E’ nel momento in cui si iniziano a versare fiumi di inchiostro che spesso, per non dire sempre, si perde il contatto con la realtà o, ancora meglio, lo si fa perdere appositamente ai lettori od a coloro che hanno come unico obiettivo quello di informarsi su un determinato caso; un ‘consumatore di notizie’ odierno, si sa, più viene bombardato di informazioni e più il suo pensiero viene deviato verso le sponde desiderate da chi getta nella mischia le notizie. E’ il caso dell’omicidio di Giulio Regeni; da gennaio ad oggi, tra servizi ed articoli, sulla sorte del ricercatore italiano si è detto di tutto, ma alla fine in sostanza si è più parlato dell’Egitto, del suo presidente e della sua politica, rispetto al caso in sé e per sé. Con uno scatto repentino, i media italiani ed internazionali hanno virato con le loro informazioni dai dettagli della dinamica dell’omicidio, al contesto politico e sociale inerente l’Egitto e la confusione in tal senso ha iniziato a regnare.vSul paese delle Piramidi e sul presidente Al Sisi, è stato detto e continua ad essere detto davvero di tutto: in maniera più o meno veritiera, si presenta l’Egitto come un paese ingabbiato in un regime politico molto duro, con lo spirito della rivolta anti – Mubarak del 2011 di fatto svanito e con la repressione del governo sempre più forte. Il caso Regeni, lo si ancora profondamente a questa descrizione: secondo la ricostruzione mediatica che va per la maggiore, il ricercatore italiano è stato rapito ed ucciso dalle forze di sicurezza egiziane per via dei suoi dossier sulle condizioni del mondo del lavoro nel paese e per presunte simpatie con i sindacati del Cairo, non proprio amici di Al Sisi; le attività di Regeni insomma hanno dato fastidio ed il governo avrebbe optato per la linea dura, da qui la richiesta di verità che si erge tanto dagli stessi media, quanto dal governo italiano, quanto ancora dalle campagne social ‘permeate’ dall’hastag indicante il nome del ricercatore.

Ma al fianco di una sacrosanta richiesta di verità per la brutale morte di un giovane ragazzo di appena 28 anni, si è scatenata una campagna di denigrazione del governo di Al Sisi, a volte sfociata anche in vera e propria disinformazione; il caso Regeni viene paragonato a quello di tanti altri ragazzi scomparsi in Egitto, il cui regime viene dipinto come dispotico ed antidemocratico. Nel confondere l’affare Regeni con quello inerente le condizioni politiche sorte al Cairo in questi ultimi anni, sussiste da parte tanto dei media quanto di molti politici o l’assenza di pragmatismo oppure una palese malafede. D’accordo che il governo di Al Sisi non è certo esemplare in fatto di trasparenza ed è anche lontano dall’essere considerato un esempio da un punto di vista di gestione amministrativa del paese, ma è anche vero che al momento non esistono spazi per compromessi: senza Al Sisi, l’Egitto sprofonda nel caos più totale, chi omette questo rischia di creare danni enormi tanto al paese africano quanto alla stabilità dell’intera regione mediorientale, peraltro già abbondantemente scossa. Per capire il perché di tutto ciò, bisogna ripercorrere la storia recente dell’Egitto: nel 2011, le sirene della cosiddetta ‘primavera araba’ rovesciano Mubarak, costretto a fuggire; l’anno dopo, in quelle che per qualche motivo l’occidente considera le uniche elezioni ‘libere’ egiziane, Morsi conquista la presidenza, portando al potere i Fratelli Musulmani, fino a quando però gli egiziani scendono nuovamente in piazza per la rimozione dello stesso Morsi; nel luglio 2013, interviene l’esercito ed il generale Al Sisi prende il potere, con l’investitura popolare che da lì a qualche mese dà il via ufficiale al suo governo. Dietro tutti questi episodi, c’è il pesante zampino di quello stesso occidente che oggi si arroga il diritto di dare all’Egitto ed agli egiziani lezioni di democrazia, partendo proprio dal caso Regeni.

Se nel 2011 Mubarak, lautamente sostenuto dagli USA (il cui regime non è proprio il migliore esempio di democrazia), è stato lasciato solo dopo la promessa di protezione e quindi costretto ad abbandonare il potere, la scalata alla presidenza di Morsi non è stata esente da aiuti internazionali ricollegabili all’occidente: la Fratellanza Musulmana è finanziata da Qatar e Turchia in primis, strette alleate degli Stati Uniti, inoltre lo stesso Morsi agli emiri qatarioti stava anche per svendere molte compagnie energetiche statali ed in politica estera il suo governo ha apertamente sostenuto l’avanzata dei ‘ribelli’ siriani contro Assad a Damasco. Tutto questo per gli egiziani è risultato insopportabile e lo scontro tra nazionalisti ed islamisti, da sempre acceso all’interno della società, si è fatto molto duro fino al rovesciamento di Morsi, avvenuto per mano dell’esercito ma su forte richiesta della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica egiziana, la stessa che l’anno precedente ha disertato in massa le urne delle elezioni ritenute libere dall’occidente, che hanno incoronato Morsi.

Al Sisi quindi rappresenta la forte ed ampia ala antagonista a quella fratellanza musulmana che in Siria, così come in Libia ed in altre parti del medio oriente, ha contribuito e contribuisce ogni giorno (sotto lauti finanziamenti occidentali) a far avanzare il terrorismo; se l’attuale regime egiziano subisce una pur minima destabilizzazione, la lotta contro la fratellanza musulmana e contro un ISIS sempre più radicato nel Sinai verrebbe messa in discussione. Chi usa la storia di un ragazzo di 28 anni morto torturato al Cairo per richiamare l’attenzione contro Al Sisi, è complice di un’eventuale destabilizzazione tanto egiziana, quanto mediorientale nella sua interezza; è bene inoltre ricordare, che l’attuale governo egiziano è contrario anche ad un intervento militare in Libia, fatto questo che turba non poco le cancellerie occidentali, le quali invece da mesi provano a far risuonare le armi in Cirenaica con più di un occhio buttato sulle raffinerie petrolifere di Ras Lanuf e dintorni. Altro motivo di attrito tra Al Sisi e parte dell’occidente, è il riavvicinamento del Cairo con Mosca; la Russia in questi ultimi anni ha rifornito un esercito, come quello egiziano, che da almeno 30 anni è sempre stato tra i ‘clienti’ più continui dell’industria bellica americana.

Esistono indubbiamente criticità inerenti gli aspetti della gestione del potere da parte di Al Sisi, così come nelle recenti scelte di politica estera che stanno contribuendo ad alimentare proteste anche tra i suoi stessi sostenitori: in particolare, la decisione recente di cedere due isole del Mar Rosso all’Arabia Saudita, in cambio di 20 miliardi di Dollari, ha urtato e non poco il mai sopito e sempre orgoglioso sentimento nazionale egiziano. Tutto questo però, va scisso dal caso Regeni, anche perché se oggi l’Egitto si ritrova a dover scegliere tra un governo autoritario ed il caos più totale con lo spauracchio dei Fratelli Musulmani sempre in agguato, è anche a causa di recenti discutibili decisioni occidentali, le quali hanno contribuito negli anni scorsi a destabilizzare il paese. E’ bene chiedere la verità, tuttavia è bene anche evitare di dar per accertata quella più in voga sui media e che attribuisce responsabilità personali ad Al Sisi ed al suo governo, per via di un’attività non gradita di Giulio Regeni; proprio per via del caos degli ultimi anni, gli apparati di sicurezza egiziani si presentano ad oggi non del tutto controllabili e controllati dalle autorità centrali, tra casi di corruzione e casi di vera e propria ‘dispersione’ decisionale, quindi associare il brutale omicidio del ricercatore al governo del Cairo con il contesto politico egiziano, è operazione azzardata nella migliore delle ipotesi, ma spesso è da ritenere in palese malafede. Strumentalizzare la morte di Regeni per screditare un governo la cui assenza causerebbe il caos in un importante paese come l’Egitto, è operazione da biasimare specie se parte da un pulpito, come quello occidentale, non esente da responsabilità passate ed attuali all’interno del contesto egiziano. Lottare contro il terrorismo è nell’interesse di tutti ed il governo egiziano, pur con le sue tante contraddizioni, lo sta facendo: questa è, già di per se, una sacrosanta verità.