Il 23 agosto  in Angola si sono tenute le elezioni che hanno sancito, con il 72% dei voti, la vittoria di Joao Lourenço. Tornata elettorale che per la prima volta dopo trentotto anni non vede protagonista la figura di Dos Santos. Il presidente, condottiero della lotta per la liberazione dal Portogallo, ha deciso di non ricandidarsi e di affidare al “compagno di partito” le redini del MPLA(Movimento per la liberazione dell’Angola). Un cambio al vertice che non ha causato particolari scossoni all’interno del movimento dato che Lourenço, cresciuto militarmente nell’ex URSS, è stato un veterano della guerra di liberazione ed ha ricoperto importanti cariche istituzionali prima di essere nominato ministro della Difesa.

Rispetto  alla precedente elezione bisogna  registrare un lieve calo dei consensi, difatti dal 72% del 2012, si è passati al 64%. Nonostante la lieve flessione il MPLA gode ancora di un ampio margine tra la popolazione, difatti l’UNITA, maggiore gruppo d’opposizione, non riesce a porsi come valida alternativa per il Paese. Per comprendere a pieno tale risultato dobbiamo volgere uno sguardo al passato e precisamente alla lotta per l’indipendenza dal Portogallo raggiunta l’11 novembre del 1975. I rivolgimenti interni alla madrepatria, la cosiddetta “rivoluzione dei garofani”, sancì la fine del regime di Salazar ed aprì la strada alla decolonizzazione dell’Angola. A seguito del ritiro delle truppe portoghesi si intensificò la battaglia per la capitale Luanda. Il MPLA- sostenuto da Urss e Cuba- si trovò di fronte l’UNITA appoggiata da Stati Uniti e Sud Africa, mentre una minore influenza aveva il FLNA(Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola) appoggiato a nord dall’ex Zaire. Risulta chiaro che le vicissitudini  interne caratterizzanti il conflitto angolano abbiano necessariamente risentito, nel corso degli eventi,del clima di guerra fredda tra Stati Uniti ed URSS impegnati ad imporre la propria influenza sullo scacchiere internazionale.

Joao Lourenço proclamato presidente: è una svolta importante per il paese africano

La guerra civile angolana si è protratta per decenni, intervallata da fasi di fragile tregua tra gli opposti schieramenti. Gli anni ottanta furono contrassegnati dalla penetrazione sudafricana in Angola preoccupata dal supporto logistico che il MPLA forniva al movimento indipendentista SWAPO(Organizzazione del Popolo dell’Africa del Sud-Ovest). I due movimenti di stampo socialista favorirono l’indipendenza della Namibia dal Sud Africa e, per ritorsione, il regime boero sostenne l’UNITA(Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola). Il MPLA riuscì a respingere l’incursione straniera  grazie al sostegno dell’URSS ed all’intervento militare di Cuba. Con la mediazione degli Stati Uniti si giunse così agli accordi di New York che prevedevano il ritiro delle truppe sudafricane dall’Angola, l’indipendenza della Namibia e l’istituzione dell’UNAVEM(United Nations Angola Verification Mission). Malgrado i negoziati per la pace proseguivano, gli scontri non accennarono a diminuire e le elezioni del 1992, che decretarono la vittoria di Dos Santos, furono contestate dall’esponente di punta dell’UNITA Savimbi che riprese sin da subito le ostilità. Nonostante le sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la milizia proseguiva lo scontro armato aggirando l’embargo con i proventi  del mercato nero dei diamanti. Nemmeno il protocollo di Lusaka, che prevedeva un governo di unità nazionale, fu sufficiente a riappacificare il Paese. La svolta si ebbe soltanto nel 2002 con l’uccisione di Savimbi da parte dell’esercito regolare e la smobilitazione dell’ala armata dell’UNITA trasformatasi successivamente in partito politico.

E’ il 1992: a Luanda infuriano i combattimenti, ecco una testimonianza di cos’ha voluto dire il conflitto civile per l’Angola

Le ferite della guerra civile condizionano ancora oggi l’elettorato che considera l’UNITA maggiore responsabile dell’eccidio perpetrato per quasi trent’ anni. Per quanto riguarda i problemi attuali che affliggono il Paese africano, Dos Santos lascia in eredità al nuovo premier un Paese con una situazione economica fragile dovuta alla contrazione del prezzo del petrolio sul mercato internazionale che ha causato un crollo delle entrate per il Paese, inoltre corruzione e disoccupazione rappresentano delle piaghe che affliggono il Paese da tempo. La gestione del governo degli ultimi anni sembra aver  captato il malcontento popolare ed ha avviato un processo di diversificazione del mercato per sganciare l’Angola della dipendenza dal settore petrolifero decidendo di investire sulle infrastrutture. In tale direzione risulta di notevole importanza la costruzione della diga di Laùca, un investimento di cinque miliardi e quattrocento milioni di dollari, che raddoppierà la capacità energetica del Paese. Inoltre è stato inaugurato il cantiere per la costruzione del nuovo aeroporto che dovrebbe essere operativo alla fine del 2018. L’obiettivo è quello di attirare nuove compagnie aeree internazionali in modo da far concorrenza alle maggiori infrastrutture aeroportuali quali Lagos e Johannesbourg. Secondo l’amministratore Diògenes Manuel S.Silva, il nuovo aeroporto passerà dagli attuali tre milioni di passeggeri a quindici milioni generando centosettantamila posti di lavoro. Il governo ha avviato anche un pacchetto di misure che prevedono di smaltire e semplificare le norme che regolano gli investimenti esteri nell’ottica di attrarre maggiormente capitali esteri. Nonostante gli sforzi, il settore dell’oro nero riveste ancora un ruolo importante per il Pil del Paese. La compagnia statale Sonangol è il motore dell’industria petrolifera ed ha implementato negli ultimi anni la collaborazione con le maggiori imprese internazionali.

La preparazione della Coppa d’Africa 2010 in Angola: per il paese aver ospitato quella manifestazione è stato un simbolo di riscossa e di ritrovata unità; i suoi stadi moderni (costruiti dai cinesi) e le sue capacità organizzative hanno rivalutato le credenziali dell’ex colonia portoghese 

Un esempio che ci riguarda da vicino è la presenza dell’Eni in Angola: il Cane a sei zampe ha avviato, in anticipo di cinque mesi rispetto al piano di sviluppo, la produzione dell’East Hub nel blocco 15/16 dell’offshore angolano. La compagnia italiana stima che l’area in questione potrebbe generare  quattrocentocinquanta milioni di barili. Anche se l’immagine dell’ideologia marxista sembra essersi sbiadita nel tempo le misure intraprese dal MPLA sembrano condurre verso una graduale ripresa dell’economia.