La lunga notte in cui da tempo è immersa la Repubblica Bolivariana del Venezuela non accinge a dipanarsi e, anzi, si fa sempre più cupa giorno dopo giorno. Allo stato attuale, il Paese è letteralmente allo sbando e stremato a causa della sovrapposizione tra una crisi economica sempre più acuta e una feroce lotta di potere di cui sono responsabili tanto il governo di Nicolas Maduro quanto un’opposizione dimostratasi incapace di capitalizzare in campo politico il suo vantaggio parlamentare. Le colpe della catastrofe venezuelana, infatti, sono da ascriversi a un’ampia gamma di soggetti politico-istituzionali, a cui va rimproverata la mancanza di un’idea chiara sul futuro indirizzo del Paese. Se la leadership del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) oggigiorno al governo va sempre di più sclerotizzandosi in una burocrazia intenta ad autoconservarsi, al cui interno l’ala militare incarnata da Diosdado Cabello va acquisendo sempre maggiore influenza, al tempo stesso le forze di opposizione della Mesa de la Unidad Democratica hanno sicuramente incentivato il progressivo arroccamento dell’esecutivo portando avanti, per circa un anno e mezzo, una campagna antigovernativa ai limiti della legge in seno all’Asamblea Nacional e nelle piazze delle città venezuelane. In quest’ottica, è facile comprendere come ogni mossa inaspettata da una parte o dall’altra, anche se in apparenza dichiaratamente conciliatoria, possa contribuire a favorire un ulteriore inasprimento in una dialettica bilaterale oramai compromessa, che i mediatori internazionali (l’ex Primo Ministro spagnolo Josè Luis Zapatero, l’ex Presidente dominicano Leonel Fernandez, il panamense Martin Torrijos e il colombiano Ernesto Samper) stanno cercando faticosamente di ricomporre.

Tale è stato il caso, ad esempio, della proposta di una nuova assemblea costituente lanciata da Maduro nel corso delle manifestazioni del Primo Maggio a Caracas, durante le quali il Presidente si è rivolto a una folla di decine di migliaia di sostenitori in questo modo: “Invoco il “potere originale costituente” per ottenere la pace necessaria per la Repubblica, per sconfiggere l’eversione fascista, in modo tale che la sovranità popolare possa stabilire concordia, armonia e un vero dialogo nazionale”. Il piano di Maduro prevede la costituzione di un’assemblea di 500 delegati, 250 dei quali eletti dai rappresentanti delle organizzazioni sociali ed indigene del Venezuela, ma è stato oggetto di feroci attacchi da parte di un’opposizione insorta sul piede di battaglia, ritenendo che la mossa del Presidente sia stata motivata dalla volontà di puntellare il proprio governo attraverso una radicalizzazione di numerosi principi espressi nella Costituzione emanata sotto l’egida di Hugo Chavez nel 1999. La MUD, come riportato da GreenLeft, è arrivata a ritenere la convocazione dell’assemblea una “frode” e un “tentativo di colpo di Stato”. Si può senz’altro riscontrare, nella manovra del Presidente, un obiettivo difensivo, un tentativo di dilazionare una sconfitta che appare sempre più probabile alle prossime elezioni presidenziali previste per il 2018 e di presentare alla popolazione un’apparenza di consenso maggiore rispetto alla realtà attraverso l’introduzione di numerose organizzazioni vicine al governo nel processo costituente, ma non si può negare che all’interno dei gruppi in questione rientrino numerosi soggetti giuridici (associazioni di lavoratori, gruppi per la tutela degli indigeni, collettivi studenteschi) rappresentanti, al giorno d’oggi, la faccia migliore del chavismo e la vera eredità della Rivoluzione Bolivariana.

Al tempo stesso non può sfuggire l’ampia costellazione di interessi sottostanti il rifiuto della MUD di prendervi parte. Il previsto boicottaggio dell’assemblea annunciato dal Governatore di Miranda Henrique Capriles, arriva dopo anni di appelli alla riscrittura della Costituzione lanciati da formazioni come Voluntad Popular e testimonia come l’obiettivo di potersi insediare nelle istituzioni sia ritenuto realizzabile in tempi brevi: anche la Costituzione bolivariana di Hugo Chavez diventa terreno di scontro, nel momento in cui il governo prevede di utilizzare il suo rafforzamento come strumento di propaganda politica e, al contrario, l’opposizione punta a sostituirsi all’attuale burocrazia di potere nell’occupazione dello Stato.

Le previsioni economiche del Fondo Monetario Internazionale segnalano, per il Venezuela, una situazione di gravissima crisi economica destinata a protrarsi a lungo: l’FMI prevede una crescita dell’inflazione sino al 2069,49% a inizio 2018 e, in seguito, un ulteriore rincaro sino a un valore previsto del 4684,84% nel 2022.

Le previsioni economiche del Fondo Monetario Internazionale segnalano, per il Venezuela, una situazione di gravissima crisi economica destinata a protrarsi a lungo: l’FMI prevede una crescita dell’inflazione sino al 2069,49% a inizio 2018 e, in seguito, un ulteriore rincaro sino a un valore previsto del 4684,84% nel 2022.

Risulta essenziale chiarificare i possibili scenari che potrebbero risultare dall’evoluzione dell’attuale crisi in cui versa il Paese latinoamericano: da un lato, sicuramente, il più grave è rappresentato da una tutt’altro che irreale escalation delle violenze interne e dalla progressiva crescita degli scontri tra il governo e l’opposizione che, specie in caso di crescita del potere dell’ala militare in seno alla leadership chavista, potrebbe portare il Venezuela pericolosamente vicino a una vera e propria guerra civile. Dall’altro, la società civile venezuelana ha a più riprese fatto sentire la sua voce contro l’escalation delle violenze nel Paese: il network di informazione latinoamericano TeleSur ha dato ampio risalto a una serie di manifestazioni che, nella giornata del 9 maggio, hanno visto sostenitori del governo favorevoli al dialogo occupare le strade delle principali città venezuelane in delle affollate “marce per la pace” completamente ignorate dal sistema mediatico occidentale, sulla cui copertura degli eventi venezuelani è meglio stendere un velo pietoso. Ignorano, i media nostrani, come in queste manifestazioni sia stato elevato il coinvolgimento delle associazioni civiche che Maduro vorrebbe cooptare come paravento nella sua riforma costituzionale e che, al tempo stesso, l’ala più radicale delle opposizioni non cessa di attaccare, cercando di fiaccare i suoi tentativi di evitare il proseguimento del disastroso braccio di ferro col governo. Rachel Boothroyd Rojas, redattrice del sito Venezuela Analysis, ha infatti segnalato l’uccisione, nel corso delle ultime settimane, del leader operaio Rexol Acevedo e del Presidente della Federazione Studentesca di Anzoategui Juan Lopez, due esempi dell’attacco mirato condotto in maniera aperta dall’opposizione contro l’ala dialogante del chavismo.

Rexol Acevedo, leader operaio della città di Carabobo, ucciso da uomini armati facenti riferimento alle milizie dell’opposizione venezuelana lo scorso 2 maggio.

Rexol Acevedo, leader operaio della città di Carabobo, ucciso da uomini armati facenti riferimento alle milizie dell’opposizione venezuelana lo scorso 2 maggio.

Nelle ultime settimane, sulle colonne de L’Intellettuale Dissidente, abbiamo analizzato tanto le dinamiche storico-politiche interne che hanno condotto all’attuale crisi venezuelana, studiando la ripartizione delle responsabilità tra il governo e determinati settori dell’opposizione, quanto le continue ingerenze internazionali nel Paese: la situazione è in continuo mutamento, ma l’analisi complessiva portata avanti consente di concludere che, allo stato attuale delle cose, la domanda sul futuro del Venezuela è destinata a rimanere senza risposta. Ed è proprio l’impossibilità di poter rispondere anche sul futuro a breve termine della Repubblica Bolivariana a rendere plausibile e realizzabile ogni scenario. Una sola cosa è certa: nel futuro del Venezuela non c’è spazio per Nicolas Maduro, divenuto oramai una figura estremamente divisiva e, non senza ragioni, etichettato come il più grande simbolo della crisi in corso. Perseguire sulla strada tracciata porterebbe infatti a quello che potrebbe essere il più grave degli errori del Presidente: fornire le possibilità alle forze reazionarie desiderose di debellare completamente l’eredità di Hugo Chavez di conquistare la completa egemonia in seno alla MUD e di conquistare, in seguito, il potere in Venezuela, condannandolo a vivere una storia già conosciuta in passato. Se Maduro dovesse compiere la scelta deleteria di ricandidarsi alla presidenza in un voto che, attualmente, appare uno scenario oltremodo remoto tale possibilità potrebbe diventare effettivamente una realtà concreta.