Nel corso delle ultime settimane abbiamo assistito ad una escalation della violenza nei territori di Gerusalemme Est e della Cisgiordania sia da parte dei coloni israeliani che dei palestinesi. In particolare questi ultimi hanno preso di mira senza distinzioni obiettivi sia civili che militari. In tutta risposta sono aumentate le aggressioni da parte della popolazione ebraica nei confronti di quella araba. Tuttavia questa nuova ondata di violenza non è un fulmine a ciel sereno ma il diretto risultato della strategia governativa messa in atto da Tel Aviv volta a normalizzare l’occupazione israeliana che va ormai avanti da cinquant’anni. Benjamin Netanyahu è stato riconfermato premier nel marzo dell’anno scorso sulla base di un programma che si prefiggeva di preservare lo status quo: in particolare attraverso il rafforzamento della stretta israeliana sulla Cisgiordania e la chiusura di ogni possibile dialogo sulla creazione di uno stato palestinese indipendente. Egli non ha fatto altro che consolidare una realtà in cui palestinesi e israeliani che vivono fianco a fianco sono soggetti a leggi e a tribunali diversi, a usare strade separate e non hanno egualmente accesso a beni di prima necessità quali l’acqua e la casa; nella quale le violenze commesse dai coloni non solo non vengono tenute sotto controllo ma continuamente foraggiate ed in cui la discriminazione è sempre più istituzionalizzata.

I palestinesi insomma non solo non vedono il loro riconoscimento ad avere uno stato, ma nessun altro tipo di diritto e vivono quotidianamente sotto la costante minaccia di perdere la vita, la casa, il salario, la terra e la libertà. Come ha scritto il giornalista israeliano del quotidiano Ha’aretz Gideon Levy, dando prova di grande onestà intellettuale: «Anche il Mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni.» Proprio la mancanza di una prospettiva politica rende questa terza intifada ancora più pericolosa di quelle passate. A differenza delle precedenti che furono mosse dalla speranza di un compromesso che mettesse fine all’occupazione quest’ultima è semplicemente mossa dalla disperazione. Quello a cui stiamo assistendo è anche il fallimento del progetto da sempre coltivato dalla destra israeliana di un “grande Israele” ovverosia uno stato unico per arabi ed ebrei, governato da questi ultimi ed in cui gli ebrei siano i privilegiati. Il ricorso alla violenza sarà dunque inevitabile fino a quando la popolazione palestinese sarà costretta a vivere sotto un’occupazione straniera, senza né diritti né rappresentanza collettiva. E nessun muro, bombardamento o ricorso a punizioni collettive potrà garantire la sicurezza dei cittadini israeliani. L’idea che possano esserci la pace e la stabilità all’interno di un contesto di occupazione e senza la prospettiva di qualche accordo diplomatico è una pura chimera. Quanto sangue innocente dovrà essere ancora sparso prima che Israele comprenda che la strada che sta seguendo lo sta portando ad un vicolo cieco?