Quando i popoli europei possono scegliere, tendenzialmente scelgono diversamente dai loro rappresentanti. Quello che per molti analisti e politici dovrebbe essere un’eccezione alla regola che vorrebbe la democrazia rappresentativa fondarsi, appunto, sull’idea che coloro che ricevono un mandato dai propri cittadini li rappresentino pienamente, oggi sembra quasi sempre più una realtà costante cui prima o poi le istituzioni europee, centri o periferiche, nazionali o sovranazionali, dovranno fare conti. Perché è inutile nascondersi dietro il concetto (orrendo) di “voto di pancia” o dietro quello (ancora più orrendo) di “populismo”, senza poi cercare di scandagliare le vere esigenze e idee che animano il popolo che si governa. Oggi c’è una costante: i popoli europei, se lasciati votare, votano contro il sistema europeo, almeno contro quello deciso a tavolino nelle fredde stanze di Bruxelles, Strasburgo o Francoforte; dal canto loro, i rappresentanti di questi popoli europei sembrano impermeabili alle scelte dei loro rappresentati, più impegnati in capire come delegittimarli piuttosto che a comprendere i meccanismo umani, prima ancora politici, che formano il sentimento popolare di malcontento serpeggiante.

Il referendum olandese di pochi giorni fa è un segnale inequivocabile di questa indiscutibile tendenza euroescettica che anima gli elettori degli ultimi anni. Un campanello d’allarme per molti. Un segnale di riscossa per molti altri. E, va detto, non soltanto rappresenta il senso di sfiducia e di opposizione alle politiche dell’Unione Europea, ma lancia anche un segnale molto più profondo e anche molto più importante per certi versi: cioè quello della profonda saggezza dell’elettorato olandese in campo europeo, a dimostrazione di come un’informazione non di parte e non filtrata dalla stampa occidentalista possa poi condurre il popolo a scegliere secondo le proprie idee e non secondo le idee delle cancellerie. Perché soltanto l’idea che due milioni e mezzo di cittadini olandesi vadano a votare “NO” ad un referendum sull’accordo di partecipazione economica con l’Ucraina, dimostra che, se condotto a partecipare, il popolo europeo (in questo caso olandese) non è esattamente affine al mainstream dell’UE. Non soltanto si è contrapposto ad un accordo che di fatto conduceva l’Ucraina a rapporti privilegiati con l’Olanda e che dava un segnale in senso di ulteriore apertura dell’Europa all’Ucraina di Piazza Maidan. Ma è anche un segnale di come molti cittadini europei non vedano di buon occhio la politica europea antirussa e filoucraina, alla luce anche dell’immagine che Mosca sta dando di sé in Europa.

Oggi l’euroscetticismo va di pari passo con un sentimento pro-Russia che l’Europa non può sottostimare. Non può sottostimarlo soprattutto perché è sempre più evidente e sempre più destabilizzante per la stessa credibilità delle istituzioni europee e dei suoi funzionari, con una fiducia popolare ridotta al lumicino. Ed anche se a questo referendum brindano soprattutto le estreme destre che hanno contribuito al buon esito della consultazione elettorale, sono gli euroscettici di tutta l’Unione a vedere con molta attenzione questo referendum, soprattutto nel Regno Unito. Perché il prossimo referendum sull’Europa non sarà su un accordo bilaterale, ma riguarderà lo scenario ben più “rivoluzionario” del cosiddetto Brexit. E l’euroscetticismo di Londra non è solo quello di Farage o dei tanti movimenti che animano il sentimento isolazionista di Londra, ma anche di quella parte del conservatorismo inglese mai del tutto convinta dal Continente. Se non si può parlare di referendum rivoluzionario in Olanda, sicuramente può essere considerato un piccolo cavallo di Troia in grado di aprire un varco nella miopia di Bruxelles. Il popolo europeo non è contro l’Europa, ma contro questa Unione. E tutte le volte che viene dato il diritto di voto, con buona pace dei burocrati e della tecnofinanza, l’Europa trema. Già solo questo timore basterebbe per far crollare il castello di carta targato UE.