In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte. Nietzsche ed il suo eterno ritorno dell’uguale, sono un concetto ontologico ricorrente nell’esplicazione della strategia di politica estera italiana, con azioni e comportamenti che, puntuali, si ripropongono ogni qual volta si presentano le medesime difficoltà. Si comprende facilmente come il clima europeo sia particolarmente perturbato negli ultimi mesi, complice anche una parvenza ribelle che il premier Renzi ha adottato nei confronti della strategia euro-atlantica della Germania. In Europa ci siamo rifatti un po’ di nemici, la Russia è sempre lì alla finestra, ad attendere che l’Unione risolva le sue diatribe interne, il Mediterraneo non è per niente un posto sicuro, con i terroristi che sulla soglia di casa e ondate di profughi che abbiamo sbattuto fuori di casa a suon di bombe. Ogni tanto si tira un sospiro di sollievo, quando il ricco persiano di turno viene a farti visita e ti mette sul piatto un bel po’ di quattrini, ai quali non si può dire di no, e ci si “copre le terga”.

Il tentativo di correre ai ripari oggi lo prova il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, recatosi in visita ufficiale a Washington insieme al Ministro degli Esteri Gentiloni. I punti di convergenza tra i due capi di Stato riguardano principalmente la questione libica, grande nodo gordiano della politica estera nostrana, sostenendo la speranza italiana di riuscire a recuperare quel terreno perduto con gli sfaceli compiuti a carico del regime di Gheddafi nel 2011. Ancora una volta si va a richiedere l’intervento della Casa Bianca per alleviare le scaramucce che i Paesi europei hanno tra di loro, oggi moltiplicatesi, seminate sui vari intricati fronti che si trova ad affrontare. Oggi come 60 anni fa, l’Italia si trova in una posizione di attrito con i Paesi continentali, in particolare con la Germania, per via di insorte tensioni sulle questioni finanziarie, militari, politiche ed energetiche. Un raddoppio del North Stream dopo la cancellazione del South Stream, il dilemma delle sanzioni alla Russia che affamano le aziende italiane, così che gli enti locali si prodigano per intrattenere accordi locali con Mosca – ricordiamo anche le smielate dichiarazioni di Renzi circa il mancato rinnovo delle misure sanzionatorie -, l’intervento armato in Libia e i ghiotti appalti per le missioni di nation building, il bail in (anzi, “salvataggio interno”, come lo vuole la Crusca). Abbiamo, oggi come allora, bisogno di rivendicare la protezione del fratello maggiore, contro il bulletto del cortile.

Così come Fanfani, Pella, Gronchi e Mattei fecero allora sui rispettivi fronti, oggi Mattarella, Renzi, Gentiloni ed entourage si spendono in una nuova strategia che mira a sortire i medesimi effetti: chiedere supporto all’alleato di maggior peso economico, politico e militare per poter rivendicare e difendere i propri interessi nell’immediato vicinato. Un po’ come quando c’è una zuffa nel cortile alla ricreazione, e la maestra viene a placare gli animi e ammonire i dispetti. Oggi l’ambizione italiana non è quella di ampliare il proprio orizzonte, in un’ottica di equilibrio tra l’ambiente della NATO e l’egemonia regionale sull’area mediterranea; oggi il Paese si spende in una rivendicazione di quel poco che aveva costruito, sempre col permesso dall’alto, e che una guerra tra poveri instillatasi tra gli stati del Vecchio Continente ha sottratto impunemente, nel progetto di svendita dell’Italia che procede a gonfie vele. Difendere gli interessi energetici, la principale fonte di credito diplomatico italiano, in una pluridecennale ottica della geopolitica del petrolio brillantemente approntata da Mattei e proseguita a singhiozzo successivamente, pare l’unica via per mantenere in auge il peso di Roma nel bacino del Mediterraneo, unico ristretto spazio dove speriamo ancora di poter contare qualcosa, sempre che le “poco raffinate” strategie concorrenti ce lo concedano e che, ovviamente, il Grande Capo ce lo accordi.