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Nel luglio di quest’anno un tribunale israeliano ha definitivamente riconosciuto valido, e dunque senza possibilità di rescissione, l’accordo contrattuale con il quale l’allora Patriarca Ireneo, nel 2004, aveva venduto all’Ateret Cohanim, organizzazione sionista volta a stabilire una maggioranza ebraica nella parte vecchia della Città Santa, tre importanti proprietà del Patriarcato. La messa in luce di quest’accordo portò alla destituzione di Ireneo, dal 2005 confinato in un’altra struttura di proprietà della Chiesa, ed alla sua sostituzione con Teofilo III che giurò di cancellare questi accordi proprio sulla base del fatto che queste proprietà vennero svendute ad un prezzo nettamente inferiore rispetto al loro reale valore di mercato.

Tuttavia, ad oggi, il nuovo Patriarca non solo non ha rispettato quanto promesso ma si è reso protagonista di uno scandalo che ha fatto gridare di nuovo al tradimento la comunità cristiano-ortodossa palestinese. Si tratta ancora una volta della cessione di importanti proprietà nella fascia costiera di Cesarea e della vendita per soli 10 milioni di dollari ad una presunta compagnia straniera dei terreni di Gerusalemme Ovest (oltre 40.000 ettari) che il Patriarcato diede in locazione per novantanove anni al Fondo Nazionale Ebraico nel 1936 (operazione che permise al sionismo il controllo di un’ampia parte della città) e sui quali vennero costruiti diversi edifici istituzionali negli istanti successivi alla nascita dello Stato ebraico.

Teofilo III

Teofilo III

La scoperta dell’accordo ha scatenato le ire dei cristiani palestinesi che hanno richiesto ancora una volta la rimozione del Patriarca e di altre alte cariche religiose accusate di favorire la politica coloniale di Israele. Ma le richieste dei palestinesi vanno oltre. Infatti, dopo oltre cinquecento anni, si chiede la nomina di un Patriarca palestinese che faccia gli interessi dei cristiani palestinesi (il 99% della popolazione cristiana in Palestina è appartenente alla componente etno-linguistica araba) e non della Chiesa greco-ortodossa. Di fatto, ogni Chiesa ortodossa nel mondo si è sviluppata in modo autocefalo, mentre i palestinesi devono ancora fare riferimento alla Chiesa greca che in più di un’occasione ha dimostrato scarso interesse alle afflizioni della popolazione indigena della Palestina nel corso degli ultimi anni.

I palestinesi cristiano-ortodossi, alla pari dei copti in Egitto, sono considerati come la comunità storicamente indigena dell’area essendo presenti nella regione ormai da duemila anni. Una comunità le cui recenti vicissitudini sono state ben raccontate dal cineasta palestinese e cristiano Elia Suleiman in lungometraggi come Intervento divino e Il tempo che ci rimane.

Scena tratta da Il tempo che ci rimane

Le attuali tribolazioni di questa comunità hanno origini lontane nel tempo. Nel 637 il patto stipulato tra il Patriarca Sofronio I ed il Califfo Omar a seguito della conquista arabo-islamica di Gerusalemme mise i presupposti per l’istituzione dello statuto del dhimmi (suddito non musulmano residente nella dar al-Islam). Con l’arrivo dei crociati, la comunità cristiano-ortodossa, alla pari di quella musulmana, subì pesanti persecuzioni, tanto che numerosi cristiani orientali presero parte in arme alla riconquista islamica della Città Santa ad opera di Ṣalāḥ al-Dīn. Un’alleanza che può apparire paradossale ma che al contrario ha le sue radici nello stesso Corano e nell’esegesi della sura Ar-Rum. In questo senso, i primi versi della sura sono fondamentali:

Sono stati sconfitti i Romani nel paese limitrofo; ma poi dopo essere stati vinti, saranno vincitori; tra meno di dieci anni – appartiene ad Allah il destino del passato e del futuro – e in quel giorno i credenti si rallegreranno.

La sconfitta di cui parla il primo verso è quella subita dall’esercito bizantino in Palestina per mano dei persiani nel 614. Il Profeta Muhammad si dispiacque di tale sconfitta mentre i suoi concittadini meccani e idolatri se ne rallegrarono. Tuttavia, il Profeta, ben dispoto nei confronti della cristianità, predisse, tra lo scherno degli stessi meccani, la rivincita cristiana che avvenne nel 622 e definitivamente cinque anni più tardi nei pressi di Mosul. Va da sé che è proprio nei confronti della cristianità orientale ed ortodossa che il Profeta dimostra la sua buona disposizione.

Saladino - Cristofano dell'Altissimo (1568)

Saladino – Cristofano dell’Altissimo (1568)

Un’alleanza che nella prospettiva dell’Islam sciita duodecimano sarà ulteriormente santificata dall’unione mistica tra la principessa bizantina Narciso (Narkes Khatun) e l’undicesimo Imam Hasan al-Askari che darà alla luce il “Signore del tempo” (sahib al-zaman) Muhammad al-Mahdi. Con la nomina, nel 1534, del Patriarca Germano la Chiesa ortodossa palestinese inizia il suo progressivo riassorbimento all’interno della Chiesa greca che verrà definitivamente sancito durante il patriarcato di Dositeo nella seconda metà del XVII secolo attraverso un atto che da quel momento in poi avrebbe permesso ai soli greci di essere membri della Fratellanza del Santo Sepolcro (di fatto, l’istituzione che controlla la Chiesa ortodossa in Palestina).

Da allora, a più riprese, il Patriarcato è stato accusato di trattare i beni della Chiesa come una proprietà privata greca senza minimamente tenere in considerazione i bisogni della popolazione locale. Una considerazione che si trasformò in realtà sin dal famoso accordo segreto del 1927 con il quale il Patriarcato, nel momento in cui il confronto tra palestinesi e colonizzatori sionisti si faceva sempre più teso, vendette a Gerusalemme importanti terreni nei dintorni della Porta di Jaffa all’ebreo egiziano Eli Shamaa. Ovvero, nello stesso periodo in cui attraverso diverse fatwa il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husayni biasimava e cercava di impedire la vendita di terreni ai sionisti da parte dei palestinesi. A questo proposito non è da dimenticare il fatto che lo stesso muro che gli ebrei chiamano Muro del Pianto (sacro anche ai musulmani in quanto si ritiene che il cavallo di Muhammad, Buraq, avesse lì la sua stalla nel momento in cui il Profeta compì il Mi’raj) era di proprietà di un waqf (fondazione religiosa) appartenente ad una nobile famiglia palestinese.

La distruzione del Tempio di Gerusalemme - Francesco Hayez (1867)

La distruzione del Tempio di Gerusalemme – Francesco Hayez (1867)

Una proprietà che venne riconosciuta anche dal Libro Bianco rilasciato dal governo Britannico nel 1928 e successivamente calpestata dall’usurpazione sionista dell’area. Ora, il ruolo del Patriarcato greco-ortodosso rischia di diventare ancora più ambiguo se si considera che possiede in totale circa il 20% del territorio della città vecchia a Gerusalemme. Dunque, il suo tradimento della causa palestinese potrebbe potenzialmente assumere un doppio connotato negativo. Oltre a spianare la strada alla definitiva proclamazione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, tale atteggiamento possiede un aspetto simbolico negativo perché, come già affermato, molti pensatori e storici musulmani, anche contemporanei (lo Sheikh Imran Hosein su tutti), hanno spesso ritenuto la cristianità orientale come un naturale alleato dell’Islam non solo nello scontro col sionismo ma anche contro i più perversi effetti della modernità occidentale.

Nell’ottica dello Shaikh Hosein, infatti, la cristianità orientale non si è mai macchiata di quello sdoganamento teologico del sionismo e dei suoi aspetti messianici avvenuto nel cattolicesimo a seguito del Concilio Vaticano II. A questo proposito furono quasi paradossali le parole di elogio che Giovanni Paolo II, in occasione del centenario del Tempio maggiore di Roma, rivolse, attraverso una lettera al Rabbino Capo, nei confronti del filosofo medievale Mosè Maimonide: ebreo, residente in al-Andalus, ben noto per il suo profondo disprezzo nei confronti dei cristiani. Senza considerare che l’esegesi tradizionale delle fonti rabbiniche si è spesso orientata verso l’identificazione della cristianità con Edom, potenza empia ed idolatrica dei tempi premessianici, e dei cristiani in generali come potenziali schiavi del Regno di Israele che verrà.

Mosè Maimonide - pagina di codice presso la Biblioteca reale (Danimarca), traduzione ebraica de La guida dei perplessi (originale scritto in arabo) del 1347: Maimonide insegna la 'misura degli uomini' (rispetto alla terra e all'universo, gli uomini sono molto piccoli)

Mosè Maimonide – pagina di un codice conservato presso la Biblioteca reale danese, traduzione ebraica de La guida dei perplessi (originale scritto in arabo) del 1347: Maimonide insegna la ‘misura degli uomini’ (rispetto alla terra e all’universo, gli uomini sono molto piccoli)

Appare evidente che, nonostante il carattere intrinsecamente tradizionale delle sue istituzioni la cui espressione più genuina rimane la vita monastica sul Monte Athos, la Chiesa greco-ortodossa abbia subito una profonda influenza dall’assorbimento della madrepatria nel campo occidentale sin dall’esito della guerra d’indipendenza greca nella prima metà del XIX secolo. Tuttavia, l’ambiguità mostrata nel contesto palestinese non ha avuto riscontri nello scenario del conflitto siriano in cui le milizie cristiano-ortodosse sono schierate al fianco delle forze leali al legittimo governo di Bashar al-Assad. Dunque, per ciò che concerne la Palestina ed i palestinesi, si può affermare che riappropriarsi di ciò che è parte integrante del proprio patrimonio culturale, potendo anche gestire direttamente le proprie risorse, è indubbiamente il primo passo verso la reale emancipazione di un popolo da troppi anni costretto in una condizione di cattività che inibisce anche la più tradizionale forma di espressione della natura umana, quella religiosa.