L’impressione è che Barack Obama stia provando fino alla fine a lasciare anche una minima traccia nella storia; il suo mandato sta per scadere, nei media è di fatto già scaduto visto che il suo nome compare molte volte di meno rispetto a quello dei candidati alla successione, le speranze disattese sono tante, gli errori commessi sia a livello interno che esterno non si contano più. Quel che doveva essere la presidenza della decisiva discontinuità rispetto al passato, non ha in realtà mosso di una virgola le politiche USA ed adesso, viaggiando tra Cuba ed Argentina, Obama sta tentando il gol in zona Cesarini, cercando di effettuare delle ‘tappe storiche’ tali da poter in futuro ‘venderle’ a qualche biografo una volta tornato ad essere cittadino comune. Ma anche questo tentativo, si può considerare fallito; andare in luoghi in cui l’imperialismo americano è causa di anni di sofferenze e massacri per chiedere scusa od incitare alla comune fratellanza americana, senza aver attuato in otto anni di governo alcuna discontinuità rispetto ai suoi predecessori, è un atto di fredda ed ingenua inopportunità storica, oltre che di vile ipocrisia.

Presentarsi a La Havana con la convinzione di essere accolto come Giovanni Paolo II nel 1998, con tanto di Rolling Stones al seguito e con l’unica assenza, nel contesto della retorica a stelle e strisce, di qualche M della McDonald’s, dà idea della qualità tanto del presidente uscente (e volante) dalla Casa Bianca, quanto del suo staff. Barack Obama si è proprio cercato l’umiliazione offertagli in mondovisione da Raul Castro, con il blocco al volo del suo braccio e la dissuasione dall’effettuare il ‘saluto alla yankee’; ma il ‘meglio’ il premio nobel per la pace (sì, è bene ricordarlo questo anche per capire molte altre cose dell’attuale sistema internazionale) nel suo viaggio in Sudamerica lo offre in Argentina.

Prima la lacrimuccia al memoriale dei desaparecidos a Buenos Aires, poi l’annuncio dell’eliminazione del segreto dai (tanti) documenti della CIA che attestano forti responsabilità americane nel golpe di Videla e nei massacri compiuti dalla sua giunta militare, infine, forse convinto che il più sia fatto e che il popolo argentino sia già pronto di nuovo a sedersi in qualche Starbuck’s, Obama non manca di deliziare i rotocalchi con qualche passo di tango. Ma mentre il presidente USA balla al fianco del presidente Macrì, le madri di Plaza de Mayo si sono ritrovate fuori a protestare ed a ricordare al mondo intero (od almeno a quello che riesce ad eludere la censura di molti media occidentali) che il popolo argentino non dimentica e non butta via per una manciata di voti gli anni dei Kirchner e della loro intenzione, quando i coniugi sono arrivati alla presidenza, di porre Buenos Aires al centro dei progetti di emancipazione sudamericana.

La prepotenza imperialista, la si può notare anche in questi piccoli gesti: arrivare nelle capitali che hanno dato filo da torcere ai propri progetti e presentarsi con la convinzione che, distribuendo qualche concerto e qualche scusa ed assistendo a partite di baseball od a lezioni di tango, quei popoli siano già pronti a piegarsi alle più becere logiche liberali, oltre che ad ‘osannare’ il primo presidente nero degli USA, è atto di per sé squallido e che, calato nella realtà di oggi, non manca di far affiorare una certa ‘pochezza argomentativa’ da parte tanto di Obama quanto in generale dei ‘policymakers’ di Washington.

Se a Cuba il presidente statunitense trova nella sua strada un Raul Castro ancora ben pronto a rinfacciare i progressi dell’isola nel campo dell’istruzione e della sanità, in Argentina invece è il nuovo presidente Macrì ad organizzare in prima persona il teatrino a stelle e strisce; il nuovo inquilino della Casa Rosada, sta cercando di effettuare una brusca virata tanto in politica interna quanto estera. Imprenditore ed ex patron del Boca Juniors, è il più classico dei rappresentanti di quella borghesia argentina non esente da colpe durante la dittatura di Videla e che nel corso di questi ultimi 15 anni ha provato prima a fare razzie delle risorse del paese sfruttando la crisi ed il fallimento del 2002 e poi a rovesciare i governi dei Kirchner, ostili a politiche di liberalizzazione e pronti come detto a sostenere una ritrovata solidarietà insita nel continente sudamericano proprio in funzione anti USA.

Barack Obama, nello strenuo tentativo di passare alla storia come il presidente ‘buono’ che chiede scusa e dona in pasto agli storici i documenti segreti della CIA degli anni 70, in realtà ha provato a far ingerire agli argentini la pillola del nuovo governo di Macrì, il quale sta già cercando di far compiere al paese decisi passi indietro. Vien da chiedersi, a tal proposito, come mai in otto anni di amministrazione l’uscente presidente USA non ha ammesso responsabilità americane sugli eccidi di Videla e sulle sparizioni dei desaparecidos dinnanzi a Cristina Kirchner e come mai, per l’appunto, soltanto adesso vengono promesse svolte in tal senso.

Due quindi gli obiettivi di Obama, entrambi disattesi e soprattutto non raggiunti: provare a passare come il presidente della distensione e tornare a Washington con le bandierine di due ex stati ostili piazzate tra ‘i nuovi amici’ del liberalismo. Se di Cuba si conoscono bene orientamenti e convinzioni di un’opinione pubblica coesa e che mai ha dato segni evidenti di volersi liberare dalla rivoluzione del 1959, la sorpresa (ma fino ad un certo punto) proviene dall’Argentina; l’entourage americano tornando alla Casa Bianca, può solo descrivere come la virata elettorale non corrisponde (come del resto accade spesso nelle democrazie parlamentari) ad una brusca inversione di tendenza dell’opinione pubblica. Buenos Aires è stata in piazza contro il presidente USA, nemmeno le promesse aperture dei fascicoli della CIA hanno appianato l’insofferenza di ampie fette della società civile, a partire dall’associazione delle vittime dei trentamila desaparecidos; per Macrì e per chi, dall’interno e dall’esterno, lo sostiene è dura adesso e lo sarà sempre di più in futuro far drasticamente cambiare rotta all’Argentina.

Negli anni del kircherismo, la popolazione ha imparato a farsi beffa di indicatori economici e di termini come ‘fallimento’ o ‘default’; dopo la crisi del 2002, l’incremento del welfare e della spesa in istruzione e sanità, così come la presenza più massiccia dello Stato nell’economia, è stata salutata positivamente dagli argentini, la debacle elettorale del fronte peronista non cancella affatto queste sensazioni e questi movimenti di opinione pronti a far sentire la propria voce non appena il governo Macrì tenterà di forzare la mano.

L’Argentina, così come quei paesi del Sudamerica e del centro America in cui i governi ostili alle politiche USA mostrano segni di cedimento, è ad un punto di non ritorno; le conquiste degli ultimi anni sono sempre attuali e pronte ad essere rievocate non appena nuovi od eventuali governi liberali proveranno ad insediarsi: di Obama e del suo estremo tentativo di portare a Washington almeno un successo in politica estera, restano solo brandelli che a breve le nebbie della storia non tarderanno a coprire.