Dopo la querelle armena, un nuovo caso scuote la diplomazia vaticana ormai da una settimana: la vicenda è relativa alle opinioni espresse e ai conseguenti atti intrapresi dalla Santa Sede in merito alla questione israelo-palestinese, a cominciare da un accordo tra il Vaticano e la Palestina, ancora in attesa di ratifica da parte di entrambe le autorità predisposte. Stando a quanto affermato da monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, che è stato uno dei principali artefici del testo, questo accordo globale tra le parti prevede tra le altre cose: l’auspicio della risoluzione del conflitto che vede coinvolti Israele e Palestina secondo la formula dei “due popoli, due Stati”, rinviando per questo ad un’ intesa tra le parti, a seguire vi sarebbe un capitolo inerente la libertà religiosa e di coscienza, e infine – come ovvio, e forse motivo principale dell’accordo in questione – un ulteriore capitolo circa il posizionamento giuridico della Chiesa Cattolica nei territori presieduti dall’Autorità nazionale palestinese. Punto focale delle polemiche che ne sono scaturite, è che all’interno dell’accordo in analisi vi è l’esplicito riconoscimento dell’esistenza stessa dell’Autorità palestinese e del suo Stato. E come potrebbe essere altrimenti? Come potrebbe il Vaticano portare a termine un accordo di questa portata con un entità che non ritiene essere sussistente o legittima? Un’entità che, tra l’altro, trova una sua legittimità internazionale addirittura presso l’ONU, alla cui Assemblea Generale può partecipare come Stato osservatore non-membro.

Nulla quindi di così scandaloso, nulla di deludente: se la visione vaticana è infatti quella della soluzione che preveda l’esistenza dei due Stati, sarebbe risultato ipocrita riconoscerne soltanto uno: infatti, pochi lo hanno ricordato, ma il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente Israele già nel 1994, data a decorrere dalla quale intrattiene correnti rapporti diplomatici. Risulta poi quanto meno controversa la motivazione della “delusione” israeliana per questo evento che, peraltro, lo vede come parte terza non direttamente interessata: infatti le fonti del Ministero degli Esteri citate dalla stampa locale israeliana affermano che tale accordo “non promuove il processo di pace e disincentiva la leadership palestinese a tornare al tavolo delle trattative bilaterali.” Come possa il conferimento di legittimità internazionale alla leadership moderata palestinese essere un ostacolo al processo di pace sarebbe cosa interessante da capire. L’incidente diplomatico, se tale può essere definito, ha poi avuto un secondo atto con la visita di Abu Mazen in Vaticano in occasione della canonizzazione di due suore palestinesi. In questo contesto il Papa ha definito lo stesso leader palestinese “angelo della pace”. L’affermazione non è passata inosservata ed il Presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici ha avuto modo di affermare la sua contrarietà a questo epiteto accusando Abu Mazen di essere un negazionista dell’Olocausto a causa di una sua tesi di dottorato, un’opera controversa definibile piuttosto revisionista, nella quale mirava ad analizzare i rapporti tra sionismo e nazismo – Abu Mazen è stato comunque il primo leader palestinese a scrivere, nel 2014, un messaggio di solidarietà al popolo ebraico per lo sterminio subito il secolo scorso. Nella stessa intervista, rilasciata a La Stampa, Pacifici rimpiange la preghiera che proprio Papa Francesco aveva recitato insieme a Shimon Peres e Abu Mazen nei Giardini Vaticani circa un anno fa (non era accusabile di negazionismo all’epoca??).

Al di là degli epiteti di circostanza e al di là delle accuse, sembra di cogliere sempre più evidentemente la volontà concreta del Vaticano di apportare un contributo pratico alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese, linea sintetizzata in maniera esemplare da Padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, pro rettore del Pontificio Istituto Orientale di Roma: in un’intervista rilasciata a La Repubblica egli afferma: “Andando oltre gli estremisti palestinesi ed israeliani, la Santa Sede vuole percorrere la via dei moderati in scia a tutte le dichiarazioni fatte dall’ONU”. L’intera questione diplomatica non può suscitare inoltre un ultima, breve, riflessione sulla nuova linea di gestione della Chiesa inaugurata da Papa Francesco, un pontificato il suo che sembra – purtroppo – meno attento alle questioni etiche e bio-etiche e meno incentrato sui temi di Dottrina, ma piuttosto incisivo a livello geopolitico. Lo abbiamo visto con la Palestina in questi giorni, con gli armeni e prima ancora con Cuba e con la Siria. Parrebbe, se è lecito trarre conclusioni dai semplici fatti desumibili dalla cronoca e dagli atti pubblici, che la nuova geopolitica del Vaticano sia divisibile in tre direttrici: la prima volta all’utilizzo del proprio soft-power essenzialmente per la prevenzione dei più pericolosi conflitti a livello internazionale, i quali potrebbero innescare reazioni a catena in tutti gli scenari di guerra attuali; la seconda volta a smorzare gli scontri più aspri (e qui il caso israelo-palestinese è a dir poco scolastico) e la terza, assolutamente non meno importante, volta alla tutela delle comunità cristiane perseguitate. Un’incisività geopolitica sconosciuta dal precedente pontificato di Benedetto XVI, il quale, per converso, risultava molto più attento alle varie questioni etiche e filosofiche che pressano le società occidentali.