Saint Denis, banlieu alla periferia nord di Parigi, mercoledì scorso è diventata teatro di una vera e propria guerriglia tra forze di sicurezza e jihadisti barricati all’interno di un edificio. Sono stati esplosi più di 5000 colpi di arma da fuoco e una donna kamikaze, Hasna Autboulahcen, cugina 26enne di Abdelhamid Abaaoud, il cervello della strage di venerdì sera, si è fatta saltare in aria. Nel corso dell’operazione, durata sette ore, un terrorista è stato ucciso da un tiratore scelto della polizia, tre sono stati prelevati dai poliziotti mentre un sesto, nel secondo appartamento, ha resistito fino all’ultimo prima di essere neutralizzato. Altre due persone sono poi state arrestate nei dintorni, uno è il proprietario dell’appartamento. Mentre in cielo volavano gli elicotteri della polizia, l’intero quartiere è stato blindato dall’esercito, i trasporti sono stati interrotti, alla gente è stato impedito di uscire. Centinaia di agenti pesantemente armati e decine di mezzi tra furgoni della polizia, camion dei vigili del fuoco e ambulanze erano sul posto. Poi un lungo silenzio, interrotto di tanto in tanto da qualche esplosione, fino alla conclusione dell’operazione, alle 11 e 30. Prima di questo annuncio i poliziotti hanno dovuto ispezionare l’intero immobile, appartamento per appartamento, camera per camera, per essere certi che non ci fossero altri terroristi nascosti. Scene che si erano viste in più occasioni tra il 2012 e il 2014 in Cecenia e Daghestan, dove le forze di sicurezza della Federazione Russa erano alle prese con bande di jihadisti legate all’Emirato del Caucaso che in diverse occasioni si erano asserragliate all’interno di edifici. Le procedure degli agenti russi hanno sempre come priorità l’evacuazione dei civili, per poi passare all’eliminazione dei terroristi che in diversi casi si sono fatti saltare in aria, cercando di colpire con l’esplosione anche i militari. I raid degli agenti dell’FSB a Grozny e Makhachkala sono in più occasioni stati condannati da quei “benpensanti” che definivano le operazioni di anti-terrorismo e contro-terrorismo russe troppo “aggressive” e le politiche del Cremlino troppo “normative”.

Decenni di politiche deboli e ambigue

Si fa presto a sindacare le politiche anti-terrorismo di altri paesi quando non si ha a che fare con le medesime dinamiche e quando ci si illude che il nemico sia lontano o ancor peggio, quando si hanno rapporti quanto meno ambigui con certi gruppi legati all’islamismo radicale. Giusto per fare alcuni esempi, il Kavkaz Center, sito legato al jihadismo ceceno, ha trovato base tra Turchia, Finlandia e Svezia. L’organizzazione Hizb u-Tahrir, messa al bando in Russia in quanto considerata terrorista, ha una sede a Londra e i suoi leader sono liberi di predicare tranquillamente nel Regno Unito, così come in Australia e Stati Uniti. Bisogna inoltre ricordare che l’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani risulta messa al bando, con sentenza della Corte Suprema russa dal 2003, con l’accusa di aver coordinato la creazione della Majlis ul-Shura dei Mujahideen del Caucaso (Высший военный маджлисуль шура объединённых сил моджахедов Кавказа), organizzazione terrorista guidata dai tristemente noti Shamil Basaev e Emir Ibn al-Khattab. Mentre la Russia prendeva provvedimenti, i Fratelli Musulmani stabilivano sedi nei paesi occidentali e facevano lobbying in ambienti politici ed accademici, tanto che le proteste principali in seguito alla caduta del governo Morsy hanno avuto luogo proprio in Europa e Stati Uniti. Stessa cosa per quanto riguarda le manifestazioni in favore della Jamaat e-Islami del Bangladesh, accusata dal governo bengalese di aver trucidato civili, in concerto con l’esercito pakistano, durante la guerra di indipendenza del 1971. 1 Nulla si è poi fatto per contrastare l’infiltrazione dell’ideologia wahhabita in Francia, in Germania, in Belgio, in Italia ma soprattutto nei Balcani, dove la situazione sta diventando sempre più preoccupante.

De-radicalizzazione e prevenzione

In Russia le autorità si sono mosse su due fronti: la de-radicalizzazione e la prevenzione. Le comunità islamiche, in concerto con le Istituzioni, si sono mobilitate con iniziative che mettono in guardia i giovani dal pericolo dell’estremismo, mostrando come sia ben lontano dagli insegnamenti islamici tradizionali. D’altro canto nel Caucaso i musulmani “moderati”, i maestri sufi, sono stati i primi obiettivi del wahhabismo violento importato da fuori e basti pensare all’uccisione nel 2012 dello shaykh Said Afandi al-Chirkawi, figura nota e rispettata dell’Islam daghestano. Una risposta dall’interno della comunità islamica, supportata dalle istituzioni, era essenziale per un’efficace campagna di de-radicalizzazione. Chiaramente, misure preventive e repressive sono altrettanto necessarie. In Cecenia e Daghestan le istituzioni sono riuscite ad arginare notevolmente il radicalismo tagliando i canali di finanziamento degli estremisti e chiudendo tutte quelle ONG estere che avevano legami con gruppi radicali. Interrompere il flusso dei finanziamenti significa strangolare l’attivismo degli estremisti. Finchè lasciamo che predicatori radicali circolino liberamente sul territorio, finchè permettiamo ad associazioni equivoche dai flussi finanziari poco chiari di stabilirsi all’interno dei confini, sarà difficile arginare il fenomeno “jihad”.