Lo scorso fine settimana a Tobruk, Bengasi e al-Bayda sono andate in scena rabbiose manifestazioni contro la comunità internazionale – identificata nella figura di Martin Kobler, l’inviato speciale dell’Onu – e contro il nostro ministro della Difesa Pinotti. La folla poi ha bruciato svariate bandiere italiane, palesando un’ostilità che ha colto di sorpresa l’esecutivo che, invece di correre ai ripari, ha preferito ignorare l’accaduto. L’ostilità anti-italiana però non ha nulla a che vedere con il tradimento del trattato bilaterale del 2008 o con un improvviso revival nostalgico per al-Mukthar ed è stata evidentemente organizzata ad arte. I social network – veicolo privilegiato di tutte le “primavere arabe” – hanno veicolato falsi messaggi e dichiarazioni distorte della Pinotti, rendendole subito virali e aizzando le proteste di piazza. Il potere propagandistico della rete manifesta una precisa regia occulta rivolta esclusivamente contro l’Italia. Chi c’è dietro l’hashtag brucialabandieraitaliana? Pare difficile credere che il generale Haftar, sebbene scontento del nostro appoggio al governo di Tripoli, abbia montato da solo questa rivolta. Assai più facile è ricercare i mandanti tra i nostri alleati e precisamente in quel governo francese così rapido nel tuffarsi a pesce ovunque gli interessi dell’Eni subiscano degli “intoppi” forzati. Con singolare tempismo Hollande è andato al Cairo e ha mandato “consiglieri militari” a Tobruk.

La verità è che l’Italia (e quindi l’Eni) non può fidarsi di nessuno dei cosiddetti alleati: non di certo degli Stati Uniti che hanno affossato i nostri eccellenti rapporti con la Russia; non degli inglesi che da sempre hanno ostacolato ogni nostra iniziativa mediterranea e tantomeno dei francesi, che difendono a spada tratta gli interessi della Total. A nessuno di questi Paesi, a differenza delle dichiarazioni di facciata, interessa l’unità della Libia. Così del puzzle libico all’Italia mancherà sempre un pezzo. Il vero problema è che l’Eni possiede i diritti di estrazione e le concessioni di esplorazione in tutti i bacini dell’ex colonia: quelli off-shore di al-Salam, quelli di Gadamis, il bacino di Murzuq e di al-Kufra e quelli di Sirte e della Cirenaica. Nell’attuale situazione frammentata della Libia essere presenti in tutte le aree del Paese è un grosso svantaggio. Se da un lato la scelta di sostenere il governo di Serraj – riconosciuto ufficialmente dall’Onu – protegge gli interessi che abbiamo in Tripolitania, garantendo il funzionamento del Greenstream e dei terminali di Ras Lanuf e Sirte, difesi dalle Guardie Petrolifere di Ibrahim Jadran; dall’altra ci taglia fuori dal business in Cirenaica.

In questi giorni quello che sommamente temono a Tripoli non è tanto l’avanzata dell’Isis – che è utile per chiedere un intervento militare internazionale -, ma quella di Haftar che punta su Sirte. Infatti gli ampi rinforzi (armi, munizioni e 1.050 veicoli) che il generale ha appena ottenuto dall’Egitto e dagli Emirati, in barba all’embargo, possono rapidamente spostare l’inerzia del conflitto. Il continuo rifiuto del governo di unità nazionale da parte di alcuni deputati del parlamento di Tobruk, potrebbe cessare una volta che i terminali petroliferi saranno in loro possesso. A quel punto una soluzione di compromesso sarà inevitabile per il futuro della Libyan Oil Company e quindi del Paese stesso. Così, se da una parte Parigi ufficialmente sostiene Serraj, dall’altra è fortemente sponsor di Haftar. In questa situazione ingarbugliata sarebbe indispensabile valutare tutte le opzioni disponibili per proteggere i nostri interessi di primo importatore; ma per fare questo occorrerebbe adottare una politica estera non dico spregiudicata, ma almeno proattiva. Di certo non appiattita alle soluzioni calate dall’alto dall’inviato speciale dell’Onu. Trovare una mediazione tra i due governi (magari con l’aiuto della Russia che ha un canale privilegiato con Al Sisi) garantirebbe la posizione dell’Eni e dei suoi contratti. Ma per fare questo servirebbe un governo sovrano e indipendente; non quello che resta a guardare mentre preparano la nostra definitiva cacciata dalla Cirenaica.