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E’ la seconda macroregione al mondo con più investimenti esteri effettuati al suo interno negli ultimi 15 anni, è la zona dove è nata la civiltà occidentale ed al tempo stesso dove occidente ed oriente si incontrano e si guardano, a volte con sospetto ed altre volte con reciproca meraviglia: è il Mediterraneo, è il ‘mare nostrum’, è un’area importante tanto che per il suo controllo eserciti e popoli interi di diversi secoli hanno duellato militarmente e culturalmente e non hanno fatto eccezione, in questa gara per accaparrarsi il predominio dello specchio d’acqua più storicamente ‘caldo’ di sempre, le potenze del XX e XXI secolo, persino quelle i cui territori sono bagnati da oceani ben lontani dalle nostre coste. Non è quindi sorprendente constatare che l’onda lunga delle elezioni statunitensi faccia sentire i suoi effetti anche nelle acque del Mediterraneo; nei paesi che si affacciano sul mare condiviso da Europa, Africa ed Asia, gli USA hanno installato dopo la seconda guerra mondiale decine di basi militari, basi navali e basi aeree, da Washington sono partiti finanziamenti e carichi di armi verso paesi coinvolti nello scontro con l’URSS prima e nei piani statunitensi post 11 settembre. E’ quindi legittimo chiedersi cosa cambierà adesso con l’elezione di Trump nei rapporti tra USA e mondo mediterraneo; in primo luogo, è bene partire dalle certezze: in questo caso, la certezza più grande ed importante è costituita dal fatto che nelle recenti consultazioni americane ha perso una candidata le cui azioni nel Mediterraneo hanno già fatto sentire i propri pesanti effetti. Non c’è personaggio politico al mondo, come Hillary Clinton, che non abbia delle responsabilità in molti degli avvenimenti storici avvenuti nel mare nostrum negli ultimi 20 anni; l’elenco è davvero lungo: nel 1999 era solo first lady quando il marito Bill decise di attaccare Belgrado e quindi di far fuori l’ultimo avamposto non fedele alla NATO rimasto sulla costa dell’Adriatico, ma la stessa Hillary nei vari media in quei mesi ha difeso l’uso della forza per ‘ragioni umanitarie’; nel 2003, questa volta da Senatrice, è stata favorevole al conflitto in Iraq, il quale ha poi avuto conseguenze anche nel Mediterraneo tra diffusione del terrorismo, instabilità della regione e crisi migratorie. Ma i danni maggiori la candidata sconfitta dal tycoon newyorkese li ha prodotti in veste di Segretario di Stato, carica che ha mantenuto lungo tutta la prima legislatura di Barack Obama dal 2008 al 2012; da capo della diplomazia di Washington Hillary Clinton ha avallato i ‘regime change’ seguiti alle ‘primavere arabe’, ha dato il via libera al sostegno dei ‘ribelli’ in Libia ed in Siria, favorendo quindi il rafforzamento della Fratellanza Musulmana nella regione e distruggendo di fatto i due paesi sopra citati, con le conseguenze che ben si conoscono in tutto l’arco del Mediterraneo. Non solo, ma la Clinton assieme al presidente Obama ha anche appoggiato una politica di armamento di gruppi quali, tra tutti, Al Nusra (ossia la filiale siriana di Al Qaeda) ed ha stretto forti alleanze con gli stati del golfo (Arabia Saudita in testa) che in quel momento hanno lautamente foraggiato la crescita e la diffusione dell’ISIS tra Siria ed Iraq. Non contenta, l’allora segretario di Stato è apparsa ben sorridente in tv quando ha annunciato la morte di Gheddafi: ‘Siamo venuti, lo abbiamo visto e sì, lui è morto’, così si è pronunciata in quel 21 ottobre 2011 alla conduttrice che la stava intervistando, non mancando anche di mostrare un gran sorriso di soddisfazione.

Il Mediterraneo quindi, con l’elezione di martedì scorso, si è liberato di una protagonista assoluta in fatto di destabilizzazioni e guerre, questa è una certezza oggettiva da cui poter ripartire per cercare di capire adesso cosa potersi attendere; nell’immediato, il dossier più delicato che dovrà affrontare Donald Trump sarà senza dubbio quello siriano e da lì potrebbero arrivare numerose risposte a quello che potrebbe rappresentare il nuovo corso dei rapporti tra USA e Mediterraneo. In particolare, il futuro presidente statunitense ha sempre parlato della necessità di allearsi con la Russia di Putin per sconfiggere il comune nemico rappresentato dal terrorismo in medio oriente; se davvero Mosca e Washington intendono riaprire una nuova stagione del loro rapporto bilaterale, la guerra civile siriana sarà in cima alle agende negli incontri ed un’eventuale convergenza su alcuni dei nodi non sciolti durante l’amministrazione Obama (la permanenza di Assad a Damasco in primo luogo), porterebbe a maggiori possibilità di una soluzione diplomatica del conflitto. Di certo anche il futuro presidente USA non vorrà lasciare interamente il raggio d’azione alla Russia, la quale però potrebbe avere meno ostacoli nel sostenere l’attuale leadership siriana tanto politicamente quanto militarmente; più probabile comunque, che una futura intesa tra Cremlino e Casa Bianca sulla Siria, riguardi la spartizione del paese in distinte aree di interesse: in cambio della permanenza della laica Repubblica Araba Siriana, potrebbe cambiare l’impostazione istituzionale del paese per favorire la nascita di aree più autonome con Russia ed USA garanti di questo nuovo equilibrio, il cui fine ultimo è quello di sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico.

Ma oltre la Siria, Donald Trump si ritroverà sulla scrivania numerose questioni inerenti il Mediterraneo: la Turchia di Erdogan, i rapporti con l’Autorità Nazionale Palestinese alla luce dell’intenzione di spostare la sede diplomatica USA da Tel Aviv a Gerusalemme, la Libia, sono solo alcuni degli scenari più importanti che il futuro presidente dovrà affrontare, con sullo sfondo anche i rapporti con Arabia Saudita ed Iran, i quali potrebbero incidere significativamente su ognuna delle questioni sopra citate. Da capire anche quale sarà il nuovo approccio degli USA con la NATO: in campagna elettorale, Trump ha spesso sostenuto l’insostenibilità economica dell’alleanza atlantica, non limitandosi ad invitare gli europei a contribuire maggiormente per la stabilità dell’organizzazione (Washington paga l’80% dell’intero budget) ma affermando anche esplicitamente la possibilità di farne a meno vista l’intenzione di avere buoni rapporti con la Russia. Spettatrice interessata in tal senso, è la più grande isola del Mediterraneo: in Sicilia vi è la base di Sigonella, da dove partono la maggior parte dei droni americani, inoltre pochi giorni fa è stato attivato il MUOS di Niscemi, un complesso di tre enormi antenne che, oltre a danneggiare irrimediabilmente uno dei panorami siciliani più belli quale quello del bosco della Sughereta, è anche uno degli strumenti di cui si avvale adesso l’esercito USA (e la NATO) per avere maggiori comunicazioni e maggiore controllo nell’area del Mediterraneo. L’isola quindi, dal dopoguerra, ha versato un contributo in termini politici ed ambientali (oltre che di sicurezza) enorme per essere nei fatti colonizzata dagli USA vista la sua posizione strategica; la Sicilia, potrebbe trarre giovamento da una minore pressione statunitense se davvero il nuovo corso di Donald Trump premesse per un ridimensionamento dell’alleanza atlantica e della stessa sua presenza nel Mediterraneo.

Il MUOS di Niscemi, simbolo più recente della massiccia presenza USA in Sicilia

Il MUOS di Niscemi, simbolo più recente della massiccia presenza USA in Sicilia

Sono solo supposizioni, basate su quanto ascoltato in campagna elettorale, ma di fatto l’area mediterranea potrebbe in effetti assistere a non pochi movimenti dopo l’esito delle elezioni di martedì; di base, si può solo affermare con certezza che in ogni caso le acque del Mediterraneo continueranno ad essere importanti per il lento e fluido scorrere della storia, anche in questo breve scorcio di inizio del terzo millennio.