“C’è un tempo per seminare e uno per raccogliere” dice la perenne saggezza del Qoèlet, un aforisma che trova nel caso dell’Ucraina orientale una doppia valenza. Dopo tante voci che si sono rincorse in queste settimane, dopo la cessazione de facto delle ostilità tra le parti almeno da inizio settembre, forse potrebbe essere pace vera in Ucraina – il condizionale è quanto mai d’obbligo: il 29 settembre le parti in causa hanno raggiunto un accordo sulla smilitarizzazione della zona di contatto tra truppe regolari e ribelli novorussi, accordo firmato il giorno dopo dai vertici delle Repubbliche Popolari in questione e da ieri effettivo. Un processo che, stando a quanto riportato da LNR Today (fonte ufficiale d’informazione dei separatisti), dovrebbe durerare 41 giorni e dividersi in tre fasi: il ritiro dei carri armati, poi dell’artiglieria e infine dei mortai. La smilitarizzazione della zona di contatto fa parte del più generale processo di pacificazione previsto dagli accordi di Minsk, insieme con l’avvio delle riforme costituzionali che possano dare alle regioni insorte una forte autonomia legislativa e una garanzia circa la preservazione dell’elemento etnico-culturale alloglotto; processo anch’esso avviato, non senza conseguenti scontri con alcuni movimenti nazionalisti, ormai da quasi un mese e, sebbene dagli esiti ancora incerti, ha le premesse per il raggiungimento di un buon compromesso giuridico.

In questo clima di speranzosa incertezza si raccoglie cioè che si è seminato: la rivolta di Euromaidan, eterodiretta da ONG occidentali, che ha esautorato il Presidente filo-russo Viktor Yanucovych e che era essenzialmente organizzata al fine di portare l’Ucraina nella sua interezza nella sfera di influenza UE e nella NATO, ha ottenuto come unici punti a sua favore il ritiro del Paese dal progetto dell’Unione Economica Eurasiatica promosso e diretto dalla Russia e la ratifica di un accordo di associazione con l’Unione Europea che però non è una vera e propria adesione formale. In compenso i rivoltosi europeisti di Maidan si ritrovano con un Paese sull’orlo del collasso, quanto mai traumatizzato da una guerra civile, amputato giustamente della Crimea e federalizzato in modo tale che l’est possa continuare a essere a lungo termine una sacca di resistenza politica alla futura adesione sia all’UE che alla NATO. Un costo elevatissimo a fronte di benefici di scarsa rilevanza e sempre controvertibili grazie a una presenza politica regionalista fortemente identitaria.

Ma gli europeisti di Maidan non sono gli unici ad aver seminato: la cessazione del conflitto nel Donbass rappresenta per Putin e per l’asse geopolitico russo la prima importante vittoria sul fronte est europeo, dopo quella riportata sulla Georgia alcuni anni fa, che pone ormai un freno all’avanzata della Eastern Partnership europea e all’espansionismo NATO. Non solo: la sostanziale vittoria russa in Europa agevola la strategia mediorientale, dove Lavrov e Putin possono concentrare i loro sforzi per impedire ai ribelli dell’ISIS e delle altre sigle finanziate dagli Stati Uniti di conquistare la Siria e rovesciare il governo del legittimo Presidente Assad. Uno scacchiere che va continuamente ricomponendosi e che vede la Russia segnare un punto importante nel quadro del declino – in parte voluto, in parte no – dell’influenza statunitense nel Medioriente.