Vladimir Putin si appresta a inaugurare la più grande moschea d’Europa il prossimo 23 settembre a Mosca. L’imponente struttura si estende per quasi ventimila metri quadri, include minareti alti 72 metri e una mastodontica cupola dorata di 46. L’edificio – che deve essere completato per la data dell’Id al Adha (il giorno del sacrificio) – rispecchia in pieno la visione che il presidente russo ha della religione nella Russia attuale; la sua architettura, infatti, contiene elementi tradizionali sia russi che tatari, richiama allo stesso tempo il Cremlino e le forme islamiche dell’antica città di Kazan e potrà ospitare fino a diecimila fedeli contemporaneamente, mettendo fine a quella situazione di “semi-clandestinità” a cui erano obbligati i mussulmani della capitale per carenza di luoghi di preghiera abbastanza capienti. Il messaggio che il capo del governo lancia dal quartiere Mescianskij è quanto mai semplice e diretto e s’inserisce nel solco degli stretti rapporti tra Stato e religione: prima di tutto si è russi e poi si può essere ortodossi, mussulmani o ebrei. L’importante è mantenere vive le tradizioni, il rispetto reciproco tra le diverse comunità, opporsi al materialismo dilagante e alla perdita di valori. Lo schema, già sperimentato in Cecenia dopo la guerra, prevede il riconoscimento delle minoranze etniche e religiose, premiando economicamente le comunità e le regioni che ne fanno buon uso, escludendo estremisti e fanatici. In questo modo si toglie fiato ai “predicatori dell’odio” rendendo molto più difficoltoso il reclutamento e l’indottrinamento dei giovani. Inoltre, essendo lo stesso Stato a venire incontro alle esigenze delle proprie minoranze, si evita la spiacevole situazione per cui siano enti e fondazioni straniere (ossia dei Paesi del Golfo) a provvedere alla creazione di madrasse e luoghi di preghiera, mantenendo un vigile controllo su ciò che accade al loro interno.

La Russia di oggi non è più l’impero multinazionale dell’epoca sovietica ed è molto più coerente dal punto di vista etnico, eppure l’insieme delle minoranze vale ancora circa un quinto della popolazione. I mussulmani sono già 19 milioni e seicentomila – il 14% dei cittadini – e il loro numero è in continua crescita, anche per l’immigrazione proveniente dalle varie repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e del Caucaso. Un’indispensabile risorsa per uno Stato che cerca disperatamente di opporsi al calo demografico e all’invecchiamento della popolazione. Sebbene la Costituzione federale del 1993 dica che la Russia è un Paese laico dove non esista una religione di Stato, la normativa approvata nel 1997 riconosce uno statuto speciale alla religione ortodossa e, in maniera decrescente, alle altre fedi “tradizionali”: ovvero islam, giudaismo e buddismo. Il punto chiave è proprio il riconoscimento dell’eredità storica dei popoli che fanno parte della Russia; il loro sentirsi, al di là delle differenze confessionali, parte di un’unica grande famiglia russofona. Il concetto di “religione tradizionale” diventa un prezioso strumento in mano ai governanti per rilanciare l’eredità storica del Paese e la continuità con l’epoca zarista.

Questo connubio tra potere spirituale e temporale, questo neo-cesaropapismo, si riflette anche nella reintroduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole statali e municipali e, dove vive compatta una popolazione non ortodossa, viene ovviamente insegnata la loro propria confessione. Così in Cecenia, Inguscezia, Daghestan, Tatarstan e Bashkortostan sono i Fondamenti della cultura islamica a essere studiati dagli alunni. Putin ha più volte espresso il fatto di educare “i giovani nello spirito delle nostre quattro religioni” in modo da fornire loro i “giusti ideali morali”, evitando il proselitismo e i (dis)valori provenienti dall’Occidente. Gli stretti rapporti che il presidente russo intrattiene con il patriarca ortodosso Kirill non devono però far dimenticare che, nel 2004, è stato fondato il Consiglio per la cooperazione con le associazioni religiose presso la Presidenza, un organismo che si propone lo scopo di contribuire alla tolleranza e alla reciproca comprensione tra le diverse fedi presenti in Russia. L’inaugurazione della moschea di Mescianskij – cui farà seguito entro 3 anni quella ancor più grandiosa di Ufa – ovviamente non può non suscitare i timori dei residenti, in un Paese che nel recente passato ha subito gravi attentati da parte dei fondamentalisti islamici, ma è un passaggio necessario per sconfiggere definitivamente il terrorismo. Il gran muftì russo Ravil Gajnuddin per l’occasione ha invitato i rappresentanti di diversi Paesi islamici – tra cui Turchia, Iran e Arabia Saudita – per dimostrarli la considerazione che il Cremlino ha verso le necessità confessionali dei propri cittadini mussulmani, ma prima di tutto russi.