I giochi ormai sono fatti: il premier ellenico afferma di “aver lottato duro” ma firma l’accordo-capestro che condanna la Grecia di fatto a un nuovo commissariamento. L’accordo siglato fa impallidire quello che era già stato rigettato dal referendum e prevede tre fasi ravvicinate: la prima – da attuare entro mercoledì 15 – include l’aumento dell’Iva, il ritocco delle pensioni, la creazione di un Consiglio di bilancio indipendente che faccia scattare tagli automatici di spesa non appena si verifichino deviazioni dall’avanzo primario, la riforma del Codice civile e l’adozione delle nuove regole europee sulla crisi bancaria (il cosiddetto bail-in); la seconda fase include il solito mix di riforme delle pensioni e del mercato del lavoro – con relativa revisione della contrattazione e dei licenziamenti collettivi – e privatizzazioni di interi settori pubblici (dal trasporto via mare al mercato dell’energia); la terza invece è una ulteriore cessione di sovranità che impone al governo greco il vaglio delle bozze di legge da parte della Troika e la creazione di un fondo di 52 miliardi a garanzia dei creditori, dove fare confluire asset di Stato per realizzare profitti destinati alla ricapitalizzazione delle banche e ad abbattere il debito pubblico.

Tzipras, nonostante il gesto plateale di sfilarsi la giacca, si è dovuto infine calare i pantaloni e presenta come vittoria il fatto che il fondo rimanga in Grecia e non in Lussemburgo, come voleva l’inflessibile Germania. Sottigliezze poiché l’avanzo primario non raggiungerà mai le cifre che la Grecia è tenuta a saldare. Una vera e propria resa incondizionata per un accordo che vale tra gli 82 e gli 85 miliardi di euro, in cambio di un ennesimo prestito-ponte di liquidità bancaria. La Merkel e gli altri leader dell’eurogruppo hanno poi espressamente negato l’ipotesi di qualsiasi ristrutturazione del debito greco perché “contrario ai Trattati”. L’austerità è un dogma intoccabile e i greci devono essere puniti per avere osato metterla in dubbio. Si prosegue a oltranza insomma con la stessa “cura da cavallo” recessiva. Il premier greco ora deve andare in Parlamento per farsi approvare questo piano, che è nettamente peggiore di quello che i greci avevano fieramente rifiutato una settimana fa; ciò provocherà non solo una spaccatura in seno a Syriza, ma inevitabilmente porterà a un nuovo governo di larghe intese con i socialisti del Pasok, i centristi di Potami e il centrodestra di Nea Dimokratia. Possibilmente anche a un nuovo primo ministro: quel Stavros Theordorakis, così ben visto dalle elite europeiste con il suo partito To potami, che potrebbe essere la nuova faccia buona della dittatura tecno-finanziaria.

La straordinaria partecipazione democratica del popolo greco al referendum anti-austerità e la schiacciante maggioranza del 62%, sono spazzate via nell’arco di una sola settimana; come anche gli impegni programmatici del partito vincitore delle elezioni per un modello di sviluppo socialmente sostenibile. È bastato chiudere i rubinetti della liquidità bancaria per schiacciare ogni velleità di cambiamento. Tsipras però ha molto da rimproverarsi per essersi ritrovato infine con le spalle al muro: il potere negoziale che aveva ricavato dall’esito referendario è stato gettato alle ortiche durante un’interminabile e prevedibile settimana di razionamento bancario. Come un esperto pokerista ha giocato su più tavoli – in primis quello russo – cercando di sfruttare la mano forte che aveva; dimenticandosi però che infondo il suo rimaneva comunque un bluff che la Germania ha deciso di vedere. La mossa avrebbe indubbiamente funzionato solo nel caso in cui avesse già disposto un Piano B per il ritorno alla Dracma (o a una qualsiasi forma di “pagherò” statale), forzando probabilmente gli Stati Uniti a obbligare la Merkel ad accettare le sue proposte; ma con l’80% dei greci desiderosi di restare nell’EU le sue carte restavano perdenti allo showdown. Avrebbe dovuto spiegare bene ai suoi elettori che l’Euro e la UE sono la stessa cosa; anzi, che l’Unione non è altro che la forma esteriore di questa valuta. Ora per i greci si prospetta l’ennesima governance di tecnici e la spogliazione finale, monito per chiunque creda di poter sfidare impunemente la Troika. Non s’illudano gli altri europei di potere opporsi ai Trattati firmati con il sangue, né credano di ricevere solidarietà dai propri vicini. Nessuno sfugge dall’Eurolager e oggi i vari Junker, Dijsselbloem, Tusk e Shultz – moderni kapò – festeggiano l’ennesima dimostrazione dell’unico e vero potere, quello finanziario.