Nonostante la prevedibile interruzione dei colloqui di pace a Ginevra, a Damasco si respira ottimismo. L’esercito riconquista terreno su tutti i fronti, i “ribelli” sono in difficoltà e l’Isis prepara il suo trasferimento in Libia. Sembrano così lontani i tempi in cui gli uomini del Califfo parevano inarrestabili e conquistavano città intere e villaggi, massacrando soldati e minoranze religiose; ora, incapaci di riprendere l’offensiva, si limitano a organizzare terribili attentati come ultima disperata rappresaglia. E non meno disperati paiono essere i due Paesi che sono i loro primi sponsor e che tanto avevano investito per assicurarsi la loro vittoria. Entrambi hanno fatto di tutto per sabotare i negoziati dell’Onu: la Turchia con il veto alla partecipazione dei Curdi; l’Arabia Saudita proponendo volti improponibili per rappresentare l’opposizione sunnita come i gruppi radicali salafiti di Arhar al Sham e Jaysh al Islam. Inoltre la richiesta preventiva che le forze di Damasco e i suoi alleati rispettassero una tregua a senso unico, liberando prigionieri e città assediate, erano evidentemente irricevibili; però danno l’idea di chi abbia ormai il coltello dalla parte del manico. Dopo cinque lunghi anni di conflitto l’esercito siriano è ancora saldo e coeso, giovani ragazzi ora in età di leva si arruolano, ingrossandone le fila per vendicare i parenti uccisi e difendere la patria; viceversa i gruppi ribelli non godono più dello stesso appeal, fanno fatica a reclutare jihadisti stranieri ora che le bombe russe li hanno presi di mira e la vittoria sembra un vero e proprio miraggio.

Il fatto è proprio questo: Bashar al Assad non sarà sconfitto; eppure sono in molti a non volere però che vinca. La totalità degli analisti aveva sottostimato non solo l’impatto dell’intervento russo, ma anche lo scopo stesso: credevano che Mosca si limitasse a puntellare il regime, non certo che si ribaltasse l’esito del conflitto. Così le recenti avanzate dei lealisti sia a nord sia a sud del Paese li hanno colti alla sprovvista. La ripresa del controllo del territorio intorno a Latakia e a nord di Aleppo rischia di tagliare le linee di rifornimento dei “ribelli”, che ora rischiano di finire come topi in trappola in una vasta sacca sottoposta agli incessanti raid della VVS. Il panico che subito si è diffuso ad Ankara e Riyadh ha portato il ministro della difesa saudita, il generale Ahmed Asiri, a ventilare l’ipotesi di inviare truppe saudite sul terreno in coordinazione con la Turchia, all’interno della Coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ovviamente l’ipotesi è risultata gradita al capo del Pentagono Ashton Carter. Ma perché dopo anni di assoluta inattività (se non di aperta complicità) i carri armati turchi – che impassibili rimasero a guardare l’assedio di Kobane – ora dovrebbero intervenire? Per lo stesso motivo per cui la loro artiglieria ha aperto il fuoco contro l’esercito siriano nei territori turcomanni: nel disperato tentativo di rallentare i progressi lealisti prima che inizi la terza fase dei colloqui di pace.

L’Arabia Saudita finanzierebbe l’operazione, gestendo la logistica e fornendo le armi per la creazione di un centro di comando unico per le operazioni sul terreno siriano. La risoluzione 2249 delle Nazioni Unite – votata in fretta e furia sull’onda dei fatti di Parigi – infatti consente teoricamente agli attori sul campo di agire militarmente sia in terra che in cielo per contrastare l’Isis, aggirando la sovranità nazionale di Siria e Iraq. Archiviata definitivamente l’idea di creare una no-fly zone al confine turco a causa dell’intervento russo, ora questa iniziativa avrebbe come vero scopo quello di impadronirsi della stessa fascia di territorio per creare una zona cuscinetto, da utilizzare come comode retrovie per i miliziani anti-Assad, salvandoli dalla disfatta. Non a caso, già da tempo Mosca, denuncia i movimenti di truppe turche a ridosso dei confini siriani e ha rinforzato la base di Latakia con i nuovissimi caccia Su-35, con le batterie antiaeree S-400 e i complessi missilistici SA22. Tutti questi mezzi, infatti, servono a “prevenirsi” da un’eventuale escalation proprio nei confronti della Turchia e non certo contro i “ribelli” che non posseggono aviazione, né concentrano le proprie truppe. La Russia ha inoltre diffidato qualsiasi nazione a “fornire aiuto” dentro il territorio siriano senza il consenso del legittimo governo di Damasco. Più diretto il ministro degli Esteri siriano Wallid Al Muallim: “torneranno in patria nelle bare i soldati stranieri che entreranno in Siria”. Data la scarsa lungimiranza strategica che regna ad Ankara e a Riyadh – già ampiamente dimostrata con l’abbattimento del caccia russo e con l’invasione dello Yemen – c’è effettivamente da temere che i due nuovi alleati possano cercare di “forzare la mano” in una mossa disperata per non perdere la partita, ma di certo nessuno governo occidentale sarà disposto a entrare in guerra con la Russia per i loro interessi. Eppure, nonostante questo timore, se nelle due capitali mediorientali si agitano così tanto, significa che i “ribelli” hanno i giorni contati.