La prima immagine satirica riguardante Matteo Renzi lo ritraeva, ai tempi della sua ascesa a leader del PD, nei panni di un arrembante emulo di Fonzie, protagonista della serie televisiva “Happy Days”, a causa della sua insistente pretesa di apparire come la ventata di novità necessaria a rendere più “cool”, più “giovane”, la politica italiana. Come è andata poi, tutti quanti lo sappiamo. Tuttavia, il Fiorentino, da Rottamatore divenuto Restauratore, manifesta ancora diversi atteggiamenti che danno, a posteriori, ragione a coloro che fecero notare per primi la somiglianza tra Renzi e il personaggio interpretato da Henry Winkler. In tutti i suoi interventi, Renzi manifesta comportamenti che hanno come primario obiettivo alimentare l’immagine, il personaggio, prima ancora che contribuire alla realizzazione dei suoi obiettivi, e in questo più che in ogni altra cosa è degno epigono di Silvio Berlusconi. La discreta dose di sbruffonaggine e l’inguaribile mania di protagonismo che lo caratterizzano, noti agli osservatori obiettivi oramai da tempo, si possono notare evidentemente nell’approccio del primo ministro italiano alla politica estera, specificatamente al delicato ambito nei rapporti, decisivi per il destino del paese, tra l’Italia e le istituzioni europee. Tale approccio è cambiato radicalmente dopo che Renzi, in un primo tempo, aveva osannato il ruolo dell’Unione Europea, incensata come portatrice di progresso e ideale patria della fantomatica “generazione Telemaco” da lui esaltata dinnanzi agli annoiati europarlamentari nel giorno d’inaugurazione del semestre di presidenza italiano che, stando alle sue parole, avrebbe dovuto rappresentare la concreta occasione per far sentire in Europa la voce dell’Italia. In tale direzione fu inoltre vista la nomina a “lady PESC” di Federica Mogherini, la cui influenza sulle questioni internazionali come portavoce dell’Unione Europea è tuttavia obiettivamente difficile da riscontrare

Recentemente, constatata la sterilità di questa linea, le difficoltà sempre maggiori vissute dal suo governo, in crisi di approvazione e consensi, il crescente malumore dell’opinione pubblica italiana nei confronti di un’Unione Europea vista come distante e insensibile ai reali problemi italiani, nonché la scarsa considerazione prestata dai potenti d’Europa (Merkel, Junker, Draghi stesso) all’Italia di Renzi, l’ex sindaco di Firenze ha deciso di virare rotta. Il suo nuovo approccio alla politica estera appare un tributo assoluto alla figura del suo alter ego Fonzie, e alla mossa più classica del suo repertorio: Renzi ha da diverse settimane alzato notevolmente il tiro delle sue dichiarazioni riguardanti l’Europa, tentando ogni volta di riproporre il classico gesto di Fonzie, che in “Happy Days” accendeva i jukebox assestando loro un deciso pugno, con lo scopo di catalizzare l’attenzione su di sé. In questo consiste infatti il nuovo corso della politica europea di Renzi: apparenza, più che sostanza, visibilità da ottenere con dichiarazioni intrise di spacconeria (come il mantra “l’Italia è in Europa per cambiarla!”) prima ancora che con la proposta di fatti concreti, alimentazione di una contrapposizione prima inesistente con i maggioranti d’Europa al fine di poter amplificare la propria presunta audacia e ottenere con ciò carburante per il consenso interno, attraverso l’amplificazione data dagli organi di stampa e informazione nostrani a dichiarazioni del primo ministro che molto spesso la “Bild” o “Le Monde” riportano in minuscoli trafiletti di fondo pagina. Analogamente, ogni iniziativa concreta proposta o effettuata dall’Italia in contrasto anche solo lieve con la corrente dominante nei salotti di Bruxelles, prima ancora di essere valutata criticamente e analiticamente, è sbandierata ed esaltata come la dimostrazione dell’autorevolezza della “nuova Italia”.

Come prevedibile, alla lunga la “politica del jukebox” ha reso insopportabile Renzi ai mostri sacri d’Europa, e tutto ciò è stato reso lampante dalle dichiarazioni di Junker che è arrivato addirittura ad accusare il premier di “vilipendere la Commissione”. L’esplosione del principale esponente dell’establishment è arrivata tuttavia poco dopo una delle poche iniziative concrete e indipendenti di cui si parlava prima, prese dal governo Renzi sulla delicata questione della concessione di fondi alla Turchia per la gestione dell’immigrazione clandestina. Il veto italiano è stato infatti determinante, nella giornata di ieri, per bloccare l’erogazione dei tanto discussi 3 miliardi di euro al governo di Ankara che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbero servire a gestire il mantenimento e l’afflusso dei profughi siriani che a decine di migliaia si riversano ogni mese attraverso le frontiere turche ma che, oggigiorno, sarebbero messi a completa disponibilità di un governo autoritario, fortemente guerrafondaio e altamente repressivo nei confronti delle minoranze etniche (in primis i curdi). Il governo Erdogan ha già diverse volte negli scorsi mesi sfruttato cinicamente la tragedia dei migranti come arma di pressione nei confronti dell’Unione Europea, soprattutto per ottenere una rivalsa nei confronti della Germania della Merkel, a lungo ferma oppositrice dell’ingresso di Ankara nell’Unione e oggi messa tanto in difficoltà dall’incontrollato afflusso di centinaia di migliaia di disperati migranti entro i suoi confini da divenire la principale sponsorizzatrice della “gabella” a Erdogan.

Il governo si è opposto alla decisione di Bruxelles alla luce della disparità di trattamento manifestata nei confronti dell’Italia, che dopo essersi sobbarcata per anni, nell’indifferenza comunitaria, la stragrande maggioranza dei costi economici, sociali e materiali della gestione della tragedia dei profughi si è vista rinfacciare negligenze di varia natura e, addirittura, oggetto di una procedura d’infrazione delle normative europee. Altra questione importante su cui si innestano le dinamiche dei rapporti con la Turchia è quella relativa alla riapertura offerta da Renzi, precedentemente succube su questo campo ai voleri dei partner internazionali, alla Russia di Putin alla luce dei gravi danni economici subiti dall’economia italiana a causa della contrazione dell’export e delle commesse causata dall’imposizione delle assurde sanzioni nei confronti di Mosca. Al Cremlino, sicuramente, la mossa italiana non sarà passata inosservata, ma in ambito europeo rischia di passare come una manifestazione della smania compulsiva di protagonismo di Matteo Renzi, come fanno intuire le parole al veleno di Junker. Nuovamente, l’Italia si trova danneggiata nell’ambito delle relazioni internazionali dalla pochezza umana, ancor prima che politica, dell’uomo che la governa. Il fatto stesso che Renzi abbia considerato sfera di sua esclusiva competenza l’Europa, delegando al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni la vitale questione mediorientale e libica nella quale i maggiori leader internazionali si spendono attivamente in prima persona e in seguito lamentando la scarsa considerazione prestata da questi nei confronti dell’Italia, testimonia la straordinaria influenza che la sua ego ha nella decisione delle scelte politiche. Stefano Feltri rileva, sul “Fatto Quotidiano”, una forte influenza delle prospettive elettorali sul primo ministro per le sue azioni in materia di esteri. Anche mentre propone azioni coraggiose, Renzi dà pugni al jukebox, mettendo le sue considerazioni personali dinnanzi agli interessi del paese, annacquando in tal modo anche la valenza di certe scelte.

Forse, in fondo, il deficit di influenza che caratterizza oggigiorno l’Italia in campo comunitario, rilevata anche da uno dei “padri” dell’Unione Europea come Massimo D’Alema, si può spiegare con la sordità intrinseca dei nostri leader nei confronti delle sottili dinamiche che governano l’elefantiaca burocrazia meccanica di Bruxelles, un’istituzione che negli ultimi anni si è rivelata un forte ostacolo allo sviluppo e alla ripresa del paese, ma nei confronti della quale raramente i governi hanno mostrato effettive capacità di adattamento: le due vie scelte alternativamente, quella della genuflessione più assoluta e quella dello scontro frontale fine a sé stesso, non hanno fatto altro che imbrigliare le aspettative dell’Italia. E, come ha rilevato D’Alema, se Renzi lamenta la scarsa influenza italiana in ambito internazionale deve in primis analizzare con criterio il profondo iato che sussiste, nei fatti, tra le sue parole e le sue azioni. Parole ragionevoli non giustificano azioni irragionevoli, azioni razionali vengono rovinate da dichiarazioni spaccone ed evitabili. Il rischio che Renzi corre, continuando nella sua “politica del jukebox” mirante in fin dei conti a rialzare le prospettive del PD nei sondaggi, è quello già vissuto da Berlusconi che, con la pretesa di “picchiare i pugni sul tavolo” costantemente dilapidò anche iniziative decisamente innovative prese dal suo governo: si pensi alla grande differenza che divide due immagini simboliche come il primo storico vertice NATO-Russia, l’incontro tripartito Bush-Putin-Berlusconi a Pratica di Mare nel 2002, del quale il leader di Forza Italia fu il principale ispiratore, e il deprimente vertice del G20 del 2011 a cui partecipò un Berlusconi isolato dai vari Obama, Sarkozy e Merkel che già prospettavano la sua caduta nel mezzo della tempesta finanziaria. La Storia è maestra, le sue lezioni utili a chi ha orecchie attente: Renzi, assordato dal suo jukebox, per ora non si dimostra certo un alunno modello.