Sono passati due anni dalla fine dei lavori di ampliamento del Canale di Suez, storico progetto pubblicizzato come un sicuro punto di svolta per il benessere della popolazione egiziana. Nonostante si stiano ancora valutando nuovi e più efficaci piani di pubblicità per incentivare il commercio sulle acque del Canale, guardando ai numeri per il momento si può dire che la conclusione dei lavori non abbia sicuramente portato i benefici tanto attesi e, soprattutto, tanto annunciati.

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A più di un mese dall’anniversario della riapertura del Canale – tornato in funzione il 6 agosto del 2015 – viene spontaneo chiedersi perché un progetto di tale portata non sia riuscito a soddisfare le aspettative del governo del Cairo. Quando Mohab Mamish, presidente della Suez Canal Authority, annunciò il completamento dei lavori disse che le entrate annuali previste avrebbero presto raggiunto l’invitante cifra di 13miliardi e mezzo di dollari mentre, negli anni precedenti, gli introiti ammontavano a un massimo di 5miliardi di dollari. Qualcosa però non è andato come previsto, perché i profitti per l’Egitto derivanti dal pedaggio che devono pagare le navi che transitano sulle acque del Canale, invece di aumentare esponenzialmente, stanno lentamente ma inesorabilmente diminuendo.

Le cause che hanno contribuito e continuano a contribuire all’impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati dalla leadership egiziana sono principalmente due. Il primo, secondo lo stesso Mamish, è il drastico calo generale del commercio globale che, invece di esplodere come avevano immaginato al Cairo, ha subìto un netto calo, dovuto soprattutto alle tensioni nella regione ma anche allo spostamento dell’interesse degli attori internazionali verso oriente.

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Secondo alcuni analisti del Forum egiziano per gli studi economici e politici il Canale di Suez porterà i profitti, promessi alla vigilia della sua riapertura, non appena il Global trade tornerà a un ritmo accettabile. Intanto però le entrate totali derivanti dalle tasse di transito e dai servizi marittimi e di navigazione sono crollati dalla festeggiatissima riapertura del Canale: dai 462milioni di dollari dell’agosto 2015 ai 447milioni di dollari del luglio 2017 (dati del IDSC: Egyptian Cabinet’s Information and Decision Support Centre).

Le entrate annuali nel 2014, l’anno precedente ai lavori di ampliamento dell’infrastruttura, erano intorno ai 5.5miliardi di dollari, il 6.75% in più rispetto all’anno precedente, che aveva portato 5.1miliardi di dollari. Secondo i dati del IDSC, gli introiti ammontavano a 5.2miliardi di dollari nel 2015 e sono poi calati del 3.2% nel 2016, portando le entrate totali a 5miliardi di dollari. Quest’anno, fino a luglio, il canale ha registrato nelle sue casse 2.9miliardi di dollari: secondo le proiezioni non ci saranno grandi cambiamenti – in positivo o in negativo – rispetto alle entrate dell’anno scorso. Ciò significa che la promessa del governo di raggiungere i 13.4miliardi di dollari di profitto annuale entro il 2023 sarà impossibile da mantenere.

La USS George H.W. Bush attraversa il Canale di Suez

La USS George H.W. Bush attraversa il Canale di Suez

L’anno scorso, tentando di placare le lamentele del suo popolo, il presidente Abdel Fattah al-Sisi disse pubblicamente che le entrate stavano sicuramente aumentando da quando il nuovo progetto era stato ultimato. Peccato però che a supporto di questa tesi non sia stato affiancato nessun dato, nessuna statistica.

Un’opinione diffusa in Egitto è che il governo non si sia impegnato affatto sul versante promozionale del progetto, il che ha portato a un chiaro fallimento della sua nuova apertura di ormai due anni fa. In altre parole diversi analisti puntano il dito contro il governo per la sua incapacità gestionale e promozionale; quando si porta a termine un grande progetto si deve esser certi di averlo pubblicizzato a dovere – prima della sua inaugurazione ufficiale –  e di aver sviluppato un buon piano di marketing; di aver contattato in largo anticipo le compagnie internazionali potenzialmente interessate.

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La seconda causa del fallimento delle aspettative per quanto riguarda il Canale di Suez è da individuare nel crollo dei prezzi del petrolio. Questo perché quando il prezzo del petrolio si abbassa notevolmente, le petroliere preferiscono attraversare il Capo di Buona Speranza, che ha un costo decisamente ridotto rispetto al Canale in mano al Cairo.

A confermare la disperazione dell’Egitto è stata la recente decisione di offrire alle navi cisterne un 50% di sconto sulle tasse per il transito delle acque di Suez. Il governo egiziano, per ora a parole, promette un cambio di rotta.

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La Conferenza mondiale del Canale di Suez si terrà tra qualche settimana al Cairo e sarà un’ottima chance per tentare di firmare nuovi contratti con le compagnie internazionali, da quelle vietnamite fino a quelle tedesche. Secondo le parole del presidente al-Sisi l’Egitto conta moltissimo sul Canale di Suez per sostenere e anzi dare una spinta propulsiva alla sua economia nazionale, mentre il direttore della Suez Canal Authority ha recentemente chiamato il progetto ultimato nel 2015 la colonna vertebrale dell’economia egiziana. Al momento, però, come colonna vertebrale è decisamente troppo inaffidabile per sperare che, sola, possa sorreggere un paese come l’Egitto.