tra 2013 e 2014, si è avuta la prima crisi tra il Qatar ed il resto dei paesi del GCCGulf Cooperation Council: organizzazione fondata nel 1981 e comprendente Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Oman e proprio il Qatar. A seguito di questa crisi il Qatar venne espulso dall’organizzazione per otto mesi. Tuttavia, i cattivi rapporti di vicinato iniziarono già dal 1992 a causa di una disputa territoriale tra Qatar ed Arabia Saudita, e peggiorarono ulteriormente nel 1995 a seguito del colpo di Stato attraverso il quale Hamid bin Khalifa al-Thani (uomo insignito della Gran Legion d’Onore dalla Francia e padre dell’attuale Emiro Tamin bin Hamad al-Thani) depose suo padre ed intraprese la via del protagonismo in ambito internazionale e la pubblicizzazione del marchio “Qatar” attraverso la creazione dell’emittente televisiva al-Jazeera (la penisola) che ebbe un ruolo estremamente controverso nell’intensificazione della conflittualità in Libia e Siria tramite una narrazione degli eventi estremamente manipolata a fini propagandistici.

Dunque, se è vero che il Qatar ha avuto un ruolo di primo piano nella destabilizzazione dell’area, è altrettanto vero che i suoi vicini, ancor più legati all’oltranzismo wahhabita ed ancor più proni ai voleri nordamericani, non sono stati affatto estranei a tale dinamica e la recente crisi all’interno del GCC, di fatto, si ripercuote all’interno dello stesso conflitto siriano con le diverse sigle del salafismo-jihadista che si combattono tra di loro. Gli Emirati Arabi Uniti da diversi anni versano milioni di dollari per creare lobby all’interno del Congresso statunitense allo scopo di influenzare l’ala neocon del Partito repubblicano facendo passare l’idea che il Qatar sia l’unico (sic!) sponsor del terrorismo internazionale (amico dell’Iran e nemico dell’Occidente). Il chiaro obiettivo è quello di accusare il Qatar, colpevole di mantenere una certa autonomia di decisione rispetto ai sauditi, per nascondere le proprie e per certi versi ancor più evidenti responsabilità nella crisi sistemica regionale. Secondo il giornalista turco Mehmet Acet, ad esempio, gli stessi EAU avrebbero speso 3 milioni di dollari per finanziare il tentato colpo di Stato gulenista in Turchia.

I Paesi del Gulf Cooperation Council

I Paesi del Gulf Cooperation Council

Appare evidente che presentare il Qatar come nemico dell’Occidente suoni quasi ridicolo (forse sarebbe più corretto utilizzare il termine “complice”). Il Qatar possiede 25mila miliardi di metri cubi di riserve di gas, il triplo rispetto agli USA e la loro tanto osannata rivoluzione shale oil/gas i cui costi di estrazione sono superiori del 30%, ed è il maggiore produttore mondiale di GNL (gas naturale liquefatto). Su ventinove Stati al mondo che importano GNL, ventisei lo fanno attraverso il Qatar (1/3 di tutto il GNL scambiato al mondo è di origine qatariota). Il Qatar è stato il primo paese arabo ad intraprendere rapporti bilaterali diretti, seppur successivamente deteriorati, con Israele e la sua interdipendenza con il sistema economico mondiale è tale che a nessuno conviene realmente una sua esclusione. A dimostrazione di ciò, gli Stati Uniti, dopo le ennesime dichiarazioni al limite della farneticazione di Donald Trump in sostegno del blocco saudita, si sono immediatamente resi conto di non poter cedere ai propri avversari geopolitici dell’area una pedina così ricca ed importante ed hanno optato ancora una volta sulla vendita di armi e sull’intensificazione della cooperazione militare per ricucire i rapporti.

Il Dipartimento di Stato USA ha sì espresso preoccupazione per certi atteggiamenti del Qatar, tuttavia, appare quantomeno curioso, se non sospetto, il fatto che gli USA, presenti sul territorio qatariota con l’imponente base militare di al-Udeid (la più grande del Medio Oriente), non si siano mai resi conto dell’intrinseco legame che collega l’Emirato con le milizie jihadiste operanti nella regione. Sospetto che rinforza la tesi di un Qatar individuato come capro espiatorio da parte dei suoi vicini che vedono malvolentieri la sua eccessiva indipendenza ed autonomia decisionale. Non bisogna dimenticare che l’Emiro al-Thani aveva espresso non pochi dubbi in merito alla creazione della cosiddetta NATO araba; strumento volto al mero contrasto della politica iraniana nell’area. Mentre le stesse richieste mosse dai partecipanti al blocco (Arabia Saudita, Egitto, EAU, Bahrein, Yemen, Maldive ed il governo libico di Tobrouk) appaiono quasi risibili se non irrealizzabili. Interrompere il supporto finanziario ad Hamas significherebbe fare un indiretto favore ad Israele, malcelato alleato dei sauditi, mentre l’interruzione dei rapporti con l’Iran sarebbe per il Qatar quantomeno controproducente se si considera che l’Emirato condivide con il paese degli ayatollah il più grande giacimento di gas del mondo: il North Dome – South Pars.

South Pars

South Pars

Non è un caso che Hamid Aboutalabi, vice capo dello staff del presidente iraniano Rouhani, abbia definito l’iniziativa a guida saudita come il preliminare risultato della danza delle spade wahhabita con Trump protagonista. Quella stessa danza che Re Salman, solo pochi mesi fa, danzò con lo stesso Emiro al-Thani a sottolineare la fluidità di certi rapporti all’interno del mondo arabo. Sarebbe curioso notare come i sauditi possano reagire ad un eventuale ponte aero-navale tra Qatar ed Iran, che ha già approntato l’invio di derrate alimentari in modo da arginare il blocco, ed alla decisa presa di posizione della Turchia che ha già dato massima priorità ad un provvedimento volto ad inviare truppe militari in Qatar come deterrente per un’ipotetica escalation violenta della crisi. Non sono infatti da escludere certe mire espansionistiche saudite sulla penisola volte a trasformare l’Emirato in un proprio protettorato sullo stile del Bahrein. Tuttavia, l’intervento diretto degli USA a pochi giorni dal blocco ha subito messo in chiaro la posizione statunitense mirante ad una soluzione diplomatica della crisi e decisa a salvaguardare ben precisi interessi economici.

Kuwait e Marocco si sono proposti presso l’ONU come mediatori della crisi. Gli EAU, con la consueta faccia di bronzo, hanno richiesto ai loro “amici occidentali” il monitoraggio delle attività qatariote e l’eventuale rispetto dei termini di un ipotetico accordo sull’interruzione del blocco. Un punto cruciale sembra essere proprio quello legato ad al-Jazeera che è stata spesso oggetto di feroci critiche da parte degli altri paesi del Golfo. Non è un caso che il telepredicatore radicale Yusuf al-Qaradawi, legato alla Fratellanza Musulamana e con un ruolo di spicco nel palinsesto dell’emittente qatariota, sia stato espulso dalla Lega Mondiale Islamica: strumento atto all’omologazione wahhabita del mondo islamico. Insomma, la soluzione della crisi, seppur ancora lungi da venire, non sembra impossibile. In fin dei conti il Qatar ed i suoi vicini sono legati dal comune riferimento religioso all’eterodossia wahhabita ed all’amore per il dollaro americano.