Il viaggio del presidente del Consiglio a Washington è la cronaca di un idillio: Renzi e Obama si sono incontrati, scambiati reciproci attestati di stima e messi in posa per le foto; mancava solo il rito del selfie per celebrare la comunione di vedute e l’abilità comunicativa. L’uno di fronte all’altro hanno potuto specchiarsi e scoprire finalmente le tante doti che li accomunano. Entrambi sono giovani, ambiziosi e dalla veloce carriera politica; entrambi adorano il soliloquio davanti alle telecamere, usare i social media e twittare messaggi d’impatto di poche righe; ma, soprattutto, entrambi si sono presentati all’elettorato in un periodo di profonda crisi economica con meravigliosi spot elettorali e mirabolanti promesse mai mantenute. Sapevano che la gente aveva un disperato bisogno di speranza e gliel’hanno data; il “yes we can” è la versione a stelle e strisce dell’ “Italia riparte”; l’Obamacare è l’equivalente degli 80 euro ai dipendenti statali. Un’immagine fresca che ispiri una ventata di “nuovo”, di una rottamazione del vecchio – la “dinastia” Bush per uno; la storica dirigenza Pd per l’altro – porta voti sicuri, razzolati tra gli strati sociali più colpiti dalla crisi.

Certo Obama, il presidente della prima economia del pianeta, è avvantaggiato: è riuscito a farsi dare un Nobel per la pace bombardando più persone del suo predecessore; a promettere il disimpegno delle truppe americane dall’Afghanistan, la chiusura di Guantanamo e ad “aprire all’Islam” con il suo discorso al Cairo. Quello che ne seguito è sotto gli occhi di tutti: nessun ritiro anzi espansione Nato, perenne guerra di droni, proliferazione dell’ISIS, “primavere arabe” sfuggite di mano, nuova guerra fredda con la Russia; eppure riuscendo sempre a far passare il messaggio di avere compiuto riforme fondamentali e accordi storici dal nessun risultato concreto. Anche il recente annuncio dell’intesa con Cuba e del riavvicinamento all’Iran non sono altro che sparate ad effetto da prendere con le pinze e difficilmente ratificabili dal Congresso. Come Obama anche Renzi è amico dei potenti circoli finanziari, ha fatto fuori la vecchia guardia del proprio partito – la Clinton uno, Bersani l’altro -, ha truccato i conti sull’economia reale ed è affetto dall’ “annuncite”. Entrambi devono difendersi dagli attacchi dei gufi e dei menagrami – i repubblicani, la minoranza pd riottosa – che non vogliono farli lavorare serenamente. Un feeling così profondo non poteva che generare una profusione di complimenti autoreferenziali e di chiare indicazioni sul percorso da seguire assieme per assicurare il benessere dei due Paesi.

“Matteo è sulla strada giusta” dice il presidente americano “impressionato dall’energia e dal senso di visione” del premier italiano; Renzi incassa e sottolinea come gli USA siano il modello da seguire. La crescita – è il mantra che ripetono – avverrà solo attraverso le riforme e la flessibilità; l’austerità è dannosa per l’economia. Peccato poi i dati li smentiscano, certificando come la ripresa americana e l’aumento del PIL non abbiano neppure lontanamente rimpiazzato i posti di lavoro persi dal 2008 e di come queste ricette neoliberiste impoveriscano i cittadini, precarizzando la loro intera esistenza e deprimendo la domanda interna. Eppure Renzi è un modello indiscutibile da sponsorizzare: è riuscito a demolire la sinistra dal suo interno, è a capo del governo senza neppure essere passato dalle urne, ha fornito la maggioranza all’Europarlamento – unico partito di governo ad avere trionfato alle elezioni europee – senza ottenere nessuna carica importante (ma il contentino della Lady Pesc), ha appoggiato incondizionatamente le sanzioni suicide per la nostra economia contro la Russia e ora è il principale sponsor pubblico del TTIP. L’accordo di libero scambio è “un grande obiettivo” verso cui l’Italia “sta spingendo con grande determinazione” e peccato che sabato scorso migliaia di cittadini in 704 piazze del mondo abbiano protestato contro questo ennesimo “cavallo di Troia” che smantellerà l’ultimo barlume di sovranità rimasta. Il 2015 è l’“anno della svolta” per il Partenariato e bisogna farsene una ragione.

Renzi piace oltreoceano perché è un vassallo affidabile: è bastata una telefonata per approvare l’acquisto degli F35, rinnovare la missione in Afghanistan, inviare “aiuti” contro l’ISIS, aprire l’Expo alle multinazionali, spalancare le Casse di Risparmio al Mercato; è abile a vendere promesse irrealizzabili e a sminuire gli avversari; è “l’uomo solo al comando” che riforma leggi elettorali, Costituzione, diritti dei lavoratori senza che nessuno batta ciglio; ha un alto indice di gradimento; insomma è il collaborazionista perfetto per il regime che verrà. E, a differenza del suo omologo di colore, non deve ritirarsi dopo solo due mandati: è giusto all’inizio.