Ne ha parlato più volte recentemente, il buon Renzi, prima a Venezia, poi in America Latina dove è in visita. Lo nomina con disinvoltura quasi fosse un termine dal significato scontato, o, e forse peggio ancora, quasi a voler utilizzare un po’ di latinorum, un gergo tecnico che “suona bene” ma che in definitiva risulta del tutto oscuro al grande pubblico. Il cosìdetto soft-power viene evocato dal nostro Primo Ministro prima per la cultura, poi per l’Enel in Cile; ma cos’è? Senza ricorrere a definizioni accademiche, possiamo dire che il potere di uno stato ha due facce: l’hard power e il soft power. Il primo fa riferimento alla capacità di un certo stato di poter incidere sulle relazioni internazionali e sui comportamenti di altri stati o realtà sovranazionali attraverso la minaccia o l’attuazione di sanzioni / ricompense (es. economiche) o di violenza diretta (es. militare); questo primo elemento è ovviamente il più dispendioso per uno stato che si trovi nell’evenienza di dar seguito a una minaccia onde ottenere un certo risultato. Il soft power invece è tutto quell’insieme di fattori culturali, valori, influenze politiche attraverso cui uno questi può incidere sulle scelte di altri soggetti statali per perseguire strategie e interessi propri senza dover ricorrere all’uso della forza. A titolo di esempio, due grandi maestri internazionali del soft power sono Stati Uniti e Russia: per i primi questo concetto può essere sintetizzato nella formula “American way of life” (individualismo sociale, liberalismo etico e politico, consumismo) che tutti noi conosciamo bene; la Russia basa invece la sua forza di attrazione su “Russkiy Mir” (“Il mondo russo”) che trova nella lingua russa, nel cristianesimo ortodosso e nell’elemento etnico slavo i suoi punti di forza.

E l’Italia? Bè, Renzi ci prova a buttarla là: dice che il potenziale italiano in quanto a capacità persuasiva risiede nella sua cultura e nell’imprenditoria italiana all’estero. Purtroppo per noi, coglie solo in parte la realtà, ma non potrebbe essere altrimenti. E’ certamente vero che la cultura italiana, così come la sua storia ricchissima di tradizioni, sono un punto a favore per il nostro Paese, ben noto all’estero. E’ altresì vero che il “made in Italy” come certificazione di qualità in vari ambiti della produzione industriale è ormai probabilmente più noto dell’Italia stessa. Quello che Renzi non dice però è che il Belpaese manca completamente di appeal politico, e non riesce a far fruttare appieno altri elementi unici e assolutamente non trascurabili: l’Italia, ad esempio, si trova al centro storico e geografico della vecchia Europa latina, dove i popoli neolatini vanno dal Portogallo alla Romania coprendo quella fascia di Europa meridionale perennemente messa al banco degli imputati da un’Unione Europea fortemente influenzata dalla mentalità dei Paesi settentrionali e continentali, e dai media conniventi che hanno coniato apposta per noi ultimi della classe quella poco amorevole sigla di PIIGS (con l’ovvia eccezione dell’Irlanda). Eppure nulla si smuove nella coscienza degli europei meridionali, nulla che possa rimarcare un’origine culturale comune almeno come base per poter cambiare i rapporti di forza all’interno dell’UE. Nulla, anzi lo stesso Renzi si sbraccia per dire che finalmente a Bruxelles non andiamo più a prendere lezioni e che non siamo gli ultimi della classe. La mancanza di solidarietà tra i Paesi neolatini a fronte di una egemonia germanica incontrastata – certificata peraltro dalla rivista Monocle che nella sua classifica “Soft Power Survey” mette Germania e Regno Unito ai primi due posti – è senza dubbio un punto di debolezza in primis per l’Italia.

Ma non solo questo, l’Italia – perlomeno quella istituzionale – fa di tutto per liberarsi del peso di un’eredità preziosa coma quella cristiana, col suo patrimonio di Fede, cultura, diritto e dottrina sociale. Si sforza di seguire le correnti che vanno per la maggiore a livello sovranazionale europeo senza capire ad esempio, che il fatto di non aver introdotto il tanto elogiato “matrimonio” omosessuale ci ha guadagnato un rapporto privilegiato nell’adozione di bambini con un partner internazionale di primo rilievo come la Russia. Latinità per la cultura ed il cristianesimo per il profilo etico non sono le uniche risorse sprecate: come faceva notare in un’intervista di qualche tempo fa il professore di Relazioni Internazionali della LUISS Raffaele Marchetti a “L’Indro”, il nostro Paese ha a disposizione tantissime comunità di italiani all’estero, che lui stima come quantitativamente pari alla popolazione residente in Italia, le quali non sono spesso considerate nell’ambito politico se non in periodo elettorale; il prof. Marchetti ricorda altresì il prestigio di cui gode l’Italia nel mondo arabo e della sua posizione geostretegica nel Mediterraneo. Bisognerebbe chiedersi quanto credito ancora possiamo vantare presso il mondo arabo dopo il sostegno dato alla distruzione della Libia nel 2011, un atto di vero autolesionismo politico che ci porta dritti alla questione centrale e al contempo conclusiva di questo breve excursus: il soft power italiano c’è, potrebbe essere molto più forte se si promuovessero ulteriori aspetti della nostra storia e cultura, ma cosa ce ne faremmo, se non abbiamo una visione politica e strategica nuova, indipendente da perseguire? A cosa serve l’utilizzo, anche intelligente, del soft power per influenzare altri Paesi, se l’Italia stessa è passivamente soggetta al soft power degli Stati Uniti, della NATO e dell’Unione Europea e non sa o non vuole promuovere i suoi propri interessi?