Il Sultanato dell’Oman è un lembo di terra che si estende per 1.800 chilometri sulla costa, incastrato tra l’Arabia Saudita, il grande e minaccioso vicino, e la Repubblica Islamica dell’Iran, con la quale condivide l’importantissimo stretto di Ormuz, dove transita il quaranta percento del petrolio mondiale. A governare il paese è un singolare personaggio Qabus bin Said al Said, un monarca assoluto. Si è autoproclamato primo ministro, ministro della difesa e degli affari esteri, capo di stato maggiore dell’esercito e direttore della banca centrale. Ha vietato i partiti e le ong, e la stampa è sottoposta a una rigida censura. È ricchissimo e non ha paura di mostrarlo. Il suo patrimonio è stato valutato un miliardo di dollari. Il suo yacht Al Said, il quarto più lungo del mondo, è ormeggiato nel porto di Mascat, la capitale del paese, in modo che tutti possano ammirarlo. Dispone anche di una magnifica proprietà nel centro di Londra, una residenza nella località chic di Garmisch, in Germania, e un castello in Francia dove alleva cavalli. A prima vista sembrerebbe che questo piccolo paese non sia molto diverso dagli altri stati del Golfo persico. Tuttavia grazie alla sua posizione e alla sua politica di tolleranza religiosa l’Oman è in buoni rapporti con tutti i paesi del Medioriente. Il Sultanato è l’unico paese del mondo in cui la maggioranza della popolazione (75% circa) professa la religione ibadita, ovvero la terza via dell’Islam (fra sciismo e sunnismo).

Benché la Legge Fondamentale dell’Oman dichiari l’Islam religione di Stato e la Shari’ah principale fonte della legislazione nazionale la libertà di culto è rispettata. Sunniti, sciiti, ibaditi e minoranze religiose come i buddisti, i sikh, i bahá’í e i cristiani convivono pacificamente insieme. L’apostasia non è un crimine e non si ha notizia di detenuti per motivi religiosi. Anche dal punto di vista sociale l’Oman è molto più progredito di molti paesi dell’area. Le donne ad esempio hanno molti più diritti che in molti stati della regione e sicuramente più che in Arabia Saudita. Qui possono guidare e lavorare. La giustizia non gli infligge pene corporali e ci sono donne tra i ministri e gli ambasciatori. Prima che Qabus salisse al potere l’Oman viveva nel Medioevo. Il padre dell’attuale sultano teneva il paese fuori dal tempo rifiutando di aderire alle Nazioni Unite. Gli omaniti che volevano uscire dal paese dovevano richiedere la sua autorizzazione. Anche lo sfruttamento petrolifero era limitato. Quando nel 1970 Qabus spodestò il padre con l’aiuto delle forze speciali del Regno Unito e dell’Iran (all’epoca ancora guidato dallo scià), non incontrò resistenza. E il petrolio cominciò a scorrere a fiumi. Grazie a questa manna, il sultano ha portato avanti una “modernizzazione controllata”. Ha costruito strade, porti, scuole e un’università. Da fine politico, ha comprato la pace sociale sovvenzionando l’acqua, l’elettricità e la benzina e riservando agli omaniti alcuni settori, come i taxi e gli hotel. Ha assunto migliaia di dipendenti pubblici e ha abolito la tassa sul reddito. Ha anche leggermente liberalizzato il sistema politico, creando un parlamento consultivo. Nel 2011 la primavera araba ha appena sfiorato l’Oman. Qabus si è prodigato a spegnere l’incendio introducendo generosi sussidi di disoccupazione e licenziando alcuni ministri corrotti. Ha si imprigionato centinaia di dissidenti, ma poi li ha graziati quasi tutti.

Grazie a una pragmatica politica estera basata sul non-allineamento l’Oman è riuscito a conservare buoni rapporti sia con le monarchie del Golfo che con l’Iran. Inoltre grazie alla fiducia che gode presso i britannici e soprattutto gli statunitensi (che nel paese conservano una base militare) Qabus è riuscito a ritagliarsi il ruolo di mediatore fra Washington e Teheran. Senza il contributo dell’Oman infatti probabilmente gli accordi di Ginevra sul nucleare iraniano non sarebbero mai andati a buon fine. La vocazione di intermediario del sultano ha origine con la rivoluzione iraniana del 1979. Già prima di quella data tuttavia i rapporti fra Mascat e Teheran erano molto stretti: Qabus infatti fu aiutato dall’allora Scià Reza Pahlavi a reprimere l’insurrezione di Dhofar, guidata dal Fronte Popolare per la Liberazione dell’Oman (PFLO) un’organizzazione guerrigliera marxista-leninista, che ebbe termine nel 1975. Dopo la presa del potere da parte di Khomeini e dei suoi seguaci il Sultanato continuò comunque a intrattenere buoni rapporti con l’Iran. Proprio per questo in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche fra Teheran e Washington, gli iraniani si avvalsero di Qabus per trasmettere messaggi alla Casa Bianca. Quando scoppiò la guerra fra l’Iraq e l’Iran, l’Oman al contrario degli altri paesi arabi non si schierò dalla parte di Saddam Hussein ma preferì rimanere neutrale, lavorando nel corso degli anni ottanta per un riavvicinamento fra Baghdad e il regime degli Ayatollah.

Nel 2011 l’Oman ha deciso di non partecipare alle azioni militari comuni per fermare le proteste in Bahrain e di unirsi agli altri stati facenti parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) nella lotta all’insurrezione degli Houthi in Yemen. Ad agosto di quest’anno Qabus, sperando di mettere fine alla guerra in Siria, ha ricevuto a Mascat il ministro degli esteri del governo di Damasco Walid Muallem per farlo incontrare con il suo collega saudita, ma quest’ultimo si è rifiutato di presenziare all’incontro e la trattativa si è arenata prima di cominciare. Tuttavia il Medioriente rischia di perdere questo prezioso mediatore: Qabus infatti è molto malato. Ha passato otto mesi in Germania per curare un cancro. È tornato in Oman all’inizio del 2015, ma non si mostra quasi più in pubblico. Inoltre il sultano non ha figli e non ha designato un erede. Come se ciò non bastasse il prossimo sovrano potrebbe trovarsi di fronte a una situazione piuttosto complicata. L’economia del paese vacilla. Con il crollo del prezzo del petrolio, infatti, lo stato ha perso il quaranta percento dei suoi introiti e forse dovrà ridurre le sovvenzioni e persino licenziare dei dipendenti pubblici. Tutto ciò potrebbe generare malcontento nel paese e scatenare delle proteste in grado di minare la stabilità dello stato. Sarebbe un vero peccato se il Medioriente perdesse questo importante mediatore.