L’intervento di Putin al palazzo di vetro è un piccolo capolavoro di diplomazia: pur non esitando a indicare le cause più recenti e non della odierna situazione internazionale senza mai nominare gli Stati Uniti, invoca una soluzione condivisa ai problemi più urgenti (Siria e Libia in primis) come unico rimedio al caos mediorientale. Dopo un breve preambolo sulla storia e la fondazione dell’Onu – creata settant’anni fa per dare un nuovo ordine al mondo appena uscito dal secondo conflitto mondiale – il presidente russo comincia sottolineando come proprio lo scopo di questa organizzazione non sia quello di decidere o di intervenire prontamente; ma di raggiungere compromessi che diano stabilità. I membri fondatori che siedono nel Consiglio di Sicurezza sono sempre stati ideologicamente e politicamente divisi ma, proprio per questo, hanno istituito questo ente in modo che fosse l’unica e legittima Organizzazione in grado di preservarsi dalla reciproca distruzione. La fine della guerra fredda però ha spostato il centro di potere in un “unica parte del mondo che si sente legittimata” a fare da garante degli equilibri mondiali. Questo ha tradito lo spirito iniziale e ha pericolosamente delegittimato la stessa Onu.

La scelta di stabilire un unico modello di sviluppo da esportare ovunque, non solo svilisce la volontà dei popoli ad autogovernarsi e non rispetta le tradizioni delle diverse regioni del globo, ma paradossalmente si avvicina proprio a ciò che il socialismo reale tentò di imporre a mezzo mondo fallendo. Questa ideologia mascherata, fatta di “rivoluzioni democratiche” ha portato degradazione invece che progresso; creando povertà, miseria e guerre. “Capite cosa avete fatto?” – è la secca domanda che pone di fronte all’Assemblea. L’avere abbattuto regimi dispotici, stati secolari fingendo che fosse tutto una spontanea richiesta interna, altro non ha fatto che lasciare un vuoto di potere che è stato subito riempito da estremisti e terroristi sanguinari. Avere attaccato l’Iraq, la Libia e la Siria con prove di dubbio fondamento ha creato un caos che “è sotto gli occhi di tutti”. Non si possono addestrare e armare ribelli “moderati” mentre si fanno roboanti dichiarazioni di lotta al terrorismo.

La Russia – prosegue nella seconda parte d’intervento – non è aggressiva nei confronti dei suoi vicini o ambiziosa di dominare sugli altri, ma semplicemente non può più tollerare questa situazione senza fare nulla. Invece di cercare di creare uno spazio di collaborazione comune, sono aperte basi Nato ai suoi confini, vengono stretti accordi economici – spesso all’oscuro perfino dei propri cittadini – per dividere e creare nuovi muri che spezzano i fragili equilibri di un mondo sempre più multipolare. Il presidente russo auspica che si riesca a giungere al più presto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per coordinare gli sforzi contro lo Stato Islamico; un patto simile a quello che settant’anni fa sconfisse il nazi-fascismo nonostante le differenze tra Inghilterra e Unione Sovietica. Non cooperare con la Repubblica Araba Siriana – che sola insieme ai Curdi combatte il Califfato – non solo viola il diritto internazionale, ma è una contraddizione evidente quando il nemico è comune. Putin conclude il suo intervento sottolineando che, solo attraverso la cooperazione delle maggiori potenze mondiali e rispettando il Diritto Internazionale, si potrà risolvere il problema dei profughi e affrontare la ricostruzione della Siria. Dal palco il leader russo lancia anche la proposta di istituire un forum speciale per dedicarsi al problema dello sfruttamento delle risorse naturali e climatici del futuro, mentre l’Assemblea lo saluta con un lungo applauso che la dice lunga a chi voleva relegarlo a “zar di una potenza regionale”.