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Nessuna traccia della risoluzione 2234 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che aveva condannato, solo pochi giorni prima, le colonie sioniste e nessuna menzione sull’intenzione del neoeletto presidente Trump di spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, sancendo il definitivo riconoscimento statunitense della Città Santa come capitale di Israele. La conferenza di Parigi del 16 gennaio, nonostante la mancata partecipazione proprio dei delegati israeliani, è stata un vero successo sionista. Il tutto ha dimostrato, ancora una volta, il totale appiattimento della cosiddetta comunità internazionale ai voleri dell’amministrazione nordamericana rappresentata direttamente dal Segretario di Stato John Kerry, fortunatamente al suo ultimo impegno diplomatico.

Tuttavia, anche i palestinesi possono tirare un sospiro di sollievo in quanto il nefasto, ma prevedibile, esito del summit ha almeno mostrato all’ANP, nonostante la sua sostanziale dipendenza politica ed economica da Unione Europea e Lega Araba (istituzioni oramai in crisi perenne), che dovrà puntare su altre vie, e nuovi partner, qualora voglia per lo meno cercare di far valere i propri diritti nei confronti dell’occupante. Soprattutto se si considera il fatto che, proprio nel 2016, l’occupazione sionista ha fatto registrare il non esattamente invidiabile record di minori palestinesi uccisi tra Cisgiordania e Gerusalemme Est: ben 31 secondo la ricerca sul campo dell’ONG Defence for Children International – Palestine. Primato che segue quello del 2014: anno con il maggior numero di civili palestinesi uccisi dopo il 1967 ed i drammatici eventi del “Settembre Nero” 1970. I dati raccolti dalle agenzie ONU e confrontati con quelli di diverse ONG, sia israeliane che palestinesi, parlano di 2.314 vittime di cui 1500 civili, in buona parte cittadini o profughi residenti nella Striscia di Gaza. Cifra che ovviamente risente della brutale operazione di pulizia etnica travestita da azione militare nota col ridondante nome di “Margine di protezione”.

Video realizzato da Defence for Children International – Palestine
Tuttavia, l’ANP, stritolata nella morsa del quartetto arabo (Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti), dell’occupazione sionista e dell’Unione Europea, e congelata da dinamiche di potere interno che risentono dell’obsoleto substrato politico retaggio dei movimenti di liberazione nazionali caratteristici della Guerra Fredda e del periodo della decolonizzazione, si ritrova con una libertà di azione estremamente ridotta. Le responsabilità della stessa dirigenza palestinese non sono poche. Di fatto, al-Fatah, partito leader all’interno dell’OLP, ha dimostrato una sostanziale incapacità nel liberarsi dalla mentalità del Partito-Stato. Una opzione di guida politica che avrebbe potuto avere senso qualora il Partito si fosse ritrovato a dirigere, come nel caso di Algeria, Iraq e Libia, ingenti introiti economici derivanti dallo sfruttamento di risorse naturali, ma che, nel caso palestinese, ha avuto solo il deleterio effetto di esasperare una popolazione già stremata dall’arroganza sionista. Non sorprende il fatto che la fiducia della popolazione palestinese nei confronti di Mahmoud Abbas sia ai minimi storici. Secondo gli ultimi sondaggi, che lasciano comunque il tempo che trovano, il 65% della popolazione palestinese sarebbe favorevole alle sue dimissioni.

Il recente congresso di al-Fatah (novembre – dicembre 2016) non ha apportato particolari novità. Marwan Barghouti, nonostante la sua condanna a sette ergastoli e dunque la relativa impossibilità di dirigere il Partito, ne rimane comunque il leader carismatico ed universalmente riconosciuto. Dietro di lui si fa strada un altro leader della nomenklatura tradizionale: Jibril Rajoub, presidente della Palestinian Football Association, del Palestine Olympic Committee e uomo vicino ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Sostenitore della soluzione dei due Stati, del superamento dello scontro con Hamas, e contrario alla lotta armata, Rajoub, ha recentemente organizzato una informale visita di militari e uomini d’affari sauditi in Israele: visita che, seppur non ufficiale, rappresenta la prima apparizione pubblica di esponenti di spicco sauditi in Israele e dimostra la reale comunione di intenti tra queste due potenze del Levante. La principale, e forse unica, nota positiva è stata la totale esclusione dal congresso di Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza palestinese a Gaza prima dell’avvento al potere di Hamas, e, di fatto, il candidato su cui puntavano, anche grazie a cospicui finanziamenti, tanto il quartetto arabo quanto Israele. E proprio la sua esclusione è stata la causa del continuo rinvio del congresso da parte dei finanziatori arabi dell’ANP, indispettiti dalla posizione di Abbas che considera Dahlan alla stregua di un traditore.

Jibril Rajoub sul conflitto tra Israele e Palestina
Il congresso di al-Fatah ha espresso la volontà di proseguire, attraverso il Piano Arabo di Pace di elaborazione saudita, nel cammino per l’indipendenza nazionale attraverso la soluzione dei due Stati lungo i confini anteriori al 1967. Un piano che lo stesso Netanyahu, in passato, nonostante l’aumento esponenziale degli insediamenti coloniali registratosi sotto il suo governo, ha considerato come valido punto di partenza per la riapertura di un negoziato. Il congresso ha altresì riconosciuto la necessita di un accordo con Hamas, che Khaled Meshall, dal suo esilio qatariota, ha immediatamente sottoscritto. Di fatto, nel recente incontro di Mosca, i rappresentanti di Hamas e al-Fatah si sono accordati, per l’ennesima volta, sulla creazione di un governo di unità nazionale e sulla necessità per tutte le fazioni palestinesi (Harakat al-Jihad al-Islami fi Filastin – Movimento per il Jihad Islamico in Palestina compreso) di unirsi alle istituzioni dell’OLP. Una cooptazione che garantirebbe maggiore controllo centrale sulle fazioni minoritarie che, a prescindere dalle guerre propagandistiche di Hamas, resistono con maggiore fermezza all’occupazione sionista. Non è la prima volta che i rappresentanti delle due maggiori fazioni palestinesi facciano simili dichiarazioni congiunte. Tuttavia, l’attuale situazione di estrema difficoltà per entrambe fa presagire un eventuale esito positivo per il nuovo accordo. È evidente allo stesso tempo che ci sia una precisa volontà della Lega Araba (a guida saudita), ed imposta all’ANP, di non pregiudicare ulteriormente il rinnovato idillio con Israele che al momento risulta essere un partner geostrategico cruciale nell’area.

In questo contesto, la recente apertura di una sede diplomatica palestinese presso il Vaticano è esclusivamente volta a ribadire la contrarietà al progetto sionista di trasferire la propria capitale da Tel Aviv a Gerusalemme. Mahmoud Abbas ha già minacciato di revocare il riconoscimento di Israele previsto dagli accordi di pace di Oslo del 1993. E’ ovvio che non arriverà mai a tanto, anche se i rapporti diplomatici (ma non quelli di intelligence) tra i due paesi siano ormai praticamente inesistenti. Ed è ovvio che nell’evitare un’ulteriore evoluzione della crisi la Santa Sede può giocare un ruolo importante. Dopo tutto, fino al Concilio Vaticano II del 1963, in cui ci fu una sorta di colpevole sdoganamento teologico di Israele, il Vaticano ed i suoi organi di informazione, hanno sempre mantenuto un atteggiamento abbastanza ostile nei confronti del progetto politico sionista. Basti vedere i violenti attacchi che L’Osservatore Romano lanciò, ai primi del Novecento, contro le idee di Theodor Herzl. Tuttavia, questo sdoganamento teologico, ha portato allo sviluppo, soprattutto tra l’opinione pubblica araba, della convinzione che vi fosse una sorta di patto ideologico non scritto tra la cristianità occidentale nella sua totalità ed il sionismo. Tesi sostenuta anche dallo Sheikh Imran Hosein, autore della fondamentale opera Jerusalem in The Qur’an (ad oggi il più potente atto di ricusazione della progettualità politico-coloniale e delle rivendicazioni sioniste sulla Palestina), che propone, proprio in chiave anti-sionista ed anti-imperialista, un’alleanza tra Islam e cristianità orientale. In questo senso è di particolare interesse l’identificazione, proposta dallo Sheikh, delle genti di Gog e Magog, popolazioni mitiche e dal carattere demoniaco legate alla manifestazione dell’Anticristo nella tradizione cristiana ed alla fine dei tempi nella tradizione islamica, con i cosiddetti sionisti europei senza Dio ed estranei alla tradizione abramitica e dunque semitica che lega intrinsecamente ebrei ed arabi. Appare dunque evidente che uno stretto lavoro diplomatico tra Vaticano ed ANP possa in qualche modo muoversi nella direzione opposta rispetto al precedente atteggiamento della Santa Sede nei confronti del progetto sionista, che perderebbe dunque un potenziale alleato, ma che potrebbe contare sul rinnovato supporto nordamericano, ben espresso dalle fresche dichiarazioni del neoeletto presidente USA Donald Trump. Sembra altresì evidente che la lobby sionista nordamericana non sia presente nel novero dei cosiddetti “poteri forti” contro i quali il tycoon neyorkese ha costruito tutta la sua campagna elettorale.

Se la situazione dell’ANP non è delle migliori, quella di Hamas nella Striscia di Gaza è decisamente disastrata anche a causa di effettive carenze strutturali. La recente crisi energetica, che per la prima volta ha profondamente scosso il potere di Hamas, si è risolta ancora una volta grazie al provvidenziale intervento di Turchia e soprattutto Qatar che hanno provveduto alla fornitura di carburante e finanziamenti per rimettere in moto e garantire il funzionamento dell’unica centrale elettrica della Striscia gravemente danneggiata dall’ultimo bombardamento israeliano. Inutile dire che la popolazione civile, soprattutto nelle sue fasce più deboli, sia quella che maggiormente subisce i nefasti effetti dell’assedio. Ed infatti le vibranti proteste degli ultimi giorni non si sono placate neanche dopo l’accordo col Qatar: entità capitalistico-finanziaria la cui unica priorità, ben più della causa palestinese, è la sponsorizzazione della propria immagine di successo nel mondo arabo-musulmano ed il mero profitto economico.

Proteste di civili Palestinesi
I recenti accordi tra Turchia ed Israele, nonostante la tradizionale retorica turca volta a presentare ogni operazione diplomatica come un grandioso successo, non hanno apportato nessun sostanziale cambiamento. L’assedio non è stato rotto e gli aiuti umanitari continuano a passare sotto il setaccio israeliano nel porto di Ashkelon. Sul versante egiziano, al-Sisi ha assicurato la creazione di una buffer zone di 5 km a cavallo del confine con la Striscia che renderà quantomeno estremamente complicato ogni tentativo di ricostruzione di canali sotterranei di rifornimento. Hamas ed i suoi leader, la cui popolarità è in netto calo, continuano a sopravvivere essenzialmente grazie agli aiuti di Turchia e Qatar: unici sostenitori del Movimento di Resistenza Islamico dopo lo sconsiderato voltafaccia, imposto da ragioni di opportunismo politico, nei confronti della Siria di Bashar al-Assad e del suo potente alleato iraniano.
Ad oggi risulta in fase di studio il progetto per la creazione di un’isola artificiale a largo delle costa della Striscia che, sempre sotto stretto controllo israeliano, funga da centro per lo smistamento degli aiuti nonché come linea di confine volta a garantire la non interferenza palestinese nel progetto di sfruttamento dei giacimenti di gas naturale Marine 1 e 2 scoperti dalla British Gas a cavallo del nuovo millennio. Facile notare che ogni soluzione, sia che riguardi la Striscia di Gaza o la Cisgiordania, sia che venga proposta da Israele, dalla Lega Araba o dalle Nazioni Unite, cerchi sempre di impedire una reale autodeterminazione del popolo palestinese. Tanto Hamas quanto al-Fatah, ad oggi, come afferma proprio Imran Hosein, sono ostaggi di gruppi di potere o entità statuali clienti o direttamente collegate col sionismo.

Insomma, Israele non è mai stato così sicuro. Nonostante i risvolti attuali della crisi siriana non siano in linea con i desideri della leadership sionista, il prolungarsi del conflitto indebolisce ugualmente un vicino con il quale Israele, alla pari del Libano, non ha mai firmato un accordo di pace. La comunione di intenti tra sauditi e sionisti, nonostante continui a venire negata e malcelata, rappresenta la prosecuzione di una finzione geopolitica volta a garantire e preservare precisi interessi imperialistici nell’area del Levante. In nessun caso questa alleanza pseudo-occulta lascerà campo libero alla costruzione della cosiddetta “mezzaluna sciita”. Intento che senza dubbio prolungherà ancora a lungo l’instabilità politica dell’area. Un’instabilità che ha sempre giovato allo Stato sionista; per tutto il corso della sua storia abile nello sfruttare la tattica romana del divide et impera. Inoltre, il rinnovato accordo con la Turchia, oltre a ristabilire i tradizionali ottimi rapporti tra i due paesi, potrebbe aprire anche nuovi canali commerciali volti allo sfruttamento delle insperate risorse naturali scoperte nel Mediterraneo orientale proprio tra Israele, Cipro ed Egitto, e che hanno recentemente portato all’organizzazione di diversi quanto inediti summit energetici trilaterali tra i diversi paesi dell’area. Basti pensare agli inediti accordi di cooperazione economica e militare tra Israele e Grecia.

Di fatto, i piani per lo sfruttamento dei giacimenti Tamar e Leviatano sono già stati predisposti dal consorzio israelo-americano Noble Energy-Delek nonostante le proteste libanesi (il Libano sostiene, forse non a torto, che Israele stia depredando risorse energetiche dalle sue acque territoriali) ed alcuni problemi interni riguardo alle leggi anti-trust ed all’effettivo monopolio che il governo Netanyahu avrebbe garantito a suddetta compagnia. Proprio l’ambito interno è quello che più dovrebbe preoccupare il Primo Ministro israeliano, coinvolto recentemente in un caso di corruzione che sta mettendo a serio rischio la tenuta del suo governo. Non passa giorno infatti in cui le opposizioni, tanto di sinistra quanto di destra, non chiedano le dimissioni del premier accusato di corruzione e frode dal procuratore generale Avichai Mandelblit. Nell’instabile contesto del Levante, l’irrisolta questione palestinese è passata quasi in secondo piano rispetto alle gravi crisi in Siria, Iraq e Yemen. La soluzione dei due Stati risolverebbe solo in parte i problemi derivanti da quella che è sotto tutti gli aspetti la più lunga occupazione militare della storia contemporanea. Il popolo palestinese, oramai stremato, dovrebbe ritrovare, puntando in primo luogo sulla riscoperta delle propria millenaria tradizione culturale, non circoscritta alla sola espansione dell’Islam, le proprie forze per affrancarsi da una pesante ingerenza esterna preoccupata del solo mantenimento dello status quo e da una leadership ben più concentrata sul mantenimento delle proprie posizioni di (scarso) potere piuttosto che ad una reale autodeterminazione.