Il risoluto intervento russo nel conflitto siriano inaugura indubbiamente una nuova fase del “grande gioco” tra le potenze globali. La scelta di diventare parte attiva nella guerra mediorientale – seppur senza “posare gli scarponi sul suolo” – è un atto sofferto e ponderato del Cremlino, che va ben oltre il futuro di Assad o del porto di Tartus e avviene, infatti, ormai ben oltre il quarto anno di lotta civile (che di “civile” non ha mai avuto nulla). È il primo intervento militare all’estero dell’esercito russo dai tempi della sciagurata trappola afghana, nemmeno lontanamente paragonabile ai colpi di mano in Transnistria, in Abkazia e Ossetia o alla Crimea, poiché quei teatri di fatto erano parte della Federazione e sono popolati da russi che il repentino crollo del ’91 ha fatto ritrovare stranieri in casa propria. La missione russa in Siria, indipendentemente dal suo esito, segna un punto di cesura negli equilibri geopolitici mondiali; un evento di per sé “storico” perché palesa non solo la ritrovata capacità di proiezione della Russia, ma dichiara anche la volontà di non potere più arretrare davanti a una sfida esiziale come nazione indipendente e padrona del proprio futuro.

Quindi Damasco come Stalingrado – si dice a Mosca, lontani dalla retorica; magari sotto sotto per farsi coraggio e illustrare il momento decisivo. Damasco assediata, come nell’estate del ’42, e tutt’altro che decisa ad arrendersi. Città fortezza tra il dilagare della barbarie islamista e la caparbietà di un regime laico che difende tutti i suoi cittadini – alawiti, sunniti, sciiti e cristiani, perché i curdi isolati già lo fanno da soli – che non hanno voluto fuggire dal loro Paese per consegnarlo agli scellerati uomini del folle califfo. E ancora Damasco come Stalingrado perché è lo spartiacque tra la resa totale e l’inizio della riscossa. Eppure è lontano dall’estero vicino che bisogna guardare per comprendere appieno il paragone: è a quell’Occidente targato Nato che si sta rispondendo con le armi; allo strapotere militare, finanziario e mediatico che agisce indifferentemente con o senza mandato dell’Onu, che si dà una secca risposta. È questo il senso del paragone con Stalingrado; il limes invalicabile tracciato intorno all’Eufrate sta a intendere che d’ora in avanti sarà una inevitabile guerra casa per casa e che non si arretrerà più di un millimetro davanti al nemico.

Il senso di questa risolutezza si trova già tra le righe del discorso di Putin all’Onu; non tanto il solito j’accuse rivolto ai campioni dell’instabilità mondiale sotto forma della difesa dei Diritti umani, ma l’affermazione che di fronte a un tale moderno mostro si debba collaborare andando oltre le differenze ideologiche. Ecco che ritorna il parallelo con Stalingrado perché, come contro il nazifascismo rampante, si poté far lottare Churcill assieme a Stalin, così oggi si deve difendere Assad per poi deciderne il futuro assieme ai siriani. Insomma una Russia che riprende la Grande Guerra Patriottica trasformandola in Santa, grazie all’appoggio della Chiesa Ortodossa. Una Russia che, tutt’altro che isolata internazionalmente – come ce la dipingono ormai da tempo i nostri Media -, che trova gli applausi dell’Assemblea Generale e l’appoggio fattivo della Cina.

La sottigliezza del lavoro diplomatico di Putin si ritrova anche nel metodo adottato: certo non poteva presentarsi come paladino del Diritto internazionale – in cui non ha mai creduto non per partito preso o per principio, ma perché ripetutamente infranto in Kosovo, Iraq, Libia e Yemen proprio da coloro che non mancano occasione per rivendicarlo come inviolabile -, ma comunque seguendone le procedure come a rimarcare una distanza etica rispetto agli interventi targati Nato. E così torna calzante il paragone con Stalingrado non solo “perché se non li fermiamo là ora, ci ritroveremo a combatterli in casa”, ma perché la guerra – guerreggiata, finanziaria, mediatica ed economica – la Federazione la combatte già dai tempi della Cecenia, del masticatore di cravatte Saakashvili, della “rivoluzione arancione” pre-Maidan e nei cieli del Baltico. Allo stesso modo i cinesi sorridono sornioni non ignorando l’accelerazione impressa ai Trattati Trans-Pacifici, la “rivolta spontanea” di Hong-Kong o l’esplosione della “bolla” di Shangai. Così le due nazioni che soffrirono il maggior numero di perdite nella Seconda Guerra Mondiale si ritrovano oggi (obtorto collo?) più che mai unite, non tanto nella lotta all’Isis ma contro lo sfrenato espansionismo neoliberale. Al di là di come andrà a finire in Siria, le nostre elite ci stanno conducendo a piccoli, ma decisi passi, allo scontro contro le uniche due nazioni che hanno patito milioni di morti senza mai perdere una guerra. Una scelta che farebbe tremare le gambe anche agli uomini più folli.