Theresa May sta dimostrando di essere una grande leader. Affrontare un passaggio difficile come quello che si trova dinanzi il Regno Unito, e che terrà il paese impegnato ancora per anni, costringerebbe a salire sul banco di prova qualsiasi personaggio politico inciampato in una fase di transizione complessa come questa. D’altronde è nei momenti di crisi o di profondo cambiamento che si vede la forza di una guida e, a suo seguito, del paese interessato. Il 17 gennaio, quando si è pronunciata sul futuro dell’Inghilterra post-Brexit da Lancaster House, il primo ministro britannico ha parlato esaustivamente di qualsiasi aspetto che riguarda e riguarderà la decisione presa dal popolo inglese quest’estate, ha ricordato l’importanza di:

«Rafforzare la preziosa Unione tra le quattro nazioni del Regno Unito»

Mal celando il crescente timore dello spettro sempre più concreto di un Regno Disunito, con Irlanda del Nord, la Scozia e un Galles sempre più lontani da Londra, ma dimostrando in questo modo di sapere quanto fosse necessario menzionare il tema. Ha parlato poi di un’altra priorità, il controllo sugli ingressi degli immigrati comunitari, così da rispettare la cristallina volontà popolare espressa nel referendum del 23 giugno. In poche parole, se fosse rimasto qualche dubbio,i britannici non intendono rimanere con un piede nell’Ue e l’altro fuori, esigono piuttosto un rapporto nuovo e alla pari con quest’ultima. L’idea è di creare una “Global Britain”, che sia «più forte, giusta, unita e rivolta all’esterno», libera però dai vecchi legami con Bruxelles, a partire proprio dal mercato unico. La premier britannica Theresa May ha quindi spiegato in cosa consiste il suo piano per una clean Brexit, quella che si vuole considerare come un’uscita “pulita” di Londra dall’Unione Europea: fuori dal mercato unico e dalla giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Per quanto riguarda l’Unione doganale è ancora da vedere che tipo di decisioni verranno prese. Fra i 12 punti del piano May infatti è previsto un accordo di libero scambio con l’Europa «che sia favorevole a entrambi» ma che soprattutto possa permettere alle imprese del Regno di continuare a operare senza problemi in quello che è il loro principale mercato. Proprio per questo sembra improbabile un distacco dall’Unione doganale, ma se la separazione non avverrà ci saranno sicuramente dei cambiamenti, se più favorevoli per Londra o no è presto per dirlo.

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Membri del Wto più coinvolti in dispute commerciali

Nel frattempo la May ha voluto dimostrare di non temere le minacce di ripercussioni che sembrano provenire da Bruxelles; ha peraltro avvertito che accordi punitivi nei confronti del Regno Unito nell’ambito della Brexit sarebbero una “calamità” per la stessa Ue. La premier ha aggiunto che non è intenzione dell’Inghilterra danneggiare l’Unione europea. Premier che ha poi puntualizzato che il Regno Unito continuerà a essere partner dell’Ue, ma che la Brexit era ed è necessaria, in quanto «gli organi sovranazionali dell’Unione europea vengono digeriti male» da Londra e il Paese vuole riconquistare la sua sovranità e «il controllo delle sue leggi». La leader Tory non ha mancato di fare una serie di fermi avvertimenti, asserendo ad esempio che rispetto ad un trattato non favorevole tra Londra e Bruxelles è meglio niente. La Gran Bretagna quindi si potrebbe ritrovare ad affidarsi solamente alle regole del Wto (World Trade Organization) per i suoi scambi internazionali. Scenario non certo auspicato dal governo conservatore ma rispetto al quale viene già preparata una contromisura, che suona come una controminaccia a Bruxelles: il Regno, per attirare investitori da tutto il mondo, potrebbe adottare un regime a bassa tassazione, inseguendo paradisi fiscali come la Svizzera o Singapore. A sentire Theresa May sembra quasi di ricordare le parole pronunciate da Lord Goschen alla fine del XIX secolo, emblema dello “splendido isolamento”, il periodo, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, durante il quale la politica estera della Gran Bretagna venne improntata ad evitare qualunque coinvolgimento nei conflitti europei per concentrarsi invece sullo sviluppo della potenza coloniale e commerciale dell’Impero. Il 26 febbraio 1896 Goschen, allora primo Lord dell’Ammiragliato, durante un discorso a Lewes, nel Sussex, disse:

George_Goschen

«We have stood here alone in what is called isolation – our splendid isolation, as one of our colonial friends was good enough to call it»

Quella utilizzata dalla May, «Usciamo dall’Unione europea, ma non usciamo dall’Europa», è più pragmatica, modellata secondo la complessità e le necessità della politica della nostra epoca. Potremmo dire più paracula, o anche più accorta. Poco importa. Comunque viene da pensare che in Inghilterra, nel momento delle svolte, ci sia sempre qualcuno pronto a guidare il Paese con mano ferma e decisa, anche se pronta a essere tesa in cenno di amicizia a seconda che il caso lo richieda. Ora, tra l’altro, il Regno Unito ne avrà due libere, essendosi alleggerita dalla stretta degli Stati Uniti. Bisognerà vedere chi diventerà il prediletto degli U.S.A. in Europa, alla vigilia dell’insediamento di Trump e ora che l’America ha perso il suo principale interlocutore europeo. Per quanto riguarda l’Inghilterra c’è poco di cui preoccuparsi. E’ felina: ha sette vite e casca sempre in piedi. Con accorta eleganza.