La Germania del 2015 è una Germania diversa da quella che ha fatto sognare una generazione di tedeschi e di europei negli ultimi anni. L’economia di quella che viene da sempre considerata la locomotiva d’Europa comincia a vedere lo spettro di una crescita a rilento; il regno della cancelliera Merkel, anche per motivi temporali, sembra in qualche modo volgere al termine; lo scandalo Wolkswagen ha minato nel profondo lo spirito quasi superbo del popolo tedesco e la fiducia incondizionata nel sistema; l’afflusso costante di immigrati sta smuovendo sempre più le coscienze tedesche sui rischi e sulle paure delle migrazioni incontrollate. Su queste premesse e soprattutto sulle inquietudini di un’ondata migratoria senza precedenti, si sviluppa il movimento dei “patrioti europei contro l’islamizzazione dei paesi occidentali”. Per tutti, Pegida. “Vogliamo che tutti i bambini possano crescere in una Germania e in un’Europa pacifiche e cosmopolite”. “Non siamo politicamente corretti”.

“Non accettiamo che in Europa ci siano attività dell’Isis, del PKK, di al Qaeda o di come si chiamano!”. “Il “padre dei turchi”, Mustafa Kemal Atatürk, dopo la separazione tra Stato e religione, ha portato con successo la Turchia nel mondo moderno e ha dimostrato che in un paese musulmano è possibile!”. Basterebbe soltanto la lettura di questi slogan del loro “manifesto” per comprendere la complessa e tutt’altro che scontata realtà di questo. Non è una Germania benpensante e illuminata quella che va a ingrossare le fila di Pegida, ma non è neanche la Germania nazista, come affermano i suoi detrattori. Perché il lessico e il linguaggio del partito, per usare un gioco di parole, non è benpensante ma è ben pesante, sfugge volontariamente alle logiche dell’estrema destra e dello scontro ideologico e si impone come partito la cui idea è una soltanto: evitare l’islamizzazione della Germania.

E lo fa con una tecnica di linguaggio degna dei moderni sistemi di propaganda. Mentre si definisce il movimento contro l’islamizzazione dell’Europa, dall’altro lato si augura un’Europa cosmopolita. Mentre chiede a gran voce il blocco dell’immigrazione, dall’altro lato punta ad attrarre l’elettorato dei tedeschi di origine turca, mettendo nello stesso calderone il PKK e l’Isis ed esaltando la figura di Atatürk per contrastare la forza del sentimento islamico. Sfodera il sentimento anti-islamico come problema fondamentale per la sopravvivenza dell’Europa ma nasce nella regione che meno di tutte vive questo problema, la Sassonia, che ha un 0.1% di immigrati musulmani contro una media nazionale che si stanziava, almeno prima del grande flusso migratorio di origine siriana, intorno al 5%. E mentre si barcamena tra messaggi anti-islamici 2.0 e aspirazioni antipolitiche che si dichiarano contrarie all’estrema destra quanto all’estrema sinistra, il leader del partito, il grafico pubblicitario (ed ex-detenuto per furto e spaccio) Lutz Bachmann, catalizza sempre più non solo le attenzioni dell’elettorato tedesco, ma anche quelle dell’intellighenzia tedesca, che per la prima volta dopo la riunificazione si trova a dover affrontare un sentimento ostile all’immigrazione.

Bachmann infatti è ben consapevole che esiste un intero bacino elettorale che in Germania non ha partito, ed è quello che per anni la CDU ha cercato di mantenere sotto la sua ala protettrice ma che oggi si trova non più a suo agio nelle politiche merkeliane, soprattutto dopo l’apertura delle frontiere. Sa però anche che per inserirsi costantemente nel sistema elettorale e partitico tedesco, ha bisogno inevitabilmente di negare qualsiasi vicinanza con l’estrema destra, perché in Germania equivale all’oblio. E l’esperienza tedesca può insegnare molto sotto questo profilo: è il nuovo mondo politico del paradosso, del populismo scaltro, dell’identitarismo mischiato alla propaganda elettorale 2.0. Una miscela esplosiva che si inserisce nel vuoto ideologico e culturale europeo e che può considerarsi un vero e proprio laboratorio della Germania post-Merkel.