Nelle pozze riempite dal sangue degli innocenti si abbeverano gli sciacalli. Tanto immancabili quanto indesiderabili, sono solertissimi nell’utilizzare le tragedie, le catastrofi, le stragi per portare acqua al loro mulino. Forti di una visione del mondo dicotomica, il loro massimo sforzo di comprensione si limita alla determinazione di un grezzo confine tra “Noi” e “Loro”, fra “Bianco” e “Nero”; essi abdicano totalmente alla ragionevolezza, sbandierano vuoti slogan che reggono su fondamenta d’argilla quali sono la somma dei pregiudizi e dei semplicistici luoghi comuni di cui è infarcito la sfiatata dialettica nostrana. L’attacco terroristico a Parigi ha scatenato, sui media e nel mondo social, orde di sciacalli. Vengono sdoganati i più beceri degli slogan, si raggiunge il parossismo nel deplorevole titolo d’apertura di “Libero” di sabato, allucinante nella sua banalità, megafono di quello che purtroppo è diventato il semplicistico mantra degli sciacalli: Noi abbiamo ragione, Loro hanno tutti torto. Indistintamente. Sono tutti strateghi da tavolino, gli sciacalli. Pubblicano un frammento di Oriana Fallaci (“tutti la brandiscono, nessuno l’ha letta”, per citare l’acuto commento di Pietrangelo Buttafuoco) sulle loro bacheche di Facebook, vi mettono a didascalia la loro semplicistica soluzione (“uccidiamoli tutti”, “chiudiamo le frontiere” e via discorrendo) e tanto basta loro per ritenere compiuto il dovere da novelli crociati. In tutto ciò, si calpesta il buonsenso e si rinuncia al minimo briciolo di raziocinio.

Lo sciacallo vive in un mondo semplice, sconnesso; ignora o fa finta di non capire la reale profondità della situazione drammatica che il mondo sta vivendo. Riuscire ad insegnare allo sciacallo la capacità di ragionamento in ambito geopolitico sarebbe un successo etologico degno del miglior Konrad Lorentz. La distorta e ridotta visione del mondo che certi soggetti presentano offre un incentivo ulteriore a studiare la realtà dei contesti per non cadere negli stessi errori, a interrogarsi su quali saranno le evoluzioni strategiche e politiche negli scenari sconvolti dal fondamentalismo terrorista in seguito al massacro di Parigi. L’analisi che segue risponde proprio a queste esigenze, e dimostra agli sciacalli quanto certe situazioni impongano ponderazione e riflessioni accurate, rendendo pericolose eventuali scelte prese esclusivamente sull’orda dell’irrazionalità emotiva. Non serve invocare a gran voce una guerra che purtroppo imperversa da quindici anni, ed è un conflitto mondiale “a pezzi”, per riprendere le parole del Papa, una guerra che l’Occidente sta perdendo. In un’attenta analisi pubblicata sul suo blog, il professor Aldo Giannuli vede nell’incapacità dei servizi di intelligence francesi di garantire la sicurezza all’interno del paese il simbolo di anni di gestione inconcludente del fenomeno fondamentalista. I conflitti scatenati da USA e alleati nei primi anni del XXI secolo, tanto quelli “boots on the ground” quanto quelli condotti esclusivamente attraverso l’impiego della forza aerea, hanno distrutto intere nazioni, annientato milioni di persone, raso al suolo l’infrastruttura di intere regioni e destabilizzato gli equilibri politici negli anni a venire senza portare ad alcun risultato di rilievo contro il fondamentalismo, che anzi si è rafforzato sfruttando i sentimenti antioccidentali venutisi a creare in paesi, come l’Iraq, dove tale fenomeno era sino a quindici anni fa circoscritto. Il momento in cui il genio uscì nella bottiglia può esser fatto coincidere con l’invasione dell’Iraq, la grande vergogna del 2003, quando la sete predatoria di Bush e Blair rase al suolo, assieme al regime di Saddam Hussein, anche un delicatissimo equilibrio etnico. L’ISIS ha avuto in questo campo terreno fertile, espandendosi su Siria e Iraq mano a mano che le entità statali dei due paesi venivano meno sotto i colpi della guerra.

Hollande e Valls sono stati i primi a mettere le cose in chiaro riguardo una futura escalation del coinvolgimento militare della Francia (e con essa della coalizione a guida USA) nella guerra allo Stato Islamico. I due leader socialisti hanno scelto la linea della durezza nei loro discorsi, dichiarando che saranno “intransigenti” e “spietati”, e i primi raid condotti nella notte tra domenica e lunedì rispondo proprio alla necessità di agire in conformità a quanto dichiarato. La storia descritta nelle precedenti righe ci insegna però che limitare la reazione al salto di qualità nell’impiego della “force de frappe” della Coalizione in Siria e Iraq sarebbe qualcosa di insufficiente. Questo vorrebbe dire non essere in grado di capire una volta di più la reale natura della sfida che il fondamentalismo lancia, tanto all’Occidente quanto al resto del mondo. Tale sfida è di natura sistemica; bisogna riconoscere dietro le azioni degli estremisti la fredda logica di politiche spietate ma accuratamente studiate. Combattono su più piani, i terroristi, e su più piani vanno affrontati. Il fondamentalismo prospera nella miseria, nella privazione e nella depravazione. Non è un caso che proprio in seguito all’indiscriminato uso della forza e alla distruzione di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria come entità statali esso abbia trovato nuovo smalto; la rabbia contro i B-52 che radono al suolo il villaggio iracheno è da abili propagandisti tramutato in odio cocente verso qualsiasi cosa rappresenti gli USA, l’Occidente; la libertà assoluta di bottino promessa dagli eserciti del Califfato spinge centinaia di disperati sotto i suoi stendardi ed è un movente ben più persuasivo dell’indecente sfruttamento della religione attraverso la blasfema pretesa di uccidere in nome di Dio. I colpi di kalashnikov che esplodono al Bataclan non sono il frutto della cieca volontà distruttrice di una forza primitiva, come affermano gli sciacalli; essi sono altresì la manifestazione di un Terrore che si è negli anni espanso e alimentato tanto giocando sull’uso perverso della religione quanto capitalizzando a proprio vantaggio le miope strategie messe in atto dall’Occidente, ultima in ordine cronologico quella che esso sta adottando nei confronti di ISIS. Nel complicato panorama militare siro-iracheno, infatti, accade che paesi NATO contrastino attivamente i due suoi principali oppositori, essendo i turchi dediti a contrastare attivamente gli sforzi dei peshmerga curdi e buona parte della coalizione decisa a opporsi al mantenimento di Assad a Damasco. Scelte schizofreniche che fanno riflettere, e che dovrebbero essere un avvertimento per chi a breve si prepara a agire sul campo.

I fatti di Parigi testimoniano più che mai la necessità di una soluzione sistemica. Percorrere ottusamente in maniera esclusiva il cammino della guerra alimenta la spirale mortale in cui siamo oramai intrappolati e che rischia di inghiottirci sempre più. L’Isis fa paura, è vicino alle nostre sponde, ma è solo uno dei volti attraverso cui l’estremismo combatte la sua guerra; giungono troppo spesso ovattate, colpevolmente, le notizie riguardo le attività di Boko Haram in Nigeria, riguardo una guerra che va avanti da anni ed è condotta spietatamente tanto dal gruppo terroristico di recente affiliatosi al Califfato quanto dall’esercito regolare del paese africano. E come non parlare di gruppi come Al-Shebaab, che imperversa dalle sue basi nella Somalia, paese tra i primi ad esser lacerati dalla sfida mortale dell’estremismo, e che giusto pochi mesi fa ha lanciato un attacco della brutalità pari a quello parigino all’Università di Garissa in Kenya? Correndo col paraocchi si rischia, commettendo un imperdonabile errore, di localizzare un problema collettivo; per spazzare via il terrorismo serve agire su più piani, serve capire quali siano le radici del problema, serve insomma capacità di analisi della situazione nel problema, di certo scarsamente di casa nelle cancellerie europee e americane, ma che non è mancata negli ultimi anni alla leadership russa. La Russia nei cui confronti ora tutti all’improvviso moderano i toni, smorzano le critiche rappresenta l’esempio più chiaro di una battaglia condotta a tutto campo, e con successo, contro il terrorismo. Negli anni, il governo Putin è riuscito infatti a infliggere colpi mortali al jihadismo interno e a integrare in maniera efficace le minoranze interne riuscendo a canalizzare le diverse tradizioni dei popoli nella stessa direzione delle esigenze dettate dalla rinascita geopolitica di una nazione. I raid in favore di Assad sono solo la punta dell’iceberg, sarebbero stati insufficienti a definire ottimale l’impegno della Russia contro il terrorismo se non vi fosse stato posto a fondamento un serio impianto progettuale edificato negli anni, di cui si può prendere a simbolo la recente inaugurazione della più grande moschea europea da parte di Putin, testimonianza della rilevanza data dal Cremlino al vero Islam, al sano Islam dei valori che i terroristi ripudiano e vilipendono.

Gli sciacalli, ignorando tutto ciò, vedono dell’azione russa solo ciò che fa loro comodo, cioè l’energica azione militare contro l’ISIS, mitizzano un aspetto della politica di Putin che ha un’importanza relativa rispetto alla coerenza dimostrata anno dopo anno dalla sua azione, della quale essi difficilmente comprendono le cause e gli effetti. E’ in conclusione fondamentale ricordare come la lotta all’ISIS rappresenti l’aspetto principale della battaglia contro l’estremismo, ma che essa non esaurisca in pieno tale fenomeno. La ricerca di una soluzione sistemica alla crisi deve partire dal ripensamento totale delle nostre politiche estere, e proseguire attraverso la valorizzazione degli attori più impegnati a arginare tale fenomeno. Lo sciacallaggio rappresenta solo un regalo ulteriore al disordine mondiale, perché finché esso continuerà a sussistere in forma così diffusa continuerà il sonno della Ragione, e saremo continuamente costretti a dover affrontare i mostri generati da questo indesiderabile sonno.