Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Settimana dopo settimana, il Brasile conosce nuovi sviluppi della dura crisi politico-economica che da tempo attanaglia il Paese e a cui il regime change consumatosi dopo l’avvicendamento alla presidenza tra Dilma Rousseff e Michel Temer ha imposto un ulteriore inasprimento. Dal momento in cui un vero e proprio “golpe istituzionale” ha portato all’approvazione dell’impeachment della Rousseff, infatti, Temer ha imposto un’agenda fortemente reazionaria, volta a scardinare i programmi economici e sociali sviluppatisi nel decennio seguito alla vittoria elettorale del Partido dos Trabalhadores (PT) e all’insediamento di Lula alla presidenza a cavallo tra il 2002 e il 2003. La formazione di Temer, il Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB) ruppe la coalizione che lo vedeva legato al Partido dos Trabalhadores nel marzo 2016 per supportare la richiesta di impeachment contro Dilma e catapultare il suo leader ai vertici delle istituzioni sfruttando l’onda lunga dell’inchiesta giudiziaria Lava Jato. Quest’ultima da un lato ha portato allo scoperto l’immenso giro di tangenti su cui si imperniava la relazione tra la politica brasiliana e le grandi imprese operanti nel Paese come Odebrecht e Petrobras, ma dall’altro ha causato un sommovimento tellurico di cui hanno potuto avvantaggiarsi numerose formazioni a loro volta coinvolte a pieno titolo nella corruzione sistemica: 49 dei 61 senatori che hanno votato l’impeachment di Dilma il 31 agosto scorso sono stati oggetto di indagini, mentre decisamente più inquietante e significativo è il coinvolgimento dello stesso Temer.

Come riportato da Jonathan Watts del Guardian, infatti, attorno a Temer si sta stringendo il cerchio delle indagini sul suo diretto coinvolgimento nelle materie oggetto dell’inchiesta Lava Jato, già manifestatosi nel corso del 2016 sotto forma di un’ulteriore richiesta di impeachment presentata nei suoi confronti ma repentinamente affossata su iniziativa del Presidente della Camera dei Deputati Rodrigo Maia. “Temer”, scrive Watts, “è accusato di aver parlato con Joesley Batista”, leader della grande impresa alimentare JBS, “in merito a dei pagamenti in contanti a Eduardo Cunha, ex portavoce della Camera dei Deputati che è stato processato per il suo ruolo nel dilagante scandalo di corruzione riguardante Petrobras”. Stando a quanto riportato nella giornata del 17 maggio dal quotidiano brasiliano O Globo, autore dello scoop che ha inchiodato il Presidente, l’assistente di Temer Rocha Loures avrebbe negoziato una maxi-tangente pari all’equivalente di 160.000 dollari alla settimana per vent’anni in cambio dell’aiuto prestato dal governo a JBS per risolvere delle problematiche di natura commerciale.

Le ripercussioni politiche dell’accusa di corruzione lanciata verso Temer non si sono fatte mancare: forte della tangibilità della prova presentata da O Globo, che l’ha supportata con la pubblicazione di un’intercettazione audio, l’opposizione guidata dal PT ha repentinamente presentato una nuova richiesta di impeachment nei confronti di Temer, come riportato da Daniele Mastrogiacomo su Repubblica. Al contempo, hanno ripreso vigore le contestazioni del movimento Fora Temer e, come segnalato da TeleSur, anche il Presidente della Corte Suprema Carmen Lucia sta valutando l’ipotesi di convocare una sessione straordinaria nelle settimane a venire per discutere dell’espansione dello scandalo. A risultare completamente travolto dalla nuova slavina prodottasi nelle istituzioni brasiliane è stato l’ex candidato socialdemocratico alla presidenza Aecio Neves, sconfitto di stretta misura al ballottaggio da Dilma nel 2014 e sospeso dal suo ruolo di Senatore dal Ministro dalla Corte Suprema stessa il 18 maggio a causa della sua richiesta di una tangente di oltre 500.000 dollari alla JBS.

La notizia dello scandalo JBS, che vede coinvolto il presidente Temer, sui principali network brasiliani

 

L’inquietante scandalo JBS testimonia, una volta di più, l’impresentabilità di larghi settori del mondo politico brasiliano e la natura eminentemente strumentale di numerose accuse mosse in passato a Dilma, ritrovatasi rimossa dall’incarico dall’onda lunga di Lava Jato senza risultare, al tempo stesso, direttamente indagata. Il fatto che Neves, Cunha e Temer siano stati i principali manovratori della procedura di impeachment contro la Rousseff risulta tanto più sconcertante quanto più vengono in emersione le prove della malafede di coloro che hanno architettato il “golpe bianco” istituzionale con cui il Brasile è stato consegnato a forze reazionarie, desiderose di smantellare un quindicennio di importanti riforme per sostituirle coi dogmi mercantilistici neoliberisti. Come ricordato da Glen Greenwald sul The Intercept, fondamentalmente l’opposizione di Dilma alla svolta neoliberista auspicata da Temer è stata la causa scatenante che ha visto l’allora vicepresidente avviare, in maniera sotterranea, le manovre sotterranee che hanno condotto, con il sostegno di buona parte dei corporate media brasiliani, all’avvicendamento tra i due.

Il popolo brasiliano non ha tardato a comprendere il vero volto di Michel Temer, oggi accreditato di un tasso di approvazione pari al 13%: mossa dopo mossa, la “controrivoluzione” del Presidente lo ha progressivamente screditato di fronte all’opinione pubblica che attendeva la fine della stringente crisi economica attanagliante da circa tre anni il gigante brasiliano. Paradigmatica dell’azione di Temer è stata la proposta di riforma del mercato del lavoro, improntata sulla ricerca di “flessibilità” e particolarmente criticata per i suoi interventi in materia di pensioni: come riportato da Almanacco Latinoamericano, infatti, la riforma prevede l’obbligo per i cittadini brasiliani di lavorare fino a 65 anni (62 per le donne), età decisamente superiore rispetto ai 54 anni previsti dalla legge attuale. L’approvazione da parte della Camera dei Deputati del disegno di legge ha portato, il 28 aprile scorso, al più grande sciopero degli ultimi vent’anni, nel corso del quale le due sigle principali, la CUT e Forca Sindacal, hanno marciato fianco a fianco in opposizione al governo Temer, screditatosi sul piano concreto prima ancora che in sede giudiziaria.

Le proteste contro Temer nelle principali città brasiliane

In caso di destituzione di Temer, il Brasile conoscerebbe un ulteriore rinfocolamento della crisi istituzionale più grave della sua storia: la somma tra la delegittimazione delle forze politiche, la natura strumentale di numerose inchieste giudiziarie, le turbolenze sociali e la recessione economica rischia di essere un completo sdoganamento del caos in un Paese che, solo pochi anni fa, sembrava essere destinato a diventare uno dei protagonisti della geopolitica del XXI secolo e, al contrario, è entrato in piena difficoltà proprio negli anni in cui erano stati programmati i grandi eventi (come i Mondiali di calcio e le Olimpiadi) che avrebbero dovuto certificare la sua proiezione planetaria. L’assalto giudiziario condotto a Lula, che in queste settimane affronta un contestatissimo processo di corruzione, di cui chi scrive ha parlato in un articolo su Gli Occhi della Guerra, testimonia il livello di scadimento dei meccanismi di potere brasiliani: Lula rischia di vedere la sua corsa verso l’elezione presidenziale del 2018 frenata o addirittura sabotata dal tiro incrociato di determinati settori della magistratura, a cui si è unito lo stesso Sergio Moro, e di un sistema mediatico a lui fortemente ostile. È ancora presto per capire l’evoluzione di quello che è stato definito il “processo del secolo”, ma è chiaro che il suo esito condizionerà in profondità i futuri sviluppi del mondo politico brasiliano: il ritorno di Lula potrebbe rappresentare, in ultima istanza, proprio l’occasione decisiva per consentire al Brasile di svoltare e riprendere la marcia verso il progresso che il leader del Partido dos Trabalhadores (PT) ha avviato nel 2003.