di Pietro Gambarotto

Hebron è una delle città più antiche e popolose della West Bank; citata più volte nel Pentateuco, è considerata sacra da tutte e tre le ‘religioni del libro’, custodendo le tombe dei patriarchi. E’ per questo che nel 1967 venne affiancata da un insediamento ebraico (Kiryat Arba), fondato dove un tempo sorgeva una base militare. Negli anni la colonia si estese fino a comprendere più di venti insediamenti, causando l’acuirsi delle ostilità tra gli abitanti arabi, testimoni della penetrazione ebraica nella città, e i coloni stabilitisi. Le tensioni esplosero nel 1994 quando Baruch Goldstein, ex ufficiale dell’esercito e medico statunitense, nonchè membro della Lega di Difesa Ebraica, entrò in uniforme nella Grande Moschea, dove son custodite le suddette tombe, e aprì il fuoco sui presenti, uccidendone ventinove. La rivolta che ne seguì  portò all’uccisione di 5 coloni israeliani e altri ventisei arabi. Shuhada Street è la via principale che conduce al luogo sacro menzionato. I suoi dintorni, ora spettrali e sorvegliati dall’esercito israeliano, sono emblematici dell’atmosfera seguita agli scontri avvenuti vent’anni fa. Per entrarvi bisogna superare uno dei tanti  posti di blocco presenti in città: un gabbiotto di metallo, accostato ad una cinta di separazione, dal quale si viene catapultati in una realtà paradossale. Per guidarvi tra le contraddizioni di questo isolato il miglior Caronte è Hashem, un uomo sulla sessantina, magro e alto, dai baffi sottili e i modi pacifici, traditi dagli occhi vitrei e da un fumare assorto e nervoso.

Risalendo Terumeda Street si giunge alla sede dell’associazione con la quale Hashem lavora e dove, tra le altre cose, viene fornita assistenza sanitaria e scolastica ai bambini e alle donne che vi si rivolgono. Se di qua si torna verso il check point e si piega sulla destra ci si ritrova infine in Shuahada Street e saltano subito agli occhi le barre di ferro che sigillano quelli che un tempo erano i negozi arabi del più importante mercato della regione, chiusi per decreto. I reticolati che proteggono le finestre servono invece a scongiurare le sassaiole saltuariamente praticate dai figli dei coloni contro gli abitanti arabi rimasti. Lungo la via, si trovano soldati isareliani intenti al jogging con l’inevitabile mitra a tracolla e qualche anziano arabo che procede lentamente. Poco più avanti una recluta israeliana blocca l’accesso e delimita il passaggio a una delle quattro colonie interne alla via, a cui agli arabi è precluso il passaggio. Risalendo una scalinata che si inerpica sulla destra si giunge alla scuola, frequentata dai bambini arabi che ancora vivono qui. Si chiama scuola ma il filo spinato sopra i muri, le porte corazzate e i rinforzi alle finestre le danno l’aspetto di un fortino: venne infatti fortificata dopo un assalto dei coloni e le cupe scritte sui muri testimoniano l’odio che gli arabi rimasti suscitano negli ebrei insediatisi.

Ripercorrendo la via in direzione opposta è possibile raggiungere la casa di Hashem. Ecco che, se prima questi luoghi avevano un aspetto tragico, ora assumono contorni quasi surreali. L’abitazione si trova difatti in territorio colonizzato, tanto che fino a due anni fa era precluso ad Hashem e alla sua famiglia il passaggio lungo la via principale, adibita ai coloni, costringendolo ad arrampicarsi sopra un muretto di diversi metri per poter rincasare; almeno fino ad uno speciale permesso di transito rilasciatogli nel 2011. La via asfaltata conduce all’imbocco di un sentierino fangoso e dissestato, al di sopra del quale si erge una casa di coloni e sotto di essa gli ulivi di Hashem, delimitati di una recinzione che gli preclude l’accesso. L’uscio dell’abitazione è sovrastato dal foro di una fucilata sparata come ammonimento. Gli affronti più crudi, però, sono altri. La moglie ad esempio,  dopo aver portato in grembo tre figli che, vivaci e curiosi, scrutano gli ospiti saltuari, ne ha persi altri due tra le percosse. Nonostante tutto questa famiglia non desiste, e non cede di fronte a chi (anche attraverso cospicui assegni) vorrebbe farla sgomberare per assumere il totale controllo di questo isolato strategico. Ad Hashem, da parte opposta, è preclusa l’uscita dal circondario, almeno finché vorrà continuare ad abitarci. Se infine, una volta appresa questa storia, si porge ad Hashem la domanda: ‘Secondo lei perché vi odiano?’ lui fissa per un istante l’interlocutore, quasi avesse risvegliato con quel quesito un dilemma che aveva ormai smesso di porsi. La risposta, alla fine, è sempre la stessa: ‘ Per loro siamo noi gli invasori.’ Limpida e paradossale assieme.

Aggiornamento 21 Ottobre 2015:  è giunta la notizia che Hashem Azzeh, già soggetto a problemi cardiaci, è morto, sembrerebbe a causa di complicanze seguite all’inalazione di gas lacrimogeno usato dalle forze di occupazione israeliane.