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Il vertice di Astana ha segnato la consacrazione del nuovo asse che, tanto per la Siria quanto per altre delicate questioni della regione, sembra aver ormai le chiavi dell’intero Medio Oriente; Russia, Iran e Turchia infatti, solidificano la propria collaborazione ed i rispettivi governi prendono l’impegno di assicurare e puntellare una tregua che, Al Nusra ed ISIS a parte, tiene da quasi un mese. E’ questa quindi la prima e forse più importante considerazione da fare guardando a quanto trapelato dalla capitale kazaka dopo il summit terminato lo scorso 24 gennaio. All’incontro, come ben si sa, hanno partecipato le delegazioni del governo siriano e di una parte consistente dell’opposizione. Tuttavia la strada per un riavvicinamento fra le parti appare essere ancora molto lunga, gli islamisti sono stati convinti dalla Turchia ad accettare la tregua e non placheranno facilmente l’impeto delle loro richieste nel voler vedere dipartire Assad. Il punto di contatto sempre più rafforzato tra Mosca, Teheran ed Ankara suggerisce comunque una visione più ottimistica rispetto al passato.

Anche se la pace in Siria appare ancora lontana, pur tuttavia le basi per una stabilità tanto siriana quanto mediorientale appaiono più solide; di fatto, l’occidente dopo i disastri provocati tra il 2011 ed il 2012 ha mollato l’ancora e non ha più le credenziali per ottenere credibilità nella regione. Adesso i ‘guardiani’ sembrano essere proprio la Russia, l’Iran e la Turchia. Il Cremlino, nei fatti, assume un ruolo di leadership dell’asse venutosi a creare l’estate scorsa, dopo il fallito golpe contro Erdogan ad Ankara e la successiva svolta diplomatica del governo turco adesso molto più lontano da USA ed Europa. Paradossalmente le incognite maggiori del post-Astana appaiono essere i ruoli degli USA e del vecchio continente. L’esecutivo di Trump da poco insediato, ha promesso un riavvicinamento verso la Russia ed ha più volte indicato nell’ISIS e non in Assad il nemico da abbattere e sradicare dalla Siria: in tal senso quindi, ci si aspetta da Washington un atteggiamento molto diverso rispetto al passato, quando specie tra il 2012 ed il 2014 (ma anche negli anni successivi) armi e rifornimenti americani e degli alleati sauditi e qatarioti sono arrivati in grande quantità nei depositi di terroristi islamisti e degli stessi miliziani dell’ISIS, il tutto in funzione anti Assad.

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Donald Trump, proprio in merito al dossier siriano, eredita una situazione disastrosa frutto delle scelte nefaste compiute dal predecessore e, durante il primo mandato di Obama, dell’allora segretario di Stato, Hillary Clinton. L’ostinazione nel chiedere la testa di Assad, così come la visione di un medio oriente balcanizzato e frazionato in tanti staterelli di base etnica e confessionale, unito ovviamente alla mera difesa di interessi nelle relazioni con gli alleati regionali delle petromonarchie, hanno ad oggi determinato la continuazione dei massacri in Siria ed allo stesso tempo una lenta e graduale estromissione degli USA dallo scacchiere siriano e mediorientale. La propaganda mediatica non basta a nascondere le negligenze e le nefandezze di Washington, che portano oggi Trump alla difficoltà di gestire una grave sconfitta diplomatica. I video di elmetti bianchi e di pseudo ospedali bombardati, questa volta non hanno sortito l’effetto del rovesciamento degli equilibri sul fronte: Assad rimane in sella e la miopia statunitense lascia quindi campo libero ad un nuovo medio oriente gestito dalla Russia con al suo fianco le due più importanti potenze regionali, una sunnita (la Turchia) e l’altra sciita (l’Iran).

Dal male rappresentato dalle atrocità della guerra siriana, potrebbe quindi nascere un elemento positivo per il futuro della regione: la fine dell’egemonia politico militare degli Stati Uniti d’America e l’inizio di una gestione, tanto del conflitto in Siria quanto delle altre problematiche mediorientali, affidata all’asse Mosca – Teheran – Ankara. Un’alleanza, come del resto accade sempre a livello internazionale, che nasce da interessi comuni e che potrebbe prolungarsi nel tempo grazie a problematiche comuni che si incastrano alla perfezione, quasi a formare un puzzle. La Russia vuole una Siria riappacificata con Assad al comando della nazione e la salvaguardia delle proprie basi militari, l’Iran non vuole perdere un governo alleato che in futuro potrebbe assurgere a perno della ‘mezzaluna sciita’ che va da Teheran a Beirut e che costituirebbe il viatico perfetto per isolare il fronte sunnita delle petromonarchie del golfo, dal canto suo la Turchia non vuole entità curde autonome vicino ai propri confini e sa che questo si realizzerebbe solo in un contesto mediorientale rasserenato e nuovamente stabilizzato. Strategie ed interessi comuni per l’appunto, che assumono il valore di collante di un asse che ha tutto l’interesse a chiudere la partita siriana sfruttando anche le vittorie sul campo di Assad ed il mancato sostegno popolare alle milizie jihadiste ed islamiste.

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Il vertice di Astana ha voluto certificare tutto questo: parti in causa siriane distanti e combattimenti pesanti ancora in corso specie contro Al Nusra e l’ISIS, ma dalla capitale kazaka parte una nuova strategia per la Siria e per il medio oriente in generale, nell’attesa di capire le prime mosse del nuovo governo USA e soprattutto vedere quali saranno le iniziative di Trump volte a rendere meno amara la sconfitta ed a far salvare la faccia agli Stati Uniti dopo i disastri di Obama e della Clinton. I colloqui di Astana, oltre a produrre dei documenti firmati dal trio Mosca – Teheran – Ankara in cui vi è l’impegno nel far rispettare il cessate il fuoco, ha nei fatti anche iniziato a far dialogare il governo di Assad (vincente sul campo) con quell’opposizione persuasa dalla Turchia ad abbandonare le mire jihadiste di Al Nusra. In tal senso, Astana costituisce un primo round in attesa del vertice di Ginevra il quale, per l’appunto, si prefigura come il primo in ambito ONU (almeno per quanto riguarda la Siria) in cui ad assumere il ruolo di protagonisti assoluti saranno per l’appunto i componenti della triade sopracitata. 

Ciò che si sta discutendo in questi giorni sulla questione siriana, ha valenza importante anche in tutto l’occidente. Mentre in Europa e negli USA i media continuano ad alimentare timori e paure sulla Russia di Putin, giudicata antidemocratica, il nuovo equilibrio mediorientale potrebbe nei prossimi anni portare ad una stabilità della regione che contribuirebbe in modo significativo a rendere il globo intero un posto più sicuro. Una Siria riappacificata, sotto l’egida dell’asse Mosca – Teheran – Ankara con un’Arabia Saudita sempre più isolata, Paese che per anni ha finanziato salafiti e takfiri, sarebbe una buona notizia per il distratto e disinformato vecchio continente.