Russia Unita, il partito del presidente Putin, fa il pieno alle elezioni amministrative aggiudicandosi 343 su 500 seggi disponibili alla Camera bassa del Parlamento. Una vittoria schiacciante, a maggior ragione considerando che i partiti d’opposizione, pur attestandosi vicinissimi al risultato di cinque anni fa, limano verso il basso la loro percentuale: il secondo partito della Duma è ancora il Partito Comunista della Federazione Russa con 42 eletti; seguito dal Partito Liberal-democratico (39); Russia Giusta (23), mentre Rodina, Piattaforma Civica e l’indipendente Vladislau Reznik ne conquistano uno a testa.

Certo, se la bassa affluenza – intorno al 48% – potrebbe essere un campanello d’allarme in vista delle presidenziali dell’anno prossimo; è sicuramente una campana a morto per la cosiddetta opposizione liberale filo-occidentale che, non solo non è riuscita a coalizzarsi insieme, ma neppure a superare le soglie di sbarramento. Né Forza Civile, né tantomeno Parnas – tanto famoso in Occidente perché Boris Nemtsov ne fu per anni vicepresidente – e neppure Yabloko, che si pongono apertamente come forze anti-Putin sono riusciti a far entrare un solo eletto alla Duma. Altri sono i veri partiti di opposizione che si scontrano con il governo e nessuno di loro propugna tesi di stampo liberale: i comunisti di Zjuganov propongono infatti la nazionalizzazione di tutte le risorse e i settori chiave del Paese, un sistema di tassazione progressivo e sono apertamente contro le unioni omosessuali; il Partito Liberal-democratico di Zhirinovskij, a dispetto del nome, ha come programma il ritorno a una economia statalista, è fortemente antiamericano e simpatizza per il Front National; e infine Russia Giusta propone la nazionalizzazione del sistema bancario e fa parte dell’Internazionale Socialista.

Questa è da anni l’unica vera opposizione alla coppia Putin-Medvedev e il fatto che abbiano perduto qualche seggio a vantaggio di Russia Unita sta a dimostrare che, nonostante le sanzioni e il momento complicato per l’economia del Paese, la stragrande maggioranza degli elettori ritenga comunque l’operato del presidente la miglior forma di governo possibile. Questi dati inoltre dovrebbero far comprendere alla maggioranza degli opinionisti occidentali, che ritengono la democrazia russa autoritaria e non pienamente compiuta, come un eventuale cambio ai vertici dello Stato non consegnerebbe il Cremlino a quei liberali tanto da loro incensati (quanto visti con sospetto in patria) ma, al contrario, darebbe il potere nelle mani di politici assai meno accomodanti e maggiormente anti-occidentali, aggravando il conflitto latente con la Nato e le sue varie forme politiche. Nonostante le proteste delle opposizioni rimaste fuori dal Parlamento che denuncino timidamente brogli, a capo della commissione elettorale è stata messa Ella Pamfilova – figura imparziale ed ex garante per i Diritti umani – che ha ammesso come le elezioni si siano svolte correttamente e siano valide in tutti i collegi uninominali, anche se con qualche irregolarità.

La bassa affluenza si è concentrata nelle grandi città – a Mosca ha votato solo il 35,18% degli aventi diritto -, chiaro segnale di come la classe media più esterofila abbia preferito disertare le urne piuttosto che riporre le loro speranze in quei politici che guardano all’Ovest come modello; ma non, come in molti hanno scritto per protesta o perché disillusi dal risultato finale, ma proprio a causa dello stato moribondo della UE, dalla sua gestione scellerata delle vicende libiche e siriane, oltre che dal disastroso stato in cui versa l’Ucraina post-Maidan. D’altronde quanti europei preferirebbero poter votare Putin piuttosto che un Hollande, una Merkel o un Renzi?