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Generalmente i cittadini degli stati europei – quelli più ignoranti (dal latino ignorans-antis, aggettivo proprio di “chi non conosce una determinata materia”, come ricorda la Treccani) – tendono a fare una distinzione, che definire semplicistica e miope sarebbe un eufemismo, tra Repubblicani e Democratici: i primi sarebbero coloro che con leggerezza invadono stati sovrani stranieri e sganciano bombe per il globo terracqueo, i secondi sarebbero invece coloro che professano il loro supporto per i Diritti Umani (e che usano le maiuscole come se per loro fossero davvero importanti), per la globalizzazione e per le altre battaglie considerate “progressiste”. A vederla così i repubblicani sembrerebbero il cancro della politica statunitense e internazionale, mentre i democratici parrebbero l’ancora di salvezza della nobile e sviluppata razza umana, l’ultimo bastione politico contro la deriva populista. Una colossale fesseria. A dirlo non è l’Intellettuale Dissidente, ma la Storia, e quest’ultima non può essere criticata come se fosse un essere senziente, ma può essere solo ripercorsa, compresa e accettata come insegnamento per il futuro. Senza bisogno di tornare troppo indietro, cominciamo con la guerra del Kosovo (1996-1999): allora il Presidente degli Stati Uniti era Bill Clinton che, insieme alla sua forza politica, si felicitò dei bombardamenti della NATO a danno della Jugoslavia. Non era importante che lo stato dei Balcani fosse una democrazia multi-partitica che vantava di un’economia stabile, con altissimi livelli di sviluppo sociale e pubblico. Tutto il mondo della sinistra liberale americana festeggiò comunque le bombe cadute su Belgrado, Nis e Kragujevac. In America qualche d’uno con ancora un briciolo di buon senso parlò di un vero e proprio “genocidio”, ma alle Nazioni Unite negarono immediatamente quest’accusa mossa al governo a stelle e strisce. In America volevano fare a pezzi un’entità che, se si fosse legata alla Russia, avrebbe potuto costituire un Blocco Rosso difficile da contrastare, e quindi hanno deciso di smembrarlo. Questo fu ‘merito’ dell’amministrazione democratica, non repubblicana.

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Perché avete ucciso la mia famiglia?

Poi, nel 2001, ci fu l’invasione dell’Afghanistan, accettata dalla popolazione statunitense perché convinta che il loro esercito fosse lì per ‘portare la democrazia’ e per aiutare le povere donne afghane vittime della brutalità causata dalla cultura androcentrica del paese. E allora via libera all’invasione dell’Afghanistan e alla sua distruzione. Nel 2003 invece, durante l’invasione dell’Iraq, il presidente era il repubblicano George W. Bush: ma non credete che i democratici fossero contrari, tutt’altro. L’unico motivo dell’apparente disaccordo dei democrats era da ricercare unicamente nel disprezzo che provavano per un ‘redneck’ come Bush: i radical-chic d’Oltreoceano non lo avrebbero mai supportato per il loro stampo ideologico; di certo non per rimanere fedeli ai loro presunti valori. Ma l’arrogante aggressività di quello che dovrebbe essere il partito “difensore dei diritti umani” è tornata forte e immutata nel 2011. L’amministrazione democratica allora al potere aveva deciso che – nonostante la Libia fosse il paese più ricco del nord-Africa, con un governo che per quanto tirannico provvedeva all’assistenza sanitaria, educativa ed energetica per tutti i cittadini – fosse il caso di bombardare il paese e far uccidere Gheddafi dal popolo inferocito e aizzato da forze esterne. Il risultato portò alla perdita della salda presenza dell’ENI in Libia a favore delle compagnie franco-inglesi e alla distruzione di un paese che, ancora oggi, anno domini 2016, non riesce ad avere un governo stabile. Il tutto mentre da anni si scannano decine e decine di tribù rivali. Perché questo succede quando si decidono le sorti di un paese senza conoscerne la cultura, la storia. E gli americani hanno sempre, sempre, lasciato un vuoto di potere nei paesi da loro invasi e rovinati, che sarebbe stato poi colmato da forze non propriamente democratiche. Nonostante l’oggettiva tragicità del caso libico, tutti ricordiamo il video di Hillary dove, parafrasando Giulio Cesare, ride sguaiatamente mentre pronuncia le parole: “We came, we saw, he died”, riferite al leader, brutalmente ucciso, Mu’ammar Gheddafi.

Venimmo, vedemmo, è morto

Questa è storia, il resto sono chiacchere da comari e/o da italioti che discutono al bar della presunta discesa culturale che porterà l’elezione di Trump. Verrebbe da ridere, se non avessimo il fegato colmo di bile, a vedere che queste accuse arrivano da un paese dove l’idolo delle adolescenti è quell’abominio di essere umano di nome Miley Cyrus. Ora però, passato il primo giorno dopo le elezioni, non è tempo di ridere o di puntare il dito, piuttosto è compito della libera informazione vigilare sull’operato di Trump, con la speranza che mantenga la sua attuale attitudine in politica estera. La sola che dovrebbe interessare agli italiani, che invece sembrano più preoccupati a parlare di altro. E così, consci di uno spaccato di storia militare americana e del programma di Donald Trump (pardon, del Presidente), che vuole portare a termine il disengagement dal Medio Oriente e ammorbidire i contrasti con la Russia, si potrebbe dire: (forse) abbiamo evitato la Terza Guerra Mondiale.