48 è la cifra ufficiale dei morti, quasi tutti russofoni, ma quella ufficiosa arriverebbe addirittura a 200. Era il 2 maggio 2014 quando ad Odessa, Ucraina, andava a fuoco l’edificio della Casa dei Sindacati; vi si svolgeva allora una mostra, una circostanza apparentemente pacifica, sebbene sembra che in città fossero arrivati già da tempo, inspiegabilmente, corpi militari in tenuta antisommossa. Insomma le notizie sugli avvenimenti di quel giorno sono ancora contrastanti, o forse, più spesso, non sono mai arrivate integralmente. A distanza di due anni esatti siamo allora tornati sul posto, tra i manifestanti che commemoravano la strage e quelli che invece li contestavano, per capire cosa si ricorda oggi di quell’evento, e come si vive adesso nell’ex capitale del turismo sovietico in riva al mar Nero. L’aeroporto dove atterriamo è un vecchio scalo da città di provincia, anche se Odessa ha gli stessi abitanti di Napoli, e i controlli alla dogana sembrano funzionare benissimo: vengono infatti subito fermati dei giornalisti francesi (oltre a polacchi e israeliani fermati altrove in Ucraina), ai quali, dopo un interrogatorio, verrà impedito l’ingresso nel paese. Noi invece riusciamo a passare i controlli, e la sera del primo maggio, giorno di grande festa coincidente quest’anno con la Pasqua ortodossa, arriviamo in una città quasi completamente buia e deserta. Capiremo la mattina dopo, con la luce del giorno, che la città è piantonata da forze dell’ordine, e persino nel nostro hotel si aggirano militari armati: non si dà insomma per scontato che le commemorazioni del 2 maggio passino lisce.

Attraversiamo la città a piedi per giungere sul luogo delle manifestazioni; la differenza tra i palazzi ottocenteschi dipinti in colori pastello e i prefabbricati sovietici non è poi molta: le facciate di entrambi sono qua e là cadenti e scrostate, e le ultime ristrutturazioni sembrano risalire al periodo dell’URSS. Se è vero che per le vie del centro si stendono a perdita d’occhio giardini, fontane zampillanti e dehors dei locali, la città semideserta fa comunque una certa impressione. Qualcuno dice che sia così per il giorno di festa, altri aggiungono che il 2 maggio molte persone hanno preferito non uscire di casa. In effetti, i militari armati ad ogni cantone non invitano esattamente a passeggiare. E, anche se con fare tranquillo, più volte ci faranno mostrare documenti e borse. “Kakoe grazhdanstvo?”, “qual è la cittadinanza?”, mi chiede uno di loro; Odessa è una città russofona, ma a noi è stato consigliato di non parlare russo, e così fingiamo di non capire. L’altro militare controlla il mio passaporto: “italiana”. E ci lasciano andare senza batter ciglio. Nel frattempo però, la fratellanza tra popoli di cui si parlava fino a pochi anni fa, e la città di mare dalle tradizioni multietniche di cui gli “odessiti” ci raccontano ancora oggi, sembrano scricchiolare sotto i passi dei militari che piantonano gli angoli delle strade.

Ed ecco che in centro iniziano le manifestazioni delle due parti: a Kulikovo pole, davanti alla tristemente nota Casa dei Sindacati, ci sono i “russofili” che si dicono antifascisti; quindici minuti di cammino più in là ci sono invece i “nazionalisti” ucraini, spesso identificati come vicini all’estrema destra. Il ritrovo dei nazionalisti non sembra essere molto frequentato, e finisce ancor prima che facciamo in tempo a vedere alcuni manifestanti, i quali, ci viene detto da altri giornalisti, sono scesi per le strade facendo il saluto nazista. A Kulikovo pole la situazione è diversa: un numero sempre crescente di persone arriva a deporre fiori, o semplicemente a fermarsi in preghiera. La manifestazione appare in sé pacifica, ma l’area è completamente circondata dalla polizia ed una vasta zona circostante la Casa dei Sindacati è inaccessibile perché transennata. Queste transenne, ci suggeriscono tra la folla, servono a evitare tensioni maggiori proprio laddove è accaduto l’episodio, ma le madri di Odessa vogliono avvicinarsi al luogo in cui hanno perso la vita i propri figli. “Lasciate passare!”, gridano ogni tanto alla polizia; la Casa dei Sindacati, però, resterà sempre transennata.

IMG_0244 (2)

Nel primo pomeriggio, per terra c’è ormai un vero e proprio tappeto di fiori. Le madri si radunano davanti alla schiera di polizia che presidia la Casa dei Sindacati. Non indietreggiano, nonostante siano ore che restano lì in piedi, nonostante dai tetti di un edificio antistante si affaccino costantemente poco rassicuranti cecchini. Hanno portato candele, palloncini e nastri neri in segno di lutto, colombe da liberare in aria, le foto dei figli; “mio figlio”, ci dice però una di loro, “non lo si riconosceva più. Solo la prova del DNA ha provato che fosse lui”. Qualcuna, dopo un momento di sconforto, trova la forza di parlare energicamente in pubblico, altre al contrario ricordano davanti a tutti, fin quando la voce non si rompe in gola. Ma la folla le sostiene con un coro: “non dimenticheremo, non lasceremo perdere!” Sono tanti gli obiettivi delle macchine fotografiche puntati su Kulikovo pole oggi, ma alcune persone con cui parliamo preferiscono non farsi riprendere. Una signora ci prega di raccontare all’estero questi avvenimenti, visto che “sui giornali ucraini non si parla della strage, e non si parlerà nemmeno della manifestazione di oggi, mentre noi vorremmo solo una città più democratica, più europea”. Quando le chiediamo cosa intenda per “europea”, ci risponde che intende semplicemente dire “più civile”: “dell’Europa, dell’Unione Europea noi non abbiamo visto niente, solo i prezzi. Gli stipendi no, ma i prezzi, quelli sì che sono diventati come in Unione Europea!”. In realtà, i prezzi qui sono ancora bassi rispetto al Vecchio Continente, ma naturalmente anche le entrate medie sono molto inferiori: Dima, un ragazzo sui vent’anni che incontriamo sulla piazza, ci spiega che gli stipendi si aggirano sui 200 euro, “e con questi soldi si può ancora cercare di vivere”, ma “per gli anziani è impossibile, perché una pensione spesso non supera i 50 euro. Ufficialmente forse non dovrebbe essere così, ma tant’è, questi sono i soldi che abbiamo in tasca…”. Ce lo dice senza alzare la voce e senza lamentarsi, con un velo di malinconia che cerca di trattenere con un lieve sorriso, quasi per darsi la forza di sopportare, come tanti fanno da queste parti. Non alzano la voce nemmeno gli uomini che vedono ai lati della piazza qualche manipolo di contestatori di Pravyj Sektor, l’estrema destra ucraina, non si lamentano nemmeno le madri dei morti, che vengono ad un certo punto insultate da alcuni giovani uomini vestiti di nero.

IMG_0303 (2)

IMG_0192 (2)

Ci viene riferito di piccoli scontri in altre zone della città, di due morti tra la folla (ma per cause naturali), tuttavia si può dire che la polizia abbia cercato di trattenere i manifestanti di ogni schieramento, riuscendo tutto sommato a mantenere l’ordine; dall’altro lato, però, non si può certo sostenere che si potesse manifestare in piena serenità. La massiccia presenza dei più svariati corpi di polizia, suggerisce qualche “russofilo” a Kulikovo pole, serviva a intimorire, e le forze dell’ordine (del resto in numero elevatissimo) avrebbero ricevuto l’ordine di non reagire semplicemente per dare l’impressione che il potere centrale sapesse gestire la situazione. Cos’è, dunque, Odessa oggi? Che segno ha lasciato la cenere della Casa dei Sindacati? E, soprattutto, che fattezze assume il percorso più recente di questa nazione, che dovrebbe portarla ad una non ancora definita forma di democrazia? Una cosa è certa: la democratizzazione che molti ci hanno detto di desiderare non è quella per cui i permessi per le manifestazioni di entrambe le parti sono stati prima negati, poi concessi, poi procrastinati; e non è quella per cui Viktoria Machulko, una delle coordinatrici degli eventi di commemorazione del 2 maggio, ha subìto proprio alla vigilia dell’evento il furto del suo pc e di molta documentazione, ed il 2 maggio stesso è stata trattenuta tutto il giorno per interrogatori dalla SBU, l’Ufficio di Sicurezza Ucraino. La storia difficile di questa terra accogliente e bellissima non è insomma finita con la caduta dell’URSS, e né l’indipendenza né le decantate recenti rivoluzioni (di qualsiasi colore fossero) sembrano aver migliorato la sua condizione.