Dovevano aver pensato a uno scherzo, sentendo la proposta dell’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton. Eppure lei, la futura candidata alla Presidenza degli Stati Uniti, non scherzava affatto. Alle risate dei presenti era seguito un imbarazzato silenzio. La soluzione all’annoso dossier Wikileaks era davanti ai loro occhi, più semplice e rapida di ogni altra opzione: uccidere Julian Assange con un attacco aereo di precisione, un drone strike. L’episodio risale, secondo Russia Today, al 23 Novembre 2010, in occasione di una riunione del Dipartimento di Stato in cui si cercava di studiare contromisure adeguate nei confronti di Assange e del suo sito, che avevano già esposto segreti compromettenti riguardanti la Guerra in Iraq e Afghanistan. Il Segretario di Stato era stato messo sotto pressione dalla Casa Bianca e da alcuni governi stranieri per “silenziare” Wikileaks. Tant’è che solo cinque giorni dopo il sito aveva regalato all’opinione pubblica mondiale i file del cosiddetto “Cable Gate”.

L’incauta voce della dissidenza, d’altronde, era agli occhi della Clinton un bersaglio relativamente facile, che si muoveva a piede libero e senza protezione, quasi fosse noncurante delle tutto sommato prevedibili ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La domanda doveva esserle sorta in un modo tanto banale, quanto lo era la soluzione stessa al problema: perché non sbarazzarsi fisicamente di questo dannato Assange? Fa sorridere la nauseante retorica della superiorità morale e della trasparenza politica propria dei Democratici d’oltreoceano (ma non solo), se messa a confronto con l’impietosa realtà dei fatti. “Screditare l’avversario, se possibile – eliminarlo fisicamente, se necessario” . Questo sembra essere il modus operandi della candidata aspirante alla Presidenza, stando a quanto emerge di volta in volta dagli oscuri armadi della Clinton. “We came, we saw, he died”, ghignava sempre lei, il giorno in cui, nel bel mezzo di un’intervista, venne a conoscenza della barbara esecuzione di Muammar Gheddafi da parte dei guerriglieri islamisti libici protetti dai Tomahawk dell’aeronautica NATO.

Anche in quel caso, in un certo senso, si trattava di una voce dissidente. Gheddafi sognava un destino diverso per i popoli africani, ardiva di spezzare le catene della sudditanza economico-finanziaria all’Occidente di quello sfortunato continente e, soprattutto, proporre un modello politico e di sviluppo alternativo; ed è noto che lo sciagurato Obama, già allora anatra zoppa in sella alla Casa Bianca, pur optando per un ruolo di secondo piano per gli Stati Uniti nel quadro dell’aggressione (“leading from behind”), si sia fatto influenzare dal falco Hillary nella decisione ultima di giungere al redde rationem con Gheddafi. Chi lo sa, se quella fosse stata tanto determinata quanto in occasione dell’apocalisse libica, magari anche Julian Assange a quest’ora sarebbe in compagnia del Colonnello a coordinare dall’aldilà l’asse della Resistenza di cui parla spesso la Guida Suprema, ayatollah Khamenei. Ad oggi la candidata democratica tutto sembra, meno che una figura politica legittimata a fregiarsi di questa presunta superiorità morale cui si è accennato, se è vero – come è vero – che c’è ben poco di morale nel ventilare l’assassinio di un dissidente politico per risolvere un problema di immagine e credibilità di fronte all’opinione pubblica, per quanto compromettente questo possa essere. Non, per lo meno, per gli standard liberal-democratici di cui il pomposo e autoreferenziale establishment occidentale si erge a garante.

E invero neanche la trasparenza pare essere una prerogativa della Clinton, visti i contorni torbidi che ha assunto l’episodio del suo recente malore in campagna elettorale – per non stare a richiamare lo scandalo “mailgate”. Al contrario, tra le azioni spregiudicate del suo recente passato da Segretario di Stato e le sprezzanti dichiarazioni nei confronti del suo contendente alla Presidenza Donald Trump, Hillary Clinton pare essere l’umana rappresentazione del crepuscolo americano e occidentale. E’ l’emblema di un impero al tramonto, una belva ferita che, messa sempre più alle strette da un numero incalzante di sfide e criticità, si dimostra pronta a tutto pur di scongiurare un’inesorabile sconfitta. I toni dello scontro si alzano, la repressione del dissenso è man mano più palese e brutale, la maschera viene gettata in terra. Clinton, la democratica Hillary, non potrebbe incarnare meglio lo spirito di questo tempo.