L’anno zero del continente europeo inizia il 15 marzo 2017, con il succedersi in pochi mesi delle elezioni in tre Stati centrali del progetto di integrazione: i Paesi Bassi, la Francia e la Germania. Con il dubbio dell’Italia, che ancora ondeggia fra la fine legislatura nel 2018 o le elezioni anticipate proprio nel 2017.Elezioni di fuoco, perché con esse, inutile ripeterlo, si giocherà il destino dell’Unione Europea. Da esse il sogno dell’Europa unita come la conosciamo oggi può uscirne completamente mutato, oppure decisamente rafforzato, e cambiare con essa il destino di tutti noi cittadini d’Europa prima ancora che cittadini dei singoli Paesi.

Manifesti elettorali, la sfida è aperta

Manifesti elettorali, la sfida è aperta

L’Olanda è il primo Stato da cui può nascere tutto questo. Ed avrà sicuramente un ruolo chiave poiché in esso poggiano le speranze di chi considera ormai tramontato il sole dell’Europa unita e di coloro che invece ancora intravedono barlumi di speranza nelle logiche di Bruxelles. L’Olanda sarà un laboratorio per tutta l’Europa ed in esso si giocherà una partita cui ormai siamo abituati da qualche tempo. Come in ogni elezione degli ultimi anni, infatti, il voto non è più ideologicamente divisibile nella semplice dicotomia destra-sinistra tipica del Novecento, ma è un voto frammentato che vede nella posizione sull’Europa e sulla globalizzazione le polarizzazioni dello scontro. Questo è successo per certi versi con Brexit, è successo con Trump, succede in Olanda, e sta succedendo e succederà in Francia, e per questo, essendo l’Olanda la prima nazione d’Europa a confrontarsi con elezioni parlamentari su questo archetipo, il ruolo di questo voto assume particolari connotati, specialmente nei personaggi su cui si fonda la sfida.

Da una parte abbiamo il partito di governo, quello di Mark Rutte, il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie, alias VVD), di matrice liberal-conservatrice che rappresenta la speranza di tutto il mondo alternativa al cosiddetto populismo. Dall’altra parte il famigerato Geert Wilders, il populista per eccellenza, colui che per tutta la stampa liberale rappresenta il vero asso nella manica della nuova destra “xenofoba” europea insieme a Marine Le Pen.

rutte europa

Mark Rutte, leader dell’ala liberale al governo

Va fatta una premessa importante per comprendere queste elezioni. Per quanto i due movimenti rappresentino idee diverse e posizioni sociali anche opposte in alcune ambiti, i due leader in realtà non si odiano, né Wilders rappresenta il “Le Pen olandese“. Sbaglia chi vede una polarizzazione del conflitto a livello partitico pari a quella che per esempio sta caratterizzando le elezioni francesi, dove il Front National è da sempre escluso dall’arco costituzionale e non è mai stato considerato per un ruolo di alleato. L’Olanda non è la Francia: il suo sistema parlamentare, come molti sistemi europei, apre le porte ad alleanze per avere un governo, e nelle ultime elezioni anche due partiti che oggi si confrontano duramente, come VVD e PVV (il partito di Wilders) hanno tentato la via dell’alleanza programmatica per riuscire ad aver un governo. E questa alleanza per qualche mese sembrava poter reggere. Wilders appoggiò la possibilità di mantenere in vita governo Rutte in cambio di alcune concessioni normative in tema di immigrazione, soprattutto nel rapporto coi musulmani e con alcuni temi tanto cari a molti partiti di destra, quali la questione del burqa in pubblico. Il governo Rutte durò poco, almeno il primo, ma tanto basta per dimostrare come in realtà, quando si tratta di governare, entrambi i partiti hanno avuto già modo di relazionarsi senza per questo voler escludere il movimento populista dalle logiche di potere. Fu poi lo stesso Wilders a decidere di staccare la spina al governo liberale-conservatore a tinte populiste, nel 2012, portando il Paese ad elezioni anticipate dove lo stesso partito del leader di destra venne fortemente ridimensionato.

Marine Le Pen e il suo "omologo" olandese, Geert Wilders

Marine Le Pen e il suo “omologo” olandese, Geert Wilders

Erano però altri tempi. L’Olanda del 2012, ma la stessa Europa nel 2012 erano mondi molto diversi e molto meno smaliziati di quelle di oggi. Il 2017 è l’anno successivo ai grandi attentati terroristici rivendicati dal Daesh in Europa. Il 2017 è l’anno della vittoria del populista fra i populisti, Donald Trump. Il 2017 è l’anno che vede quasi ovunque trionfare in termini di consenso partiti estremisti che fino a qualche anno fa non avrebbero mai potuto affermarsi.

Oggi i due partiti si sfidano, e con loro si sfidano gli stessi due candidati che ormai sei anni fa, trattarono l’alleanza in parlamento. E con loro si sfidano ancora una volta due logiche di Europa e due logiche di considerare il proprio Paese nel nostro tempo che condensano un po’ tutti i grandi temi delle campagne elettorali dei nostri giorni. Il partito di Rutte segue le logiche liberali/liberiste tipiche di ogni partito conservatore moderato orientato sulle politiche europee. I sondaggi lo danno circa al 18 per cento, al pari del rivale Wilders, ma con possibilità di alleanza con gli altri partiti. Il suo governo ha guidato l’Olanda in tempi difficili, ma la crisi economica e i primi segni di cedimento del sistema sociale dei Paesi Bassi, soprattutto con riguardo al tema dell’immigrazione e delle seconde generazioni musulmane, ha notevolmente inciso sull’elettorato olandese. Rutte è stato l’artefice di politiche filoeuropeiste che sta pagando, ed a caro prezzo, in termini elettorali.

wilders islam

Il leader populista olandese ha più volte espresso le sue posizioni anti-islamiche, considerandosi un grande sostenitore delle idee di Oriana Fallaci

Tutti temi cari a Geert Wilders. Tutti temi che hanno condotto il partito odiato dall’establishment dall’irrilevanza politica a rischiare addirittura di puntare ad essere il partito del Primo Ministro. Non sarà una strada facile, perché Wilders in questi mesi non ha intessuto alcuna relazione fruttuosa con alcun partito. Sembra, perché in realtà il sistema olandese, vedendolo alla pari con il partito di Rutte, non permetterebbe a un partito con il 18% (almeno secondo i sondaggi, che si sa, valgono come il due di picche) di diventare in solitaria il partito capace di reggere il Governo. Ma intanto Wilders punta al primo posto, ad essere il partito più forte, e sembra poter raggiungere l’obiettivo. I suoi sono messaggi duri, facili per un elettorato incerto, che vanno a colpire diritto al cuore dei due gravi problemi, a detta di Wilders, dell’Olanda del 2017: l’Europa e l’Islam. Secondo il leader di PVV l’Europa è il male assoluto per il suo Paese e si è fatto promotore del cosiddetto progetto “Nexit”, ovvero l’uscita dell’Olanda dall’UE sul filone Brexit.

L’Olanda è il primo Stato da cui può nascere tutto questo. Ed avrà sicuramente un ruolo chiave poiché in esso poggiano le speranze di chi considera ormai tramontato il sole dell’Europa unita e di coloro che invece ancora intravedono barlumi di speranza nelle logiche di Bruxelles.

Un progetto difficile, ma che poggia sul terreno fertile di un popolo, quale quello olandese, mai del tutto allineato al regime di Bruxelles, anzi, molto spesso contrario alle politiche comunitarie tanto da aver indetto spesso referendum per negare il suo appoggio alle direttive europee. Non è da sottovalutare inoltre la sua malcelata ostilità nei confronti dei tedeschi, secondo molti per via dell’occupazione olandese da parte tedesca che traumatizzò il padre per molti anni. Dall’altro lato, il suo grande nemico è l’Islam. Basta vedere il suo documentario, Fitna, per comprendere cosa sia per lui il mondo musulmano, e basta vedere chi ritiene essere il suo mito, Oriana Fallaci, l’autrice che per anni ha dichiarato apertamente la sua contrarietà al mondo islamico.

Sbaglia chi vede in lui l’ascesa di un “nazista” in Olanda. Gert Wilders è contro l’immigrazione, è contro alcune derive liberali, è contro l’Islam, ma si è sempre dichiarato un grandissimo sostenitore delle politiche israeliane contro il terrorismo palestinese e si è dichiarato direttamente ed apertamente “sionista”, negando in radice qualunque collegamento con gli ambienti neonazisti dei Paesi Bassi e volendo porre da subito un freno (in modo grottesco a volte) alle tentazioni della stampa di additarlo come antisemita.

Cosa succederà in Olanda, resta effettivamente un grande punto interrogativo. Ciò che è certo è che l’Olanda non è la Francia, ma nello stesso tempo può essere una grande tappa sia per la Francia stessa che per l’Europa del prossimo futuro. I Paesi Bassi potrebbero trasformarsi nel punto di partenza per la riscoperta dell’Unione Europea o far iniziare la definitiva e sempre più rapida caduta dell’edificio europeo.