La violazione del cessate-il-fuoco da parte di tutte le forze in campo potrebbe rovesciare nuovamente i tavoli internazionali della diplomazia. L’accordo siglato la settimana scorsa da Russia e Stati Uniti e accettato sia dal Governo di Damasco sia dall’Alto comitato negoziale siriano, che raccoglie i gruppi dell’opposizione armata cosiddetta “moderata”, è riuscito a definire gli obiettivi comuni ma ha provocato gravi spaccature all’interno dell’establishment americano. John Kerry, leader pragmatico, fautore della tregua con Mosca, era stato fortemente criticato dal Pentagono nella persona di Ash Carter, titolare della Difesa, sostenitore di una linea dura e interventista, il quale avrebbe cercato fino alla fine di ostacolare l’intesa con il Cremlino durante una conference call con la Casa Bianca.

E malgrado Barack Obama abbia alla fine posto il suo placet alla tregua, il Pentagono non ha esitato ad esprimere la contrarietà sulla road map tracciata dal segretario di Stato. A destare preoccupazione, in particolare, è la parte dell’accordo che prevede – allo scadere dell’ottavo giorno di tregua effettiva – una collaborazione straordinaria tra Usa e Russia sul campo militare per la condivisione di informazioni sugli obiettivi di Daesh in Siria. Collaborazione che, dal Dipartimento della Difesa, è mal vista perché comporterebbe lo scambio di intelligence con quello che continua ad essere il principale nemico degli Stati Uniti: Vladimir Putin. Qualche giorno fa, alla domanda precisa se gli Usa rispetteranno la parte di accordo che prevede la cooperazione militare con la Russia, il luogotenente generale Jeffrey L. Harrigian, del comando centrale delle forze aeree statunitensi, ha risposto in questo modo: “non dico né sì né no. Sarebbe prematuro dire se lo faremo”. Ma l’avversione del Pentagono nei confronti dell’accordo firmato da John Kerry deriva anche dall’assenza di un capitolo sul processo di transizione, rispetto alla quale, Washington spinge per l’ennesimo “regime change”, mentre Mosca, sostenendo sia necessario tutelare la sovranità popolare dei siriani cerca, al contempo, di tenere in piedi il suo più grande alleato in Medio Oriente. 

Proprio lo scorso sabato un raid aereo statunitense ha colpito nella provincia orientale di Deir Ezzor uccidendo più di 60 soldati dell’esercito regolare siriano e violando de facto il cessate-il-fuoco. “Se prima nutrivamo sospetti che tutto questo avvenisse per difendere Jabbat al Nusra, adesso, dopo i raid aerei sull’esercito siriano, siamo giunti alla spaventosa conclusione che la Casa Bianca difende l’Isis”, ha dichiarato, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Una nota del Dipartimento della Difesa statunitense ha spiegato invece che si è trattato di un errore poiché si riteneva di colpire la postazione di un gruppo di militanti dello Stato Islamico. Non è mancata la replica dei russi: “Il raid – ha affermato l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin – è stato intenzionale, e un tentativo di dirottare l’accordo di cooperazione tra Mosca e Washington”.

Tutto ciò può essere interpretato come il frutto della volontà di Barack Obama, giunto ormai al termine del suo mandato, di chiudere, per quanto possibile con un successo, il dossier siriano e riabilitare la sua immagine in politica estera cercando di far dimenticare i fallimenti registrati nel contrasto all’ascesa di Daesh e, in termini più generali, gli scarsi risultati nella lotta al terrorismo. Egli sa perfettamente che per farlo ha bisogno della collaborazione dei russi, i quali, “occupando” il territorio da mesi, sono in possesso di informazioni esclusive su bersagli e postazioni nemiche. L’uccisione di più di sessanta soldati fedeli ad Assad può essere perciò vista non solo come un segnale della volontà del Pentagono di osteggiare la tregua appena sottoscritta, ma soprattutto come avvertimento a John Kerry, Barack Obama, Hillary Clinton e Donald Trump della sua opposizione ad ogni politica di appeasement con il Cremlino e ad ogni arretramento sul fronte mediorientale.

Articolo pubblicato in esclusiva per la Treccani