Quando era ministro degli Esteri del governo italiano, Giulio Andreotti, grande estimatore del defunto ex presidente Hafez Al Assad, aveva rinominato la Repubblica Araba di Siria la “repubblica ereditaria di Siria”.

In visita a Damasco a metà degli anni Ottanta il “Divo” aveva incontrato l’uomo assoluto che avrebbe governato il Paese per un trentennio (dal 1970 al 2000, anno in cui morì). Già allora si discuteva del problema della successione che si sarebbe dovuta appunto iscrivere in un contesto familiare (dunque clanico e religioso). Hafez Al Assad aveva associato il figlio maggiore Basil agli affari di Stato, il quale aveva tutte le qualità per diventare leader del partito Baath e della Siria del nuovo millennio. Ingegnere, tenente colonnello dei paracadutisti, membro della Guardia presidenziale. Eppure il destino volle sbarazzarsi di lui. Il 21 gennaio 1994 morì a soli trentadue anni in un incidente automobilistico sul percorso per l’aeroporto di Damasco. La “repubblica ereditaria” si risollevò grazie al secondogenito Bashar Al Assad (nato l’11 settembre 1965) che in quel periodo studiava a Londra per diventare medico ma che immediatamente tornò in patria per una fulminea ascesa ai vertici del potere.

Morto il padre e assunto il ruolo e le funzioni del fratello maggiore Basil, Bashar Al Assad moltiplica i gesti di riconciliazione con la società civile iniziando con la “departitizzazione” dello Stato. Introduce delle profonde riforme all’interno del Baath e nelle istituzioni, riceve gli oppositori, apre le trattative con i curdi siriani del Rojava, accoglie Giovanni Paolo II a Damasco e traccia un percorso di normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale. E pur rimanendo l’unico candidato alle elezioni presidenziali (in realtà è un referendum popolare di fiducia per legittimare la carica settennale) al Congresso nazionale del Baath nel giugno del 2006 introduce un sistema multipartitico alle elezioni legislative che si svolgono come da Costituzioneogni quattro anni e dove vengono eletti 250 parlamentari. Le votazioni del 22 aprile 2007 confermano il successo del partito degli Assad e dei suoi alleati che conquistano 172 seggi (secondo i dati ufficiali votò il 56,1 per cento degli aventi diritto). Poi quattro anni dopo, il 27 maggio 2012, le prime elezioni in tempi guerra civile, si caratterizzano per due ragioni: da un lato un furono elette ben 30 donne su 250 eletti, dall’altro il Baath (partito di maggioranza nella coalizione Unità Nazionale di cui fanno parte anche il Partito Comunista e il Partito Naziona-Socialista Siriano) conquistò il miglior risultato della sua storia.

Adesso in un momento in cui il Paese non è mai stato così diviso geograficamente (il 30 per cento del territorio dall’esercito regolare, il restante è spartito tra deserto, Daesh, Al Nusra e le altre sigle anti-governative) Bashar Al Assad ha deciso di rispettare gli impegni con la società civile, vale a dire il rispetto della Costituzione, e di indurre nuove elezioni legislative per il prossimo 13 aprile. Eppure nell’elenco delle province in cui verranno eletti i deputati viene inclusa tutta la Siria, anche le parti sotto controllo dell’Isis (nord-est), come Raqqa, e quelle di altri formazioni anti-Assad (nord-ovest e periferia della capitale in particolare). Così mentre Stati Uniti e Russiafirmano il “cessate il fuoco” calcato sulla “tregua (fallita) di Monaco” (l’accordo, accettato anche dal governo di Damasco, esclude i raid contro il sedicente Stato Islamico e altri gruppi riconosciuti come “terroristi” dall’Onu, compresi i raid aerei della coalizione militare a guida Usa e dei caccia russi) il leader alawita con questa mossa a sorpresa ha destabilizzato l’intera comunità internazionale. Il messaggio è chiaro: nonostante il sanguinoso conflitto civile che si protrae da cinque anni, nonostante le infiltrazioni di potenze straniere in quella che è diventata una guerra per procura, nonostante la roadmap tracciata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per mezzo del suo inviato speciale Staffan De Mistura che chiedeva votazioni presidenziali e parlamentari entro 18 mesi sotto l’egida dell’Onu, la Repubblica Araba di Siria non è ancora un Paese a sovranità limitata.

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale