Una forza di 6.000 soldati si appresta a sbarcare sulle coste libiche per avviare le operazioni sul terreno contro le forze del Califfato. Il contingente sarà formato da unità inglesi, francesi e americane e si schiererà affianco alle forze del generale Haftar. L’Italia dovrebbe limitarsi a coordinare le truppe sul campo senza però mandare effettivi. Un notevole successo diplomatico per l’immobilismo italiano in politica estera, anche se – è lecito domandarsi – quale valenza potrà mai avere un centro di comando diretto da una nazione che rifiuta di “sporcarsi le mani”? Cosa infatti può aver indotto gli anglo-americani e i francesi, notoriamente gelosi della propria proiezione militare, a conferire questo ruolo proprio a Roma? Uno dei motivi deriva dal fatto che l’intelligence italiana ha ancora una forte capacità di lettura delle dinamiche interne all’ex colonia e gode – nonostante il repentino voltafaccia nei confronti di Gheddafi – del favore della popolazione. È inoltre un italiano (il generale Paolo Serra) il consigliere militare dell’Onu per la Libia che, da mesi, sta tentando di mettere in campo un dispositivo che consenta l’insediamento del nuovo governo a Tripoli e la riapertura delle ambasciate. C’è poi la questione logistica: per operare in Libia con un tale dispiego di uomini e mezzi è assolutamente necessario l’utilizzo della base di Sigonella e dei vicini porti siciliani. Infine sarebbe oltremodo imbarazzante per il Governo restare nuovamente a guardare, a pochi chilometri dalle nostre coste, i nostri alleati della Nato intervenire militarmente. Non bisogna poi dimenticare l’impatto mediatico: l’Italia sarebbe così parte attiva nella battaglia contro l’Isis senza rischiare un solo soldato.

Eppure è lecito chiedersi perché improvvisamente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia abbiano deciso – dopo anni di netto rifiuto – di “mettere gli scarponi sul terreno” proprio in Libia? La prima e più ovvia ragione è da ritrovarsi nel rapido avvicinamento degli islamisti ai ricchi giacimenti petroliferi, specialmente a quello di Marsa Al Brega – il più grande del Nord Africa -, mentre quello di Es Sider è già sotto attacco. I pozzi sono ancora oggi difesi esclusivamente dalle Forze Speciali del Petrolio – tra le migliori unità fondate da Gheddafi – e rispondono esclusivamente alla Noc (National Oil Corporation). La loro forza però è stata logorata prima dai bombardamenti della Coalizione nel 2011 e poi dall’embargo internazionale, che impedisce loro l’acquisto di armi e munizioni. La seconda ragione si può ravvisare nella impellente necessità dei tre Governi occidentali di ottenere una piccola vittoria da presentare a un’opinione pubblica sempre più dubbiosa dell’operato dei rispettivi Governi; distogliendola dai rapidi progressi ottenuti dall’operato dei Russi in Siria. L’obiettivo del contingente alleato infatti non può essere che puramente tattico: i 6.000 uomini sono appena sufficienti per impedire che i terminali petroliferi cadano nelle mani dei terroristi e per riconquistare la roccaforte costiera di Sirte, dove è stata spostata la “capitale libica” dell’Isis da Derna.

In attesa che gli accordi Skhirat vengano attuati dai rispettivi parlamenti e che si formi il Governo di Unità Nazionale – difficile a ora prevedere se e quando dal momento che solo poco più della metà dei parlamentari si è detta favorevole -, la situazione sul terreno rimane ingarbugliata; infatti oltre ai governi di Tripoli e Tobruk ci sono le diverse milizie islamiche (Alba Libica e quelle di Misurata sono solamente le maggiori) e quelle tribali che controllano il Fezzan. Il contingente formato da forze speciali Sas, marines americani e Legione Straniera, schierato con le forze lealiste di Haftar, sarà quindi un forte sprone per una soluzione condivisa tra le parti; ma non potrà di certo risolvere militarmente il rebus libico. Non bisogna poi dimenticare che il Governo legittimo è uscito da elezioni dove solamente il 10% della popolazione è andato a votare. Siamo quindi ancora lontanissimi da avere un piano per una Libia stabile e sicura, ma nel frattempo impedire all’Isis di controllare nuovi giacimenti sarebbe già un passo avanti.