Un Kalashnikov: è stato questo il regalo di Putin al presidente egiziano Al Sisi, in occasione del suo viaggio in Egitto del 9 e 10 febbraio. Un dono che scandalizza l’occidente tanto quanto lusinga lusinga lo spirito arabo, simboleggiando l’intesa raggiunta dai due paesi sul piano delle forniture di armi. Si è parlato anche della costruzione di una centrale nucleare russa in Egitto e dell’ambizione di Mosca di attrarre il Cairo verso l’Unione Eurasiatica. Contatti (e contratti) fondamentali per il “nuovo Zar”, stretto tra sanzioni e difficoltà economiche a livello interno. Un attivismo che parte da lontano: Putin stato sempre in prima fila nell’appoggio ai militari egiziani, mentre nell’anno appena trascorso numerose sono state le missioni diplomatiche, quasi sempre intelligenti e fruttuose. Israele e America Latina su tutte. Insieme ad Assad, Al Sisi costituisce il perno della strategia mediorientale e del sistema di alleanze di Putin. Uomini politici che condividono la strenua opposizione all’estremismo islamico. In Russia, fermo restando il rispetto verso la libertà religiosa, non sono mai andati per il sottile nei confronti delle formazioni radicali: le frequenti operazioni militari in Kabardino-Balkaria, Cecenia e Daghestan stanno li a testimoniarlo.

Al Sisi ha mostrato un pugno duro ancor più notevole, contro i Fratelli Musulmani prima di tutto. Sin dalla presa del potere ai danni di Morsi, condanne e repressioni sono state frequenti, e la Fratellanza è tornata fuori legge. L’atto più eclatante a livello simbolico è stato celebrato poco più di un mese fa, con il discorso del premier davanti agli imam dell’Università al Azhnar al Cairo: «È inconcepibile che la dottrina da noi considerata maggiormente sacra faccia in modo che l’intera Umma (la comunità islamica, ndr) sia una fonte di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzione per il resto del mondo. Questa dottrina – non sto dicendo religione, ma dottrina – questo corpus di testi e di idee che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che prendere le distanze da esse è diventato quasi impossibile, si sta inimicando il mondo intero. Si sta inimicando il mondo intero! (…). È mai possibile che un miliardo e seicento milioni di persone possano pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei sette miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile. Sto pronunciando queste parole qui, ad al Azhar, davanti a questa assemblea di studiosi e di ulema, e quello che vi sto dicendo non lo potete comprendere se rimanete intrappolati all’interno di questa prospettiva mentale». E ancora: «Avete bisogno di uscire al di fuori di voi stessi, in modo da essere in grado di osservare e riflettere da una prospettiva più illuminata. Lo dico e lo ripeto nuovamente. Abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Voi, imam, siete responsabili di fronte ad Allah. Il mondo intero, ribadisco, il mondo intero sta aspettando il vostro prossimo passo, perché la Umma si sta lacerando, si sta distruggendo, si sta perdendo. E lo sta facendo con le sue stesse mani». Parole significative da parte di un musulmano devoto ma avverso all’Islam politico, che deve ora fronteggiare anche la minaccia della formazione jihadista Ansar beit el-Maqdis, di base nel Sinai.

Al Sisi proviene dal mondo militare, la forza centrale del paese sin dai tempi di Nasser sia dal punto di vista politico che finanziario. Il suo mandato, non privo di ombre, sta offrendo all’Egitto un rinnovato protagonismo regionale, in un’area ancora sconvolta dalle conseguenze delle Primavere arabe. Quel che emerge dopo l’incontro è il fatto che il Cairo e Mosca mettono in campo politiche e intese sulla sicurezza che sfidano concretamente il fondamentalismo. Europa e Stati Uniti invece continuano ad alimentare equivoci: i rapporti con le petro-monarchie, il sostegno agli estremisti anti-Assad e infine quello agli stessi Fratelli Musulmani restano gli esempi più evidenti.