Noi, additati come razzisti della prima ora, accusati di aver strumentalizzato il disagio di migliaia di individui che scappavano dalle atrocità della guerra, criticati per aver giustificato le folli strategie geopolitiche infrastrutturali di Orban, insultati per aver messo in discussione l’efficacia delle politiche europee in materia di migrazione, soltanto ora abbiamo “ragione”. La nuova ondata di profughi che ha invaso l’Europa a cavallo delle festività natalizie, culminata nei fattacci di Colonia e nella strage di Lesbos, rimette in discussione la tenuta delle istituzioni europee preposte al controllo della massa di individui che, dalle zone calde del pianeta, cercano rifugio e miglior fortuna entro i confini di quelle isole felici dell’Occidente. Il risultato è un complesso organizzativo allo sbando, incapace di gestire quelle centinaia di migliaia di persone che da tempo vengono definite una percentuale assolutamente trascurabile di individui che ogni anno varcano i confini di Schengen, ma che nella realtà delle cose si rivelano troppi di fronte all’impreparazione e alla negligenza delle autorità preposte. Le transenne, dunque, tornano sulle autostrade ai valichi internazionali, le forze dell’ordine riprendono a pattugliare stazioni, treni e confini così come succedeva alcuni mesi fa, all’esplosione conclamata dell’emergenza. Svezia, Danimarca e Norvegia serrano le proprie frontiere, così come la stessa Italia intende fare sul fronte orientale con la Slovenia. Il coro di questi Paesi, invasi dall’elevato (ora sì) numero di profughi che sperano in un futuro migliore, intona frasi di insoddisfazione verso le politiche di protezione delle frontiere esterne del continente, con le nefaste ripercussioni del caso sulla sospensione temporanea degli accordi di Schengen.

Tornano alla mente due importanti nodi gordiani della disputa: la ferocia della stampa occidentale in seguito alle – così definite – impopolari decisioni del presidente ungherese Viktor Orban che, nel mese di luglio del 2015, ha eretto un muro di 175km lungo il confine con la Serbia. È un’evidenza empirica che dalla Turchia, lungo la rotta balcanica, siano giunti in Europa circa 850 mila migranti nell’ultimo anno, di cui 150 mila sono stati accolti dalla Svezia – il Paese che ne ha ospitati il maggior numero in relazione alla sua popolazione. Lungo il confine italo-sloveno circa 400 persone a settimana riescono a transitare e a muoversi nel Belpaese, senza che nessuno muova un dito per porre rimedio. Lo stesso premier sloveno si è dichiarato scettico e insoddisfatto circa l’efficacia del piano messo a punto da Roma, come per indicare che la nostra credibilità fa acqua come le nostre frontiere. Intanto, mentre la stampa si allinea nel comporre un’invettiva nei confronti di questa Europa protezionista, Bruxelles regala miliardi di euro ad Erdogan, assieme alla promessa di discutere l’affiliazione all’Unione Europea, per eradicare il problema migratorio alla sua radice. Un problema che il Sultano non ha probabilmente la volontà di arginare, continuando a giocare con i rubinetti di dei flussi lungo le frontiere con la Grecia (che ieri si è macchiata del sangue di altre 36 povere anime).

Lo stesso dicasi per la politica tedesca, oggi sotto attacco da parte dell’opinione pubblica, per la vicenda dell’orda di stranieri che ha molestato alcune donne tedesche durante il capodanno nella città di Colonia. La paura dell’intellighenzia è che i partiti xenofobi e nazionalisti possano approfittare dell’accaduto per racimolare voti, anziché preoccuparsi anzitutto per le condizioni di salute di quelle povere donne. Perché, dunque, ci ostiniamo a promuovere politiche di accoglienza improvvisate e nefaste, anziché cercare di razionalizzare il problema e riconoscere che non si è agito nel modo giusto per porre rimedio? Oggi Svezia e Danimarca attaccano, sostenendo che l’Europa non fa nulla per difendere le proprie permeabili frontiere esterne, mentre sei mesi fa accusavamo Orban di autoritarismo. Ancora una volta, ci laviamo la faccia in nome del perbenismo e paghiamo il nostro debito morale che autonomamente facciamo pendere sulle nostre coscienze, mentre le bombe continuano a piovere nei luoghi di provenienza di questi sventurati.