Lo show è iniziato, le danze si sono aperte; la convention repubblicana, come da tradizione di ciò che viene definita ‘democrazia’ all’americana, dà ufficialmente il via ai mesi che porteranno gli USA il prossimo 8 novembre a decidere chi sarà il nuovo presidente o, meglio ancora, a decidere chi saranno i delegati che designeranno il nuovo presidente.

Sono elezioni comunque sentite tanto in nord America, quanto in molte altre parti del globo sia perché uno show mediatico del genere (come per le Olimpiadi) capita una volta ogni quattro anni e sia perché questa volta, comunque vada, si sceglierà un nome nuovo per la Casa Bianca non essendo ricandidato il presidente uscente, il quale ha terminato i suoi due mandati. Barack Obama da novembre sarà un presidente con meri poteri sostanzialmente rappresentativi, da marzo un comune cittadino che, come gran parte dei politici democratici costretti al pensionamento, probabilmente in futuro andrà in giro per il mondo a promuovere qualche vaccino oppure a girare cortometraggi per il rispetto dell’ambiente.

Sembra passato un secolo rispetto a quell’estate del 2008, quando tutto il mondo ha osservato l’ascesa della stella di Barack Obama in seno alla politica americana; dall’inizio delle votazioni nei primi caucus in Iowa, fino al testa a testa nelle primarie con Hillary Clinton, moglie di un altro pensionato di lusso della politica americana il quale già prima di terminare il mandato ha dato ampia dimostrazione di avere ottimi passatempi adeguati ad ammazzare il tempo libero, per finire poi con il duello finale contro John McCain, uno che invece in pensione non sembra volerci andare, ma ha spesso trovato il tempo per effettuare viaggi in quei paesi dove negli ultimi otto anni si sono avute rivoluzioni colorate e quant’altro, dispensando ai nazionalisti ucraini od ai terroristi presenti in Siria pillole di libertà in salsa USA.

Sembra davvero passato molto tempo, ma invece da quel 2008 sono passati pochi anni; otto anni, non sono nemmeno un decennio eppure molto è cambiato: a quel tempo, la Grecia era ancora un paese dove i pensionati potevano aspirare ad un assegno a tre zeri, l’Euro un dogma considerato punto di non ritorno da destra e sinistra, in Europa i partiti ‘euroscettici’ avevano lo ‘zero virgola qualcosa’, in Sudamerica Chavez aveva ancora i capelli e continuava l’opera di unione continentale, Gheddafi faceva shopping a Roma e la Cina per la prima volta si apriva al mondo ospitando le Olimpiadi. Insomma, un bel po’ di roba è davvero cambiata in questi anni in giro per il mondo ed in tutto il contesto internazionale; negli USA invece, da quando Barack Obama ha vinto il duello con McCain cosa è cambiato? Sostanzialmente nulla.

La sanità è ancora un privilegio per pochi, l’odio razziale è ben presente, le armi si acquistano con la stessa facilità con cui si compra una lattina di Coca Cola, l’esercito ha esportato altre lezioni di democrazia in Iraq ed Afghanistan a suon di bombardamenti, destabilizzazioni e finanziamenti di gruppetti di terroristi che ad un certo punto hanno controllato metà del deserto posto tra Damasco e Baghdad. Insomma, il bilancio che si può tracciare per l’amministrazione Obama non è positivo ma nemmeno negativo, giacché per ottenere il segno meno bisogna pur fare o contare qualcosa: Barack invece è stato semplicemente insignificante, un mero spot mediatico lanciato nel 2008 per far credere agli europei, prima ancora che agli americani, che la democrazia made in USA produca ancora figure capaci di creare discontinuità rispetto al passato.

Obama lascia un’America disimpegnata nel medio oriente, dopo averlo sconquassato e distrutto, impegnata sul fronte molto delicato dell’estremo oriente asiatico, ricattata dai Saud ed a livello interno alle prese con una società sempre più turbata, disunita, diseguale e ben lontana da una qualsivoglia forma di ‘pax’ sociale. L’unica cosa degna di una minima nota, è quella di aver allontanato nel 2012 Hillary Clinton dalla segreteria di Stato; questo ha per un po’ frenato le mire neoconservatrici e liberali che già avevano nei raid contro Damasco un obiettivo a portata nel settembre 2013 e questo Obama lo ha pagato, di fatto, con una defenestrazione avvenuta anzitempo rispetto alla fine del suo mandato. L’ultimo colpo di reni Barack lo ha dato sul finire della sua amministrazione, con l’accordo sul nucleare iraniano ed il riavvicinamento con Cuba e Vietnam, i quali bisogna interpretarli comunque non come un cedimento degli USA ma come la volontà del presidente di strozzare il ruolo di opposizione che Teheran, La Habana ed Hanoi hanno avuto nel contesto internazionale.

Accusare però soltanto Obama sarebbe ingiusto, quasi come sparare sulla croce rossa, un po’ come la sua aviazione ha fatto con l’ospedale di Kunduz nei mesi scorsi; a discapito di ciò che si dice, chi sta seduto alla Casa Bianca non è affatto l’uomo più potente del mondo: tra lobby e correnti che si contendono interessi spaventosi, il presidente al massimo può giocare a fare l’equilibrista ma non riuscirà nella storia USA ad essere realmente incisivo sui programmi pluridecennali scritti da chi finanzia le campagne elettorali di democratici e repubblicani.

Il fallimento di Obama, in un certo senso è solo la dimostrazione del ruolo marginale che ha il presidente USA negli affari del suo paese e del mondo; la sua corsa alla Casa Bianca, è stata soltanto uno spot elettorale, ben programmato ed accuratamente organizzato, così come lo è del resto ogni aspetto di una democrazia, quale quella USA, che assomiglia tanto ad un reality show e molto poco ad un confronto in cui si mettono in piazza idee e contenuti.