“Тотальный диктант”, ovverosia il Dettato Totale della lingua russa, è un evento che ogni anno dal 2011 vede gareggiare tra i banchi di scuole e organizzazioni sparse in tutto il mondo sia grandi che piccini. Quest’anno si terrà proprio oggi, il 16 aprile. Il progetto è esteso in quattro continenti: Asia, Europa, America e Australia. Anche l’Italia è interessata a questa iniziativa e ospita il Dettato nelle città come Milano e Udine, con ospiti d’eccezione come il giornalista russo Evgeny Utkin che parteciperà all’evento nel capoluogo lombardo, nella sede dell’associazione dei connazionali russi in Italia “Vele Scarlatte”. Le stime per il 2015 ammontavano a 108 – 200 partecipanti offline e online, in 58 paesi del globo. Si tratta di un evento educativo annuale studiato per attirare l’attenzione sull’alfabetizzazione lo sviluppo delle competenze grammaticali di tutti i parlanti della lingua russa.  E’ un dettato gratuito, volontario, accessibile a tutti. Viene eseguito contemporaneamente in decine di città in Russia e all’estero, in appuntamenti regolati per i fusi orari. Col passare degli anni il Dettato Totale della lingua russa ha raggiunto un successo clamoroso. Per la giornata di oggi il progetto ha coperto 19 fusi orari su tutti i sei continenti. Secondo gli organizzatori, più di 150.000 persone vi prenderanno parte. 2185 siti, quasi due volte in più rispetto al 2015, in 732 città in tutto il mondo hanno ospitato i russofili desiderosi di scrivere e preservare la cultura del linguaggio della patria di baluardi della letteratura come Gogol’, Pushkin, Dostoevskij e Tolstoj.

Che significato ha oggi parlare di lingua russa? Per capirlo bisognerebbe porsi un altro importante quesito: quali sono le differenze che si notano tra la lingua russa parlata dai tempi di Lenin fino a quelli di Gorbačëv e la lingua che si parla nella Federazione Russa del terzo millennio? Per cominciare questa analisi è d’uopo ricordare che l’Unione Sovietica era uno “Stato federale esteso in territori di solito attribuiti in parte all’Europa orientale e in parte all’Asia centro-settentrionale” (da Enciclopedia Treccani). Riuniva le Repubbliche di Russia, Bielorussia, Armenia, Azerbaigian, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan. Sul territorio dell’URSS, si parlavano più di 200 lingue e dialetti diversi, dei quali almeno 18 parlati da più di un milione di persone. Il 75% di essi apparteneva al gruppo slavo, l’8 % era di ceppo latino, il 12% di ceppo altaico e il 2% di ceppo caucasico. Soltanto una lingua, dunque, era quella ufficiale, quella che riuniva i cittadini sovietici sotto un’unica bandiera: il russo. Patria di Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin e dimora degli zar, la Russia era la repubblica socialista sovietica più vasta per superficie, popolazione ed economia.


In base al censimento del 1897, dopo il regno di Alessandro III Il Pacificatore (1881-1894) soltanto il 22% della popolazione sapeva leggere e scrivere, tra le donne la percentuale scendeva al 12%. All’inizio del regno dello zar Nicola II, nel 1894, l’istruzione in Russia era stata resa gratuita e, tra il 1893 e il 1913, la spesa per essa era aumentata del 628%. Così, tra il 1902 e il 1913 il bilancio nazionale per l’istruzione era di quattro volte superiore al bilancio per la difesa: una proporzione che la futura Unione Sovietica, provata dalla Grande Guerra Patriottica e dalla successiva corsa al riarmo atomico per ronteggiarsi con l’Occidente nella Guerra Fredda, non fu in grado di mantenere. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale metà degli studenti presso l’Università di Mosca studiava gratuitamente, un altro quarto riceveva sovvenzioni. C’erano, allora, oltre 39.000 studenti universitari in Russia e più donne nell’istruzione superiore che in qualsiasi altro paese del mondo. Nel 1912 quasi due milioni di bambini frequentavano gli oltre 37.000 istituti ecclesiastici. Complessivamente nel Paese c’erano 130.000 scuole. Alla luce di questi presupposti, nel 1920 il tasso di alfabetizzazione era salito al 54% sebbene rimanesse ancora ridotto per alcuni gruppi etnici.

Dal 1922, anno in cui sorse ufficialmente l’Unione Sovietica, l’educazione scolastica e accademica prese i connotati della profonda ideologia di antagonismo anticapitalista nei confronti delle potenze “imperialiste” occidentali. Nell’URSS, infatti, l’istruzione, in primo luogo quella alle scienze applicate, incarnava il progresso e lo spirito di competizione contro gli Alleati del  blocco dell’Ovest. Stando alle statistiche ufficiali, nell’URSS degli anni Settanta e Ottanta vivevano complessivamente un milione e mezzo di scienziati, mentre coloro che lavoravano nel campo scientifico, come la ricerca, erano quattro milioni e mezzo e rappresentavano quasi il 4 per cento dell’economia nazionale. La professione dell’insegnante era considerata prestigiosa. Il culto della scienza e la convinzione, instillata negli insegnanti, che il ruolo da essi rivestito fosse di “missionari della scienza” contribuirono a creare l’eccezionale sistema scolastico sovietico. Durante il regime sovietico l’espressione della presse era asservita a scopi ideologici e di propaganda. Di conseguenza, nei media doveva essere presente il linguaggio esemplare, pulito, rigido e segnato da convenzionalismi linguistici. Si creò, dunque, una vera e propria diglossia tra la “nuova lingua”, in russo “novojaz”, e il linguaggio della vita quotidiana. A partire dagli anni Venti si accentuò la distanza tra gli ambiti pubblico e privato della società dell’URSS. La preparazione universitaria prevedeva l’insegnamento della storia del Partito Comunista, del comunismo scientifico e dell’economia politica del socialismo contro quella del capitalismo, in ogni facoltà, da lettere a medicina. Ogni individuo abitante sul suolo sovietico aveva l’obbligo morale di difendere la propria patria e la fede bolscevica dall’”Imperialismo occidentale”.  Ai giorni nostri si assiste al rovesciamento della medaglia rispetto ai toni dell’impersonale e dogmatica propaganda sovietica. Il mondo dell’informazione si avvicina sempre più al pubblico e si assiste a un progressivo processo di “informalizzazione” del linguaggio mediante il quale si esprimono i media. Tra cambiamenti più lampanti si annovera: la scelta del termine meno usuale in caso di sinonimia, la tolleranza della stampa verso forme non approvate della morfologia russa, l’espansione dei costrutti preposizionali, la soppressione della nominalizzazione a favore delle forme verbali.