Da pochi giorni si è concluso il 22esimo viaggio apostolico di Francesco I, tenutosi tra Cile e Perù, il quinto ad avere luogo in America Latina, e non è un caso. Come Giovanni Paolo II a suo tempo fece della sua patria l’indirizzo strategico di riferimento sino alla fine del comunismo, ugualmente il papa argentino sta facendo con il suo continente di nascita, ma non solo per sentimento nazionale. Il continente latinoamericano da un trentennio sta affrontando un processo di decattolicizzazione rapido quanto grave – e neanche il caso europeo è utilizzabile come metro di paragone essendo la secolarizzazione avvenuta su un arco di tre secoli ed ancora in corso, non solo dovuto all’ascesa preponderante dell’evangelicalismo di stampo anglosassone, che già da alcuni anni mostra i suoi importanti riflessi sul piano sociale e politico, ma anche all’aumento dell’irreligiosità.

L’accoglienza ricevuta dal popolo cileno è stata cosi fredda ed inaspettata da aver scomposto persino l’entourage papale: la spianata di Maquehue attrezzata in occasione della santa messa per ospitare 400mila persone, secondo la polizia ne ha viste soltanto la metà. La scelta di visitare i due paesi riflette il nuovo disegno pontificio mirante al reinglobamento del continente in orbita cattolica per mezzo di una presenza più vistosa e concreta, della lotta al clericalismo, di una maggiore dedizione al sociale e di un parziale recupero di alcuni punti della teologia della liberazione tanto contrastata da Giovanni Paolo II insieme alle amministrazioni Reagan in chiave antisovietica.

Foto aerea della spianata di Maquehue durante la messa papale

Foto aerea della spianata di Maquehue durante la messa papale

Oggi che il mostro comunista è morto e l’epoca dei teologi rivoluzionari armati di croce e kalashnikov si è conclusa, la strategia del papa polacco si è rivelata controproducente ed il subbuglio che sta investendo il continente è divenuto oggetto di interesse tra gli strateghi vaticani sin dal pontificato di Benedetto XVI: la chiusura delle comunità di base, l’allontanamento di tutti quei chierici in odore di teologia della liberazione e la decisione di appoggiare i brutali regimi militari sono costati al cattolicesimo latino la migrazione di milioni di fedeli verso l’ateismo o le chiese protestanti, l’aumento del sentimento anticattolico in tutto il continente e una generale secolarizzazione di tradizioni, costumi e pensieri solo nell’ultimo decennio contrastata dall’ondata di conservatorismo causata dall’avanzata degli evangelici, soprattutto in Brasile, Honduras e Guatemala.

Il primo viaggio apostolico all’estero di Francesco I fu a Rio de Janeiro nel luglio 2013, segno evidente del corso che avrebbe seguito il nuovo papato, e da allora le questioni politiche, economiche ed interne dei paesi latinoamericani hanno ricevuto un’attenzione sempre maggiore da parte del pontefice, dalla crisi venezuelana all’affare Odebrecht. Il quotidiano La Tercera ha approfondito le cause dell’animosità popolare nei confronti dei cattolici e della visita papale, preceduta da violenti attacchi contro preti e chiese a Santiago, evidenziando come i recenti scandali di pedofilia che hanno travolto la Chiesa cattolica nazionale, di cui il più noto è l’affare Karadima-Barros, coinvolgendo oltre 70 fra preti e membri delle medio-alte gerarchie ecclesiastiche, abbiano svolto un ruolo importante nel complicare una situazione che ha iniziato a deterioriarsi durante gli anni del regime di Pinochet, poiché appoggiato dal clero nazionale. Un’indagine dell’autorevole Latinobarometro effettuata nel 2017 e ripubblicata da numerose testate del continente ha messo in luce uno scenario di cui il Vaticano è già al corrente: mentre nel 1995 circa l’80% della popolazione latinoamericana si professava cattolica, nel 2017 tale quota è scesa al 59%.

I funerali di Jose Alfredo Lopez Guillen, un prete ucciso in Messico nel 2016 il cui omicidio ha scioccato il paese. Le violenze contro preti e pellegrini in visita a Guadalupe sono sempre in aumento esponenziale dall’inizio del 2000

I funerali di Jose Alfredo Lopez Guillen, un prete ucciso in Messico nel 2016 il cui omicidio ha scioccato il paese. Le violenze contro preti e pellegrini in visita a Guadalupe sono sempre in aumento esponenziale dall’inizio del 2000

In Cile, dove le violenze contro la comunità cattolica sono state anche riprese dal papa nel corso del viaggio apostolico, i cattolici dichiarati sono diminuiti di 11 punti percentuali nel giro di soli 4 anni, dal 56% del 2013 al 45% del 2017, rendendolo il secondo paese del cono, dietro l’Uruguay, dove i cattolici non rappresentano più la maggioranza della popolazione; e nell’America centrale la situazione è ancora peggiore: in Honduras, i cattolici sono passati dal 76% della popolazione del 1995 al 37% del 2017, superati dai protestanti che oggi rappresentano il 39% del totale. Le proiezioni per il futuro elaborate dal Latinobarometro indicano che il trend è destinato a continuare in tutto il continente, che entro il 2030 potrebbe non essere più popolato da una maggioranza cattolica.

In Perù la situazione non è meno complicata, perché nonostante l’elevata e calorosa partecipazione popolare e l’accoglienza da parte dell’élite politica durante il viaggio apostolico, la Chiesa cattolica nazionale è anche lì afflitta da problemi le cui ripercussioni si riverberano sull’adesione e sull’affezione della massa. Nella messa pubblica celebrata a Lima dinanzi oltre 500mila persone, il papa ha lanciato un’invettiva contro la corruzione dilagante nella vita politica latinoamericana, un invito alla pace sociale nel paese tra classi ed etnie e una riflessione riguardante gli effetti perversi della cultura basata sul machismo e sullo svilimento della figura femminile, evitando espliciti riferimenti al recente scandalo di pedofilia e abusi che ha investito membri dell’organizzazione cattolico-conservatrice Comunità di Vita Cristiana, rilevata direttamente dal Vaticano per ordine del pontefice dopo i succitati eventi.

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La sempre maggiore ingerenza vaticana nelle questioni interne del subcontinente si deve leggere come uno dei tasselli della nuova strategia pontificia per l’America Latina, insieme ai tentativi di recuperare i punti meno controversi e politici della (mai) defunta teologia della liberazione come la rilegittimazione delle comunità di base e l’importanza di avere un clero declericalizzato e depoliticizzato attento più ai bisogni della popolazione che alla salvaguardia di vecchi privilegi. Seguendo la sottile (e poco visibile) linea rossa che unisce evangelicalismo latino e Stati Uniti, non stupisce che tra i pochi paesi ad aver seguito l’amministrazione Trump nella decisione di riconoscere ufficialmente Gerusalemme, unica ed indivisibile, quale capitale di Israele e spostare le ambasciate da Tel Aviv siano stati Honduras e Guatemala, due paesi in cui da anni l’evangelicalismo, di stampo giudeo-messianico, millenarista e sionista, definisce e plasma in maniera considerevole orientamenti sociali, tendenze culturali e programmi d’azione dei principali partiti politici.

Ed è proprio sullo scacchiere internazionale che la rivoluzione del panorama religioso delle nazioni del Sud globale propaga i suoi effetti: mentre negli Stati Uniti è in atto una guerra culturale tra destra religiosa, destra alternativa e galassia liberal che dipana i suoi effetti anche in Occidente, in Vaticano si tenta di ovviare al declino politico, sociale ed ideologico del cattolicesimo per mezzo di una diplomazia intelligente e lungimirante mirante a rinsaldare i rapporti con la cristianità orientale, ponendosi come valido interlocutore di posizioni terzomondiste e non-allineate sulle principali questioni globali e ribadendo il tradizionale atteggiamento filoarabo sulle questioni medio-orientali, sfidando tutto ciò che gli Stati Uniti difendono e rappresentano.

Jimmy Morales, presidente del Guatemala, evangelico dichiarato, ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele sia per convenienza politica che per convinzione religiosa: l’annuncio è stato festeggiato in tutto il paese da parte delle chiese evangeliche che hanno organizzato grandi manifestazioni sventolando bandiere israeliane

Jimmy Morales, presidente del Guatemala, evangelico dichiarato, ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele sia per convenienza politica che per convinzione religiosa: l’annuncio è stato festeggiato in tutto il paese da parte delle chiese evangeliche che hanno organizzato grandi manifestazioni sventolando bandiere israeliane

Non è un caso che l’evangelicalismo instauratosi in America Latina sia ideologicamente allineato su posizioni atlantiste, ma non è neanche un caso che al conclave del 2013 si decise di eleggere proprio un latinoamericano alla guida del Vaticano che ha fatto della riconquista del suo continente una priorità strategica e questo gli strateghi della Casa Bianca dovrebbero tenerlo a mente.