Questo mercoledì il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è atterrato nell’aeroporto di Nur Khan, a Rawalpindi, per passare due giorni in quello che per la Turchia, per diverse ragioni, è un paese strategico di primaria importanza. Il Sultano è sbarcato in Pakistan accompagnato dalla moglie e da un entourage molto numeroso composto da ministri, alti funzionari e membri della comunità commerciale turca, tutti accolti appena usciti dal velivolo presidenziale dal primo ministro Nawaz Sharif, da Kulsoon Nawaz, Maryam Nawaz e dal primo ministro del Punjab Shahbaz Sharif. Ad Erdogan, non appena scese le scalette dell’aereo, è stato donato un mazzo di fiori.

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Erdogan con il primo ministro pakistano Nawaz Sharif

Nella conferenza stampa svolta nella giornata di ieri, Erdogan e Sharif si sono confrontati su un ampio spettro di temi: prima di tutto il primo ministro pakistano ha tenuto a ringraziare la Turchia per il supporto dimostrato nel tentativo, poi portato a termine con successo, di far entrare il Pakistan nel Gruppo dei Fornitori Nucleari; fattore che ha permesso al paese di acquisire un peso assai più rilevante nello scenario internazionale. Poi il presidente turco ha voluto porre l’accento su ciò che sta accadendo nella regione del Kashmir – contesa tra India e Pakistan ma in minima parte anche dalla Cina – i cui cittadini sono quotidianamente vittime di crimini di guerra. “Non possiamo più rimanere a guardare mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle soffrono ogni giorno. Questa situazione non può più essere ignorata.” A questo punto Erdogan ha auspicato l’intervento delle Nazioni Unite per valutare eventuali crimini di guerra e per cercare una soluzione al contenzioso secondo il rispetto delle risoluzioni Onu. Ma una volta finito di parlare degli argomenti che stanno più a cuore al governo pakistano e dopo aver invocato l’aiuto delle Nazioni Unite cercando di ergersi, in questo modo, ad una sorta di ambasciatore di pace – titolo che gli si addice molto poco – il presidente turco ha cominciato a parlare di ciò che veramente gli interessa. Erdogan ha detto che lui e il suo paese stanno cercando di avvertire tutti gli stati che gli sono più vicini per proteggersi da quella che viene da lui chiamata “Feto” – ovvero per la Turchia un’organizzazione terroristica guidata da Fethullah Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti, più precisamente in Pennsilvanya e che, secondo il presidente neo-ottomano, avrebbe organizzato il tentato golpe del 15 luglio di quest’anno. L’accusa di Erdogan continua: “I membri dell’organizzazione terroristica guidata da Gulen hanno cercato di infiltrarsi nell’esercito, nelle forze di polizia e nel sistema giudiziario. Inoltre bisogna tenere in considerazione che tutti gli attacchi ricevuti durante il tentato golpe sono stati eseguiti utilizzando i soldi delle tasse pagate dai cittadini. Hanno bombardato l’assemblea nazionale turca, il complesso presidenziale, i quartier generali delle forze speciali. Hanno bombardato perfino i civili. Ma la nostra nazione ha saputo riprendersi la sua indipendenza e la sua democrazia.” Un’affermazione che stride non poco considerando che, anche oggi, sono stati arrestati altri 73 accademici accusati di aver supportato il tentativo di colpo di stato.

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Fethullah Gulen

Il lungo discorso di Erdogan è servito solo a legittimare ciò che succederà entro il 20 di novembre. Entro questa data infatti il governo turco e quello pakistano hanno preso una decisione non indifferente: ovvero hanno confermato la volontà di espellere tutti i membri del network universitario PakTurk – gruppo di cooperazione allo studio di molte università legate a doppio filo ad Ankara e Islamabad – accusati di supportare e di insegnare la dottrina promossa da Fethullah Gulen: “Questa organizzazione non troverà più rifugio in Pakistan.” Erdogan ha poi incalzato dicendo che il network terroristico ‘Feto’ si muove oggi in più di 120 paesi. Infine, ha criticato Al Qaeda e Daesh come nemici del mondo musulmano, parlando però della necessità di un progresso di ‘matrice islamica’ per combattere chiunque sia un pericolo per il ‘nostro futuro’. Qui inteso, il futuro del mondo musulmano. Dal 2009, anno in cui è nato il Consiglio per la Cooperazione strategica tra Turchia e Pakistan, i rapporti tra i due paesi sono notevolmente migliorati anche grazie alla firma di ben 51 accordi bilaterali. Molte borse di studio per cittadini pakistani arrivano dalla Turchia, quindi il sistema scolastico è fortemente dipendente dalla volontà del governo di Ankara. Erdogan e Nawaz si sono salutati augurando un progressivo e continuo miglioramento dei rapporti tra i loro due paesi, ma non solo. L’ultima battuta, che a noi occidentali ricorda più una minaccia, è stata pronunciata dal presidente turco:

“La nostra relazione diventerà parte di un progetto ancor più strategico.”