di Andrea Muratore

Ungheria e Turchia sono i due esempi più lampanti in campo internazionale di quello che potremmo definire in modo ossimorico “conservatorismo progressista”. I risultati diversi che stanno ottenendo in questi mesi i due regimi insegnano però che la parte di tradizione e quella di apertura al progresso vanno equamente bilanciate e dosate, pena forti crisi interne. Nell’epoca della crisi che sevizia i popoli della periferia europea, Orban e Erdogan si sono dimostrati leader risoluti il cui lavoro è risultato decisivo non solo per superare brillantemente le turbolenze economiche ma anche per prevenire le ben più gravi difficoltà sociali che ne sarebbero state il corollario-

Per alcuni anni i due hanno seguito delle “direttrici” grossomodo coincidenti: il premier turco, constatate le difficoltà frapposte dall’UE all’inclusione della Turchia, è riuscito a guidarla verso una posizione differente; il governo di Ankara ha rivolto sempre più lo sguardo a est, mirando al ruolo di potenza regionale nel Medio Oriente più turbolento da un secolo a questa parte. Alla crescita economica e all’espansione della zona d’influenza turca si è accompagnato però un giro di vite all’interno nei confronti della vasta costellazione della dissidenza, talmente frammentata al suo interno da fare solo il gioco di coloro a cui si oppongono.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Turchia non è in fiamme, ma ovunque si sono accese delle potenziali scintille. Le ultime, drammatiche 48 ore vissute dal paese in generale, caduto nel buio per colpa di un devastante black-out, e di Istanbul, squassata dalla tensione, in particolare, sono sintomatiche della questione. Erdogan ha sempre cavalcato l’onda dei successi in campo economico e il popolo gli ha perennemente dato carta bianca; ora però tanti piccoli nodi vengono al pettine, e il futuro per il suo governo sembra incerto. Reputando il suo governo una fortezza assediata, Erdogan punta forte sul mito del “nemici ovunque” per legittimare il proprio consenso. Forte, continuo e ripetuto il richiamo alla tradizione islamica. Più che al padre della patria Ataturk, Erdogan si richiama ai sultani ottomani: se Mustafà Kemal nel 1923 iniziò la convergenza mai completata di Ankara verso il consesso europeo, ora il suo successore riscopre le seduzioni dell’oriente, pur con risultati altalenanti: la Turchia, membro della NATO, appare nello scacchiere perennemente a metà del guado dai tempi appena successivi al fallimento dei propositi di raid contro Assad. L’altro leader, Viktor Orban ha avuto il duplice merito di convertire le sue dottrine personali (era stato ardentemente neoliberista e filoatlantico nelle sue precedenti esperienze di governo) e ristrutturare una nazione in maniera divergente rispetto a quanto richiesto dai principali potentati dell’Unione Europea.

Conservatorismo progressista, si è detto: in un’Europa che si globalizza perdendo la propria anima, Orban ha saputo bilanciare e mediare: il fondatore di Fidesz ha da sempre mirato a risvegliare l’orgoglio nazionale magiaro senza tuttavia farlo scadere nella vuota idolatria di antichi inni e bandiere o, ancor peggio, nel revanscismo tanto più pericoloso in una nazione che ha perso nel Novecento il 60% del suo territorio. Comportandosi da populista degno di questo nome, ha fortemente lottato d’altro canto per riportare sotto controllo pubblico gli enti privatizzati dai precedenti governi socialisti e ha sfidato i diktat di Bruxelles e Francoforte con interventi statali nell’economia e programmi mirati alla crescita. In politica estera, ha saputo tenere aperte le porte a una Russia sempre più partner con Budapest senza tuttavia dar segno di antieuropeismo sfrenato. Budapest è il paese UE che applica le sanzioni a Mosca con la maggior blandizia e che dunque meno ha sofferto delle ripercussioni di queste insensate politiche.

Analizzando dunque le due vere e proprie rivoluzione incarnate da Erdogan e Orban, si può notare come il presidente turco abbia esagerato il ruolo della componente tradizionalista, frenando altamente lo sviluppo delle sue politiche. La Turchia rischia di diventare la “Cina del Vecchio Mondo” non solo per i suoi tassi impetuosi di crescita del PIL, mentre le temute politiche di Orban contro la libertà d’espressione contro le quali la stampa filo-UE ha tanto spesso tuonato si devono ancora vedere. Budapest è sempre più florida e attrae sempre più turisti da tutto il mondo; se Erdogan e Orban hanno insegnato al mondo che progresso e tradizione potevano andare di pari passo, ora Orban insegna a Erdogan che la pozione è inefficace senza un’adeguata dose di populismo costruttivo. Che il leader turco impari la lezione, e che la imparino anche quei governanti europei che dopo otto anni di crisi, contro ogni evenienza, a tale pozione preferiscono i placebo prodotti e preconfezionati loro da questa evanescente Europa con cui i due hanno saputo convivere senza soccombere.