Le elezioni politiche avvenute nelle ultime due settimane in Ucraina e nelle repubbliche secessioniste dell’Est, sono un chiaro specchio della situazione attuale del Paese: forte affluenza e voto compatto in una sola direzione nella Repubblica di Donetsk, scarsa partecipazione e voto “a rosa” nel resto dell’Ucraina. I saluti di giubilo delle cancellerie occidentali per l’ennesimo “trionfo della democrazia”, non devono trarre in inganno e sono del resto da prendere sempre con le pinze. Come ci insegnano i casi di Iraq e Afghanistan – in cui fiumi di messianiche parole inondarono per mesi i nostri giornali a seguito delle consultazioni popolari, con i risultati che ben si conoscono – è sempre d’obbligo per chi ha provocato e finanziato in modo costante e cospicuo un cambiamento in un Paese, mostrare poi all’opinione pubblica qualche risultato e salvare la faccia, potendo in questo modo giustificare tutte le azioni (malefatte comprese) portate avanti nei mesi passati con la scusa della “legittimazione democratica”. Ora, l’Ucraina non è certo l’Afghanistan e nemmeno l’Iraq, sia chiaro, tuttavia non saranno certo queste elezioni a spazzar via l’oscurità che si addensa sul prossimo futuro di Kiev.

Il Paese è prossimo al collasso: l’inflazione sale e il PIL scende fino al -5% per l’anno in corso, le riserve valutarie sono prossime allo zero, gli aumenti delle tasse sono in arrivo e i tagli alla spesa pubblica pure. Il presidente Poroshenko ha minacciato una sorta di notte dei lunghi coltelli, si spera solo in senso figurato, nei confronti dei “conniventi” col deposto presidente Yanukovich, con il concreto rischio del licenziamento di un milione di dipendenti statali. Il pagamento della prima tranche del debito di Kiev nei confronti di Gazprom, quasi 1,5 miliardi di dollari, è avvenuto e ha tranquillizzato un po’ tutti (europei compresi, che vedono il 50% del gas russo di cui necessitano transitare ancora attraverso l’Ucraina), ma avrà sicuramente un prezzo, e non sarà indolore. Se la ricetta per la Grecia della famigerata troika consisteva in “lacrime e sangue”, per l’Ucraina si è deciso di aggiungere anche il “sudore”: traducendo dal gergo delle istituzioni – saldamente in mano agli Stati Uniti – come FMI e Banca Mondiale (che fatalità ha deciso di portare quest’anno il finanziamento all’Ucraina alla cifra record di 3,5 miliardi di dollari contro neanche i 500 dello scorso anno), si prospettano tempi molto duri per un Paese ancora avvezzo all’assistenzialismo statale e spropositatamente improntato su corruzione e clientelismo. Si accenni solo, senza divagare, come tra gli aiuti resisi necessari dopo la destabilizzazione operata nel Paese, figurino anche quelli dell’Unione Europea – che nel suo indiscriminato allargamento ad Est ingloba sempre più paesi facendo ricadere sulle nostre tasche gli ingenti costi per adeguare i loro standard economici ai nostri.

In questo quadro – a cui si aggiunge il fatto che la produzione industriale, localizzata per lo più nelle regioni orientali e seriamente colpita dalla guerra, non porta benefici né tantomeno entrate al governo centrale – si inseriscono i risultati delle elezioni: scarsa affluenza (appena oltre il 50%) che ridimensiona, e molto, le previsioni di uno slancio plebiscitario verso l’Occidente, e risultati assai variegati: vince l’europeismo, per carità, ma probabilmente solo perché le sirene dei valori europei che in teoria avevano animato Piazza Maidan e quanto ne è poi scaturito, ancora non si sono trasformate nelle morse che andranno ad incidere sul portafogli degli ucraini. Ad Est, invece, nelle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, il plebiscito c’è stato e si è rivolto verso la Russia, a cui la popolazione implora aiuto e annessione che non possono però avvenire nella maniera auspicata per evidenti questioni di realpolitik: Mosca vorrebbe riprendersi ciò che storicamente le appartiene e che secondo accordi commerciali stava ritornando sotto la sua sfera d’influenza poco meno di un anno fa. Potrebbe anche arrivare a Kiev in pochi giorni, vedendo la “consistenza” dell’esercito ucraino di fronte alla resistenza dei ribelli dell’Est, ma ha le mani legate dall’ipocrisia di chi punta il dito dopo aver provocato il pandemonio nel suo cortile di casa. Nell’attesa che la situazione si possa pian, piano normalizzare nelle regioni orientali – ma in questo senso giungono come catastrofiche le nuove dichiarazioni di Poroshenko in merito alla revoca dell’autonomia alle suddette zone – lo scenario auspicabile è che appena il popolo ucraino assaggerà il bastone dell’Occidente senza ombra alcuna di carota, capirà forse quanto sia stato buggerato da chi vestiva i panni del salvatore. Realizzando come, se proprio non fosse realizzabile una forma ibrida che permetta all’Ucraina di fare da ponte tra Unione Europea e Unione Eurasiatica, è sempre e solo ad Est, e quindi alla Russia, che deve guardare con fiducia e speranza.