La notizia della morte di Ali Dawab­sha, il bimbo pale­sti­nese di 18 mesi bruciato vivo nella sua casa da coloni israeliani estremisti nel villaggio di Kfar Douma, vicino a Nablus, in Cisgiordania rischia di far precipitare la Terra Santa in una rinnovata spirale di violenza. Stando a quanto riferito dalla televisione al-Aqsa, Hamas si sarebbe limitata a lanciare un appello agli abitanti di Nablus affinché indicano per le strade manifestazioni di protesta. Tuttavia in passato atti meno gravi – come la provocatoria passeggiata dell’allora premier Ariel Sharon alla Spianata delle moschee nel settembre del 2000 – provocarono la seconda intifadah, che a differenza della prima non venne più fatta con i sassi e i morti cominciarono ad essere numerosi da entrambe le parti.

A partire dal 1993 cioè con gli Accordi di Oslo, firmati dal Primo Ministro israeliano dell’epoca Yitzhak Rabin e Yasser Arafat con la benedizione del Presidente americano Bill Clinton, si è cercato di risolvere il conflitto arabo-israeliano attraverso la formula di «due stati per due popoli» cioè la creazione di uno stato palestinese che includesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, affianco a quello israeliano. Tutti i vertici di pace che si sono succeduti negli anni – e che hanno miseramente fallito – si sono basati su questa prospettiva. Ciò è forse la dimostrazione che la soluzione dei due stati separati dovrebbe essere abbandonata in favore di quella di uno stato unitario per arabi ed ebrei insieme come unica soluzione volta a realizzare una pace duratura fondata sul diritto.

Tale progetto sostenuto da molti esponenti sia della comunità ebraica che di quella palestinese, come il giornalista Ali Abunimah, l’antropologo e attivista ebreo israeliano di origine statunitense Jeff Halper, lo scrittore Edward Said e lo storico israeliano Ilan Pappé, è stato elaborato nella sua forma più completa da Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito del Colonnello Muammar Gheddafi (condannato recentemente a morte da una sentenza emessa dal Tribunale di Tripoli, considerata ingiusta e non conforme ai principi del diritto internazionale dal Consiglio d’Europa) e poi fatta propria dall’ex capo di stato libico.

Il piano si articola in sei punti: a) creazione di uno stato bi-nazionale Ebreo-Palestinese chiamato Repubblica Federale della Terra Santa b) partizione dello stato in cinque regioni amministrative, con Gerusalemme come città-stato c) ritorno di tutti i profughi palestinesi d) supervisione da parte delle Nazioni Unite di eque e libere elezioni sia al primo che al secondo turno e) rimozione delle armi di distruzione di massa dallo stato f) riconoscimento dello stato da parte della Lega araba.

Agli obiettivi sopra elencati andrebbe aggiunto un settimo che consiste nella revisione della cosiddetta “legge del ritorno”, secondo la quale qualunque ebreo del mondo (nato cioè da madre ebrea) è naturaliter cittadino d’Israele, solo che lo voglia. Si tratta di un decreto semplicemente assurdo. Se, per ipotesi, tutti i circa trenta milioni di ebrei della diaspora decidessero di usufruire di questa legge e rientrare in Israele, non basterebbero frontiere dal Nilo all’Eufrate all’Oronte per ospitarli tutti. Come sopra accennato la proposta di Saif al-Islam è stata fatta propria dal padre che l’ha rilanciata sulle pagine dell’autorevole quotidiano statunitense The New York Times nel gennaio del 2009.

Nonostante il suggestivo nome di “Repubblica Federale della Terra Santa” l’ex Rais ha preferito denominare l’ipotetica entità statale Isratina, neologismo sincratico dei due termini Israele e Palestina, per dare l’idea di una nazione unica comprendente i territori di Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza in cui palestinesi ed ebrei di tutte queste zone godano di eguali diritti e dignità senza alcun tipo di discriminazione.

La principale obiezione a questa proposta è venuta da parte israeliana. Gli ebrei israeliani in maggioranza hanno sostenuto infatti che lo scenario di uno stato unico negherebbe a Israele lo status di patria del popolo ebraico. Tale punto è il nodo cruciale del problema. Infatti la mancata soluzione del conflitto arabo- israeliano deriva in gran parte dall’ostinazione da parte di Tel Aviv a rinunciare al suo carattere di stato ebraico. E’ perfettamente comprensibile come dopo secoli, se non millenni di persecuzioni da parte degli egizi, dei babilonesi, dei romani, dei russi e più recentemente dei tedeschi gli ebrei desiderino un focolare nazionale ove potersi rifugiare nel caso che una nuova ondata di antisemitismo colpisca l’Europa e l’Occidente più in generale. Detto ciò essi non possono imporre alla popolazione araba, che ha diritto quanto loro di risiedere in Palestina, di accettare di vivere in uno stato ebraico. E’ stato detto che non vi è contraddizione fra la natura ebraica dello stato d’Israele e la sua vocazione democratica, ma ciò è smentito dai fatti.

La minoranza araba subisce infatti pesanti discriminazioni non solo all’interno dei cosiddetti “territori occupati” (cosa ammessa da illustre personalità internazionali fra i quali spiccano l’ex Presidente Usa Jimmy Carter, Nelson Mandela e Shulamit Aloni, ex ministra dell’Istruzione del governo Rabin) ma anche dentro gli stessi confini israeliani. Le statistiche ufficiali ci mostrano come dalla fondazione di Israele a oggi si sia creato un gap spaventoso fra le condizioni di vita della popolazione ebraica dello stato e quella di origine palestinese, che costituisce circa il 19-20% della popolazione del paese. Un’inchiesta di qualche anno fa svolta dal centro Adva per l’eguaglianza ha rivelato che le trentasei zone peggiori per la disoccupazione in Israele erano tutte comunità arabe. Benché la quota nazionale dei disoccupati si aggiri intorno al 10%, molte comunità palestinesi soffrono di una disoccupazione del 25-30%. Gli arabo-israeliani inoltre non sono protetti dalle discriminazioni sul lavoro e per loro resta il divieto non dichiarato ad accedere a vaste aree dell’economia con il pretesto che il lavoro è correlato alla sicurezza. Pur esistendo una legge che, teoricamente, imporrebbe all’amministrazione statale di assumere senza compiere distinzioni di natura etnica e/o religiosa fra i cittadini, appena il 5% degli impiegati pubblici sono arabi, in maggioranza insegnanti dei loro centri abitati oppure infermieri, o più raramente, medici in ospedali e in ambulatori. Nelle aree urbane inoltre non vi è alcuna opportunità di occupazione né di investimenti nell’alta tecnologia che pure è il fiore all’occhiello dell’economia israeliana.

Questa è la dimostrazione che non è possibile rafforzare il carattere ebraico dello stato senza ridurne di converso quello democratico. Sono passati ormai quasi settant’anni dal primo conflitto arabo-israeliano e molto sangue innocente è stato versato da allora. Solo attraverso il riconoscimento e il dialogo le rispettive comunità, ovvero quella araba e quella ebraica, portatrici entrambe di una cultura e di una civiltà che come poche altre hanno contribuito al progresso dell’umanità, potranno porre fine a questa guerra e assicurare alle prossime generazioni un futuro fatto di pace.