L’accordo sul cessate il fuoco raggiunto dall’International Syria Support Group è fragile e poggia su basi ambigue. Da un lato si richiede che l’aviazione russa interrompa i bombardamenti contro i “ribelli”, dall’altro si punta a distinguere quali siano i gruppi terroristi contro cui sia lecito proseguire i raid aerei. Dopo aver convenuto che sia lecito continuare a colpire Al Nusra e l’Isis, il primo scoglio da superare resta il fatto che, mentre per i Russi gruppi come Jaysh al Islam sono considerati terroristi, per Washington invece rimangono membri rispettabili dell’opposizione siriana; allo stesso modo le milizie curde del YPG, ritenute alleate sia da Mosca sia dal Pentagono, continuano a essere bombardate dalla Turchia che le ritiene nemiche. Non è infondo difficile capire che l’accordo partorito dall’ISSG – formato dai rappresentati dell’ONU, Stati Uniti, Russia, EU, Lega Araba, Cina, Egitto, Francia, Germania, Gran Bretagna, Iran, Iraq, Italia, Giordania, Libano, Oman, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, e Turchia – abbia troppe “madri” per giungere a una vera soluzione; troppi sono gli attori in campo e troppo divergenti gli obiettivi di ciascuno di essi. Inoltre salta subito all’occhio la mancanza proprio del governo siriano e degli stessi Curdi che da cinque anni combattono i miliziani islamici. In fondo nessuno voleva veramente che da Monaco uscisse un accordo definitivo e vincolante: non lo ricerca l’Arabia Saudita e la Turchia, principali sponsor dei gruppi terroristi; non lo vuole certo la Russia, ora che i lealisti stanno riconquistando rapidamente terreno, e neppure gli Stati Uniti che dovrebbero rassegnarsi a vedere Assad ancora al potere. Allora perché questa improvvisa “urgenza umanitaria” che costringe tutti a convergere verso una tregua? Cosa si cela dietro il paravento dei diritti umani che solo al quinto anno di guerra si palesano nell’Aleppo assediata?

Il motivo è da ricercarsi nei rapidi progressi dell’esercito siriano che, nelle ultime settimane, è arrivato molto (troppo) vicino al confine turco e a pochi chilometri da Raqqa. Nessuno credeva in un così rapido squagliamento delle forze ribelli e quindi ora devono correre ai ripari: se le forze lealiste sigillassero la frontiera la guerra sarebbe di fatto conclusa; mezzi, armi e contrabbando di petrolio non potrebbero più fluire liberamente sancendo la fine del Califfato siriano. Quindi meglio cercare di imporre una pausa, uno stallo che permetta ai terroristi di riorganizzarsi, magari fornendo loro qualche nuovo stock di armi più potenti (si vocifera già di lanciamissili Grad e nuove armi anticarro). Inoltre anche per Washington sarebbe inopportuno lasciare Putin cingersi della palma della vittoria e del prestigio di aver sconfitto l’Isis in pochi mesi, a differenza della loro fiacca Coalizione.

Lo smacco per Ankara e Riyadh però sarebbe ancora maggiore: l’una dovrebbe rinunciare non solo ai suoi lucrosi affari con i terroristi, ma anche al sogno neo-ottomano di estendere i propri confini e il controllo sulle zone abitate dai turcomanni; per l’altra significherebbe aver gettato al vento miliardi tentando di abbattere Assad e perdere il primo scontro per procura con l’acerrimo nemico iraniano, proprio mentre è ancora arenata nella palude yemenita. Per questo entrambe ora vanno a braccetto tirando la giacca agli americani. Vorrebbero al più presto una zona cuscinetto che permetterebbe non solo di “amministrare” i profughi al di fuori dei propri confini continuando a ricattare l’Europa, ma soprattutto di continuare a sostenere liberamente i gruppi terroristici. Archiviata de facto la possibilità di istituire una no-fly zone dopo il posizionamento russo di batterie antiaeree e dei nuovi caccia, l’unica alternativa rimasta loro consiste nell’occupare quella fascia di territorio profonda 30 km ufficialmente per combattere l’Isis; eppure per quando spudorati sanno di non potersi permettere un simile azzardo senza l’avvallo di Washington. I giochi ormai sono delineati: le truppe turche pronte e ammassate al confine e i caccia sauditi dislocati nella base di Incirlik, ma varcare il confine significa andare a scontrarsi apertamente con Mosca e Teheran che, senza il supporto della NATO, equivale a un suicidio. Quindi aspettano un pretesto “umanitario”, magari una strage d’inermi profughi al confine o qualche “violazione” commessa da Assad e nel frattempo prendono tempo, alzando la voce perché sono terrorizzati.