Mercoledì scorso, a 70 km di distanza da Pantelleria e a 113 km da Lampedusa, l’ex combattente anti-Assad Jabeur Khachnaoui, Yassine Laabidi e un terzo fuggiasco, sono stati prima respinti dalle guardie durante un tentato attacco all’Assemblea Nazionale tunisina, e, armati di kalashnikov, si sono poi scagliati contro l’edificio adiacente del Museo del Bardo, causando 23 vittime tra cui 18 europei. Gli attentatori, facenti parte del gruppo tunisino Katibat Okba Ibn Nafaa, prima legato ad Al Qaida Maghreb, oggi affiliato allo Stato Islamico, erano in ritorno dai campi di addestramento jihadisti libici, finanziati dal Qatar. Secondo gli inquirenti l’attacco doveva concentrarsi sul parlamento, dentro il quale si discuteva su come fronteggiare la minaccia dell’estremismo islamico, secondo le parole dello stesso ISIS, diffuse dalla ormai addetta stampa, Rita Katz, tramite “Site”, i bersagli sarebbero stati il Museo del Bardo e gli “infedeli”, “apostati”, “crociati” turisti occidentali. “È solo la prima goccia di pioggia” avrebbero poi aggiunto durante la rivendicazione dell’attentato. Per analizzare i motivi scatenanti di una simile tragedia è necessario partire dagli effetti.

La Tunisia non è un paese ricco di petrolio o altre risorse minerali, tranne discrete riserve di fosfati, è attraversato da un gasdotto ponte dall’Algeria all’Italia, sta sviluppando la produzione industriale manifatturiera, e continua ad essere un buon esportatore di alimenti, facilitato in quest’attività dal basso costo della manodopera. In ogni caso l’economia rimane ancorata al turismo, incidente al 20% nel PIL ed al 50% nel bilancio statale. Che un simile attentato sia stato diretto al parlamento o al museo cambia poco, oltre che mandare un chiaro messaggio fomentatore di voglie di guerra all’occidente, sarà causa di un’enorme crisi al settore del turismo. Si stimano al ribasso perdite per oltre 700 milioni di euro soltanto per questa stagione. Già parecchi tour operator hanno temporaneamente rimosso la Tunisia dalle mete, Costa Crociera e MSC hanno annullato gli scali, e l’altra compagnia che faceva scali, la “Norwegian Cruiseline”, ha già da un po’ interrotto le soste per ribellione al fatto che il governo tunisino ha impedito ai cittadini israeliani di sbarcare. Un simile danno all’economia della Tunisia è causa di due enormi problemi, o, da un diverso punto di vista, di due vittorie per lo stato islamico. Da un lato vengono a mancare le risorse per creare un ipotetico fronte militare, insieme ad Algeria ed Egitto, finalizzato a contenere il focolaio libico, dall’altro, le nuove generazioni, sempre più immerse nella povertà, perdendo ulteriormente ogni prospettiva futura, diventano più facilmente suscettibili al richiamo dello stato islamico, il quale avrà terra fertile per arruolare mercenari a basso costo.

È indubbio che il popolo tunisino mostri un certo grado di maturità scendendo in piazza a manifestare contro l’ISIS, così come hanno fatto altri paesi a maggioranza mussulmana come Giordania o Cecenia, ma è anche vero che oltre 4000 giovani sono stati vittima del fascino del califfato, arruolandosi in Iraq contro gli Sciiti e in Siria contro Assad. Neppure il territorio interno allo stato può considerarsi immune dalla malattia estremista. A sud del paese è attiva Ansar al Sharia, con sede a Kasserine, esplosa nel 2011 dopo la caduta di Ben Alì, la quale oggi controlla un importante territorio di “corridoio” per trasporto d’armi, uomini, ricchezze dall’Algeria alla Libia e viceversa. La Katibat Okba Ibn Nafaa Brigade, come già detto legata ad Al Qaida Maghreb e all’IS. Infine, nonostante siano stati sciolti dalle autorità tunisine, sono ancora attivi i gruppi salafiti della “Lega per la protezione della rivoluzione”. Le carte per diventare come la Libia, una nuova pistola carica puntata contro i paesi europei e mediorientali ci sono tutte. Sembra quasi qualcuno voglia dire: la crisi libica la gestiamo noi come ci fa comodo, non può esser presa nessuna tipo di decisione autonoma da parte dei governi. Non nascerà mai nessuna alleanza tra Egitto, Algeria, Tunisia e qualsiasi paese europeo per fronteggiare la minaccia estremista. Se qualcuno dovesse mai intervenire, sta a noi decidere come e quando. Sapete cosa c’è di ancora meglio, per noi, della “democrazia liberale”? il caos.